martedì 17 novembre 2015

Gocce d'inchiostro: I segreti di Heap House - Edward Carey

Storie di famiglia, di segreti sopiti dal tempo, dinanzi all'incuria del mondo, offrono quasi sempre un bel quadretto da lontano - sprigionano di solito tetre aure e foschi bui. E quella narrata da Edward Carey in I segreti di Heap House è una buona eccezione che, in quasi quattrocento pagine - una di più, una di meno -,  sebbene non abbia lasciato molto di se, è un frutto non ancora maturo che tuttavia mi ha appassionato. Mi ha reso inerme e prigioniera, come un oggetto di seduzione a cui non si vuol resistere.



Titolo: I misteri di Heap House

Autore: Edward Carey
Prezzo: 18€
Casa editrice: Bompiani
N° di pagine: 355
Trama: Clod è un Iremonger. Vive tra un mare di oggetti gettati via o smarriti che provengono da tutti gli angoli di Londra. E al centro di questo mare c'è una casa, Heap House, un insieme di tetti, torrette, comignoli, parti di case smantellate con i loro misteri, raccolti per tutta la città e fusi in un labirinto vivo di scale, saloni e angoli nascosti. Gli Iremonger hanno una caratteristica: ciascun Iremonger è legato, sin dalla nascita, a un oggetto. Ma Clod Iremonger ha una caratteristica ulteriore: lui può udire i sussurri degli oggetti. Il primo di cui ha avvertito la voce è stato il suo oggetto natale: il tappo da bagno universale James Henry che diceva proprio questo "James Hayward Henry". Ma un giorno su Heap House iniziano a radunarsi nubi di tempesta: gli Iremonger sono sempre più irrequieti e le voci degli oggetti si fanno più forti; Clod incontra Lucy Pennant, una ragazza appena arrivata a Heap House, e la sua vita cambia. I segreti che tengono insieme la casa iniziano a dipanarsi rivelando un'oscura verità, che minaccia di distruggere il mondo di Clod.

La recensione:
Non ero ancora del tutto consapevole di quello che stava accadendo intorno a me. La luce che filtrava dalle tende della mia camera era sparita; sparita, anche negli angoli più bui e affiorata una certa mestizia. E un attimo dopo, prima ancora che aprissi gli occhi, capii di cosa si trattava. Non ero più a casa mia! Stavo sognando ad occhi aperti, tornando nella bellissima Londra vittoriana e catapultata davanti alla cancellata di un impotente dimora. La finestra della mia camera era un rettangolo grigio dal quale era entrato un grigiore spettrale che incupii ogni aspetto della mia stanza. Non riuscivo a capirne la provenienza ne a stabilire le coordinate, che provai un brivido di paura, come se il buio avesse sommerso persino la luce fioca dei lampioni. Sembrava arrivato l'inverno.

Non era giorno. Non era il sole ma la luna a splendere fra i vasti campi, a orlare le foglie d'argento, a sfiorare i contorni delle figure statuarie, a trasmettere questo senso di malinconia. Era un perfetto disegno creato su tela. Avrei potuto restare a guardarlo ammaliata fino a quando le palpebre si sarebbero fatte pesanti, gli occhi che ne seguivano febbrilmente i contorni, non fosse che voci concitate di ogni singola stanza, di tutta questa storia, mi si attorcigliarono addosso per richiamare la mia attenzione e io non feci nulla per oppormi. Nulla per non respirare il tanfo putrescente di una vecchia dimora, - in cui è possibile trovare un'enormità di cose provenienti da luoghi lontani o appartenenti ad altre vite - che dà l'impressione che soffochi, s'insinua nelle nostre radici. Un odore così intenso e pazzesco che sembra qualcosa di solido, che si può toccare, stringere.
Dapprima mi condusse lungo il vialetto erboso che separava lunghe aiuole. Poi, tutto quello che all'inizio vedevo o sentivo distorto, assunse una forma. C'era molta nebbia e tanta malinconia. Tanta sporcizia, oggetti animati e non, con un numero spropositato di misteri e segreti da sembrare, più che una storia di famiglia, un'indagine accurata sul passato. Un viaggio che non ha mai fine, perché va oltre l'infinito, entro i limiti del possibile e del necessario. Qui dentro c'era qualcuno che parlava. Protestava. Brontolava. Bisbigliava. Cantava. Gridava. Scalciava, impaziente ed ossessivo. Ed io sapevo che avrei dovuto cogliere già prima tutti questi atti.
In ogni stanza ho origliato impunemente per sentire la vita di persone che non esistono, ma che sono esistite. Ho sbirciato senza ritegno nel loro cuore e alle loro spalle per seguire i loro movimenti. Mi sono avvicinata a tal punto sui protagonisti, che sfidando la sorte, da fargli sentire il mio fiato sul collo. Lasciargli un segno del mio passaggio, dove ho carpito qualche loro segreto. Una storia riesumata dalla risacca lenta e disomogenea del tempo, spingendomi e mollandomi pur di trovare qualcosa. All'infinito. Che cosa sarebbe successo, mi chiedevo, se il muro invalicabile di segreti, che avvolgono Heap House come un cappotto un po' troppo ingombrante, fosse crollato? Sarebbe venuta giù una verità sconvolgente e inaccettabile? L'anima di ogni personaggio sarebbe svanita con essi? Sarebbe finito tutto lì o sarebbe cambiato qualcosa?
La vecchia dimora di Heap House, che si ergeva maestosa dall'altura di una brughiera londinese, era la linfa vitale di questa storia. La cicatrice di una piccola ferita che, giorno dopo giorno, ho visto riaprirsi lentamente, l'appendice di un esistenza reale che non è mia. Un insieme di fatti, eventi, circostanze che hanno un ché di banale che stentano a riconoscere persino i personaggi che, tuttavia, senza nemmeno accorgersene, sono divenuti parte di un disegno divino non ancora perfetto. Un piccolo frammento di vetro infranto.
Figure evanescenti, ma bizzarre hanno accompagnato la mia avanzata lenta. Ma nel complesso sono state solo figure di contorno che, col finire del capitolo, sono svanite come invisibili volute di fumo. Si sono mosse furtivamente in mezzo ad entità estranee e malvagie, dove gli oggetti si muovevano nell'ombra, strisciando come rettili e insetti.
Il romanzo di Carey è quel genere di storia a cui mi piace attribuirgli l'umoristico aggettivo di "bizzarro". Era piuttosto evidente che non fosse una storia del tutto normale, così come era evidente che il suo non sarebbe stato uno young adult che avrebbe fatto faville.
E' una storia semplice, a tratti poco originale, che, nonostante tutto, rappresenta un caso a parte. E' un surreale dramma in cui perversa la malinconia. L'insoddisfazione. La solitudine. Una prova letteraria dinanzi alle soglie morali del tempo, zeppo di immagini impressionistiche e suggestive, semplice, raffinata che sembra non avere un inizio ne una fine. Mi sono rincantucciata buona buona dentro le sue viscere mentre il ragazzino assennato e il suo ideatore cospiravano alle mie spalle e, solo quando tutto finì, quando fu pronto, lo bevvi come tè dolce e bollente. Arrivando nel mio stomaco, acquietando il mio spirito.
Valutazione d'inchiostro: 3

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