giovedì 12 maggio 2016

Le recensioni di Elisa: Sotto il burqa - Deborah Ellis

Titolo: Sotto il burqa
Autore: Deborah Ellis
Serie: Trilogia del burqa
Volume: 1
Casa editrice: Rizzoli
Prezzo: € 11,00
N° di pagine: 160
Anno di pubblicazione: 2002
Trama: “
Immagina di vivere in un Paese in cui donne e ragazze non possono uscire di casa senza essere scortate da un uomo. Immagina di dover indossare abiti che coprono ogni centimetro del tuo corpo, viso compreso. Questa era la vita in Afghanistan sotto il regime dei talebani. Questa è la vita a cui si ribella Parvana, undici anni, che non ha paura di travestirsi da ragazzo per poter uscire di casa e lavorare, per se stessa, per la sua famiglia, per cambiare le cose. La sua è una vita immaginata, ma basata su testimonianze vere raccolte dall’autrice nei campi per rifugiati pakistani. Perché tutte le Parvana del mondo hanno
bisogno che si parli di loro.”

La recensione di Elisa:

"-Gli afgani amano le cose belle- disse, -ma hanno visto così tanti orrori che a volte dimenticano quanto può essere bello un fiore.-"

Due occhi profondi mi osservavano nascosti da un bellissimo quanto insolito chador verde. Era poco distante da me la donna che lo indossava, il suo viso era giovane, bello, innocente. Mi osservava mentre, con il Kindle in mano, sceglievo la prossima lettura. Il suo sguardo era curioso e sincero; mi fece capire che anche lei amava leggere, e mi chiese tra quali libri fossi indecisa. In un attimo mi avvicinai a lei, sedendo al suo fianco sulla panchina. Non ci scambiammo nessun tipo di contatto, ma una scossa elettrica mi percorse dentro e fu come se tra noi nacque un legame invisibile ma profondo. Come quando ritrovi una persona che pensavi di aver dimenticato e invece scopri come il suo ricordo è ancora vivido. Le sue labbra erano ferme e mute, ma i suoi occhi lasciavano intendere che seguiva con attenzione i miei discorsi sul romanzo che presto avrei letto. Quando mi rispose restai stupita da ciò che mi disse: voleva raccontarmi lei una storia. La sua voce delicata e melodica iniziò a narrarmi di una storia accaduta non molto tempo fa, quando sia io sia lei eravamo poco più che bambine. Era la fine degli anni 90 e l'inizio di un nuovo millennio. In Afghanistan, una benestante famiglia era stata costretta dai bombardamenti incessanti della guerra a trasferirsi di casa in casa, fino a giungere in una stanza diroccata dai muri costruiti con la paura e la forza, che fungeva da abitazione, in una zona centrale di Kabul. La vita cambiò in modo così veloce per tutti che non sembrava possibile. Non esistevano più le scuole, non potevano più uscire di casa le donne se non accompagnate da un uomo di famiglia, con il burqa a coprire ogni centimetro del corpo e del viso. Guadagnarsi da vivere era diventato pressoché impossibile, sopravvivere era diventato il pensiero di ogni giorno.   
La allora undicenne Parvana sentiva la mancanza del suo lamentarsi dei compiti assegnati a scuola e delle insegnanti severe. Odiava doversi nascondere dallo chador quando accompagnava il padre zoppicante, obbligato a sua volta di portare la barba lunga, al mercato di Kabul; odiava starsene a sedere in un angolo, cercando di passare il più inosservata possibile mentre il padre svolgeva il suo lavoro come traduttore di lettere. Parvana odiava tutto di quella sua nuova vita, odiava che la guerra avesse strappato la vita a suo fratello maggiore, che la guerra aveva tolto una gamba a suo padre, che aveva chiuso lei e le altre donne in casa impedendo loro di uscire e studiare. Odiava anche avere una stanza sola come casa, odiava dover andare a prendere pesanti secchi di acqua per portarli fino al loro appartamento. Ma specialmente Parvana odiava tutte quelle persone che continuavano a bombardare giorno e notte la sua terra, senza pensare a chi si trovava lì, tra quelle mura, su quelle strade, sotto lo stesso cielo.
Ma le cose erano destinate a cambiare ancora per quella bambina dai lunghi capelli neri, la sua famiglia e per tante altre persone ancora. Quando il padre di Parvana viene trascinato via dalla sua famiglia senza motivo, l'unica persona in grado di aiutarli a sopravvivere è proprio la giovane protagonista di questa storia che, con un paio di forbici e i vestiti del suo defunto fratello, è pronta ad andare a lavorare al mercato, spacciandosi come ragazzo, per leggere e scrivere al posto di suo padre che ancora non è stato rilasciato dalle carceri.
Grazie alle parole semplici, alla marcatura del carattere, alla descrizione di una vita vissuta giorno per giorno, è stato facile immaginare questa bambina con i capelli lunghi e fini che cadono sul pavimento, i vestiti un po' grandi del fratello su quel corpicino smilzo che può ancora passare per maschio. Con il racconto di questa ragazza riesco ad immaginare la sensazione dell'uscire di casa senza più la paura dell'essere donna ma con la paura di essere scoperti.    
Ed è tra la polvere rovente di Kabul che mi muovo insieme ai passi del piccolo Malali -metaforico di una ragazza coraggiosa-, e la seguo con gli occhi fragili e bagnati, con sempre una lacrima pronta a cadere, durante il duro lavoro e i pesanti sacrifici. Con gli stessi occhi vedo Parvana incontrare Shauzia, una sua amica trasformatasi in ragazzo del tè per portare anche lei denaro a casa. Assieme all'amica ritrovata, Parvana ritrova il coraggio e la forza di andare avanti e di lottare per Nooria, sua sorella maggiore sempre in conflitto tra di loro, che deve sposare un uomo che non ha mai visto; lottare per Maryam e Ali, i più piccoli della casa; lottare per la mamma che deve sopportare tutto il peso della sofferenza da sola; e per il papà, rinchiuso in orribili carceri senza motivo. Questo è quello che decide di fare Parvana, in un giorno apparentemente uguale ad un altro, per cambiare il tragico percorso delle cose.    
Per Parvana questo è solo l'inizio della sua nuova vita da Hossain.        
Per l'Afghanistan, specialmente per le donne, questa è una denuncia di ciò che furono costrette a sopportare quando il loro paese fu conquistato dal regime talebano.  

Nella storia di Sotto il burqa, il cuore del lettore si lega a quello della ragazza dai due nomi, unificandolo in sofferenze e gioie. Malgrado si tratti di una storia ideata con la fantasia, si basa su racconti di vite vere di ogni Parvana e Shauzia dell’Afghanistan, e come tali hanno bisogno di essere rese note al mondo, hanno bisogno di urlare l’atrocità che ancora c’è nel mondo e hanno bisogno che qualcuno le ascolti.        

“-Sono capace di leggere quella lettera come il papà- sussurrò Parvana tra le pieghe del chador.
Non osò pronunciare quelle parole ad alta voce. L’uomo seduto accanto a suo padre non voleva certo sentirla parlare. E così nessun altro al mercato di Kabul. In realtà non avrebbe neppure dovuto essere lì. I talebani avevano ordinato a tutte le donne e le ragazze di restare chiuse in casa.”



Valutazione d’inchiostro: 4+

2 commenti:

  1. Ciao! Ti chiedo scusa dal principio!
    Non sono solita fare queste cose... ma vorrei chiederti un favore:
    Vorrei chiederti se fossi così gentile da pubblicizzare un paio di eventi che il Telefono Azzurro terrà al Salone internazionale del libri di Torino...
    E' un'associazione che mi sta davvero a cuore!

    Ti lascio il link del post che ho creato: http://bookisallyouneediaia.blogspot.it/2016/05/lets-talk-5-telefono-azzurro-al-salone.html

    Grazie se lo farai e scusa ancora per l'intrusione!
    -iaia-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao! Ma di niente, di cosa ti scusi? ;) Certo! La inserisco subito nella pagina facebook del blo :)

      Elimina