Su uno spazio mai visto prima, tra attese perdute e illusioni talmente forti in cui il mondo ha perso il centro della realtà, vagando inquieta nell'ombra, come branchi di cani randagi pronti ad acchiappare la preda, un enorme vuoto come un parassita mi ha divorato da dentro. Così tesa, svuotata e vitrea. Con una particolare luce, i suoi colori innaturali, i dettagli screziati, la lettura di questo romanzo ha colto, raggruppato l'esperienza del <<male >> come qualcosa di straordinario, indimenticabile, terribile. Per l’autore, nella sua interezza, nella sua maestosità, nella sua giusta dimensione, in una terra ignota in cui tuttavia nessuno ha mai avuto il coraggio di fuggire realmente. Così irreale, fermo a un passo al di là delle cose.
Questa storia, vissuta su un volto di un uomo ancora destabilizzato dai ricordi del passato, saldamente ancorata nella soffitta della sua anima, mi indusse a pensare per tutto il tempo a cosa avrei dovuto inventarmi questa volta per realizzare una recensione di senso compiuto.L’irruenza di una storia che ha le fattezze rothiane e che, in poco tempo, ha lasciato una traccia del suo passaggio. Protagonista di una serie di strane sensazioni. Sensazioni in cui lo scorrere del tempo subì dei leggeri sfasamenti o in cui riesco a captare cose o nozioni che prima percepivo in maniera del tutto diversa.
Intessendo una trama realistica basata esclusivamente su esperienze di vita che sembra di vivere in prima persona, come uno straordinario sogno,... o forse un incubo?!? In un irresistibile silenzio, in un mondo in cui si è completamente indifesi dove gli uomini, spettatori di una realtà a cui si adatteranno al più presto, sorvegliano silenziosamente l'azzurro del cielo. Una cornice in cui lo sguardo rimane intrappolato, si fissa come un'impronta nella mente.
Titolo: Il lamento del prepuzio
Autore: Shalom Auslander
Casa editrice: Guanda
Prezzo: 15 €
N° di pagine: 270
Trama: «Shalom Auslander scrive come un nipote arrabbiato di Philip Roth… Un’irriverente riflessione sulla famiglia, il matrimonio e l’identità culturale. » Tom Perrotta Cresciuto in una comunità ebrea ortodossa nello stato di New York, fra mille divieti e sotto la costante minaccia di un Dio vendicativo, Shalom Auslander ha fatto di tutto per affrancarsi da quell'ambiente, eppure si ritrova, anche da adulto, a lottare per scrollarsi di dosso la sua ossessione. Perché lui crede, e non può fare a meno di credere, in un Dio personale. È convinto che Dio ce l'abbia «personalmente» con lui: dai tempi delle prime disastrose esperienze con le ragazze, ai due anni trascorsi in una scuola religiosa di Gerusalemme per adolescenti ebrei irrequieti, fino ai mille traslochi insieme alla moglie alla ricerca della loro personale Terra Promessa, l'autore ripercorre le tappe di un percorso di formazione a ostacoli. Shalom Auslander ha scritto un memoir esilarante e dissacrante, il ritratto irresistibile di una famiglia e di una comunità, la storia di una ribellione (quasi) impossibile.
La recensione:
La grande << presenza >> per l’autore fu la sua patria. Ne avvertiva la vastità, la lontananza, anche non vedendola e percependola. Ne sentiva il respiro anche non ascoltando coscientemente, al di là di tutti gli altri rumori, il suo ansimare profondo portato dal vento che soffiava continuamente. Giorno e notte, notte e giorno. Il luogo in cui si è vissuti, nel bene o nel male, è un terreno fertile zeppo di piccoli semi o frutti. Grande costante e forse unica certezza di poter ricondurre il suo essere, presto o tardi, alla sua terra, al suo luogo natio. Una splendida ma cavernosa terra come quella descritta in queste pagine, pur quanto natale di un uomo comune la cui vita è facilmente riconducibile a quelle forme arcaiche ortodosse e soffocanti, ben radicate nel suo cuore, dovette farsi strada fra gruppi di anime che incorrono in rigide tradizioni e paure ataviche. Il lamento del prepuzio, il cui titolo può sembrare una forma astrusa, innominabile e volgare, era il racconto di un'ossessione pregno di religione, fede e cultura. Un sistema anarchico che segue un ordine preciso, un preciso ed ineffabile moto d’azione il cui vero artefice è Dio, ma non così buono e misericordioso come ci dimostrano le Sacre Scritture, quanto entità crudele che si contrappone al prossimo. Sulle sue turbolenze emotive, sulla sua famiglia, pronta a scandire ogni tabernacolo ebraico. Shalom, così si chiama il protagonista, nonché l’autore in carne e ossa - pardon! -... in carta e inchiostro, come un problema da evitare, aprì una piccola finestrella sul suo animo in cui poté affacciarsi, osservando l’infinito correre oltre ogni sguardo, arrivando in un punto in cui finisce … perlomeno, lo sperava!
Ho cercato di fissare quel punto e fermare quell'attimo. Quando leggo romanzi autobiografici, realistici, cerco sempre di cogliere il bello da ogni cosa. Un’idea, un’immaginazione, lì, in una terra che ha sin da sempre destato un certo fascino, che incanta, uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, non dà risposte, così saggio, potente e imprevedibile. L'oceano immenso, stupendo, ma non perfetto di una furiosa tempesta emotiva che si infranse sul legno consumato di una nave, quella delle leggi ebraiche, del Torah, affinché ogni cosa potesse tornare al suo posto. Seguire assiduamente delle istruzioni divine specifiche rappresentavano una forma atipica di protezione, la santità, l’alleanza fra Dio e il popolo ebraico. Perché adempiere ad ogni regola o preconcetto, osservando, avrebbe equivalso a restare sempre più vicino a Dio. Il tormento interiore era qualcosa che sarebbe potuto essere sradicato dal corpo mediante partecipazione dello stesso con il corpo, riflettendosi mediante una solida struttura definita << cerebrale >>, come un Pensatore rodiano concentrato in una perenne e incessante lotta fra dolore e creatività. Cogliendo la verità, esorcizzando ogni menzogna mediante la luce del pensiero. Gli insegnamenti dati o sussurrati dal Torah prevedevano l’arricchimento, la produzione di forme di vita da cui la nazione, specchio di un tipo di narrazione che prevede l’asservimento di certe regole fondate dagli ebrei che attendono la chiamata di Dio, il loro sentirsi sofferenti, tribolati, implica fedeltà ad obblighi morali e religiosi di leggi civili. Secondo alcuni critici, dati a Mosè, affinchè da tali insegnamenti sarebbe stato possibile raggiungere la creazione.
L’autore, abbracciando ricordi lontani, nostalgici, impregnati di rabbia, rammarico, di quella dissacrante e auspicale moralità i cui elementi sembrano goliardici, esagerati, autobiografici, fa di questo testo una forma archetipa di nevrosi come riflessione profonda e divertente. Da ragazzo desidera smaltire ogni fardello, ogni peso di una religiosità soffocante affinché fosse possibile scovare una via, fra mille dubbi e paure. E le sue riflessioni, definite rothiane, designano la figura di un ragazzo arrabbiato, il suo nipote nascosto, da cui attinge una visione irriverente, cinica e ossessiva nei confronti della realtà ebraica, quella che avrebbe estirpato il senso di colpa, sordo ai richiami di un Dio primitivo costerellato da forme dissacranti e sinceri e di un humor nero che analizzano certe sue angoscie perdonali e culturali. In un attimo, in un istante, cancellando la traccia dell'esistenza di qualcuno o qualcosa. Le orme. Uno spazio vuoto che, un tempo, aveva la forma di una persona.
Muovendomi silenziosa nella stiva di questa gigantesca nave, ho così trovato qua e là questo piccolo frammento di vita, una storia semplice la cui trama si dipana come la stoffa di un tessuto. Lana grezza. Un filo invisibile uguale a tutti gli altri, non presente. Una magia che, una volta elaborata, non cessa mai di esistere, come uno schiaffo sulla guancia che fa capire come il destino non è una catena di eventi ma un volo, Dio, la fede, l’amore come un continuo avvicendarsi di creazione e distruzione. Un'altalena sfilante. Qualcuno - un padre, un marito - incapace di prenderci per mano e trovare quel fiume - immaginarlo, inventarlo - e sulla sua corrente posarci, con l’irruenza di certe parole, perchè impossibili da comprenderne il significato fino in fondo.
Con un leggero rumore ho aperto una porta invisibile che si affaccia su un mondo che ospita un uomo che avrebbe dovuto parlare di amore, non per sé o per la donna a fianco, quanto della sua patria. Questo romanzo, che è contornato da una visione lucidissima ma anche sveglia della realtà che trova spazio, sfogo, sogno in precisioni inconsce, è un silenzio assordante di un gruppo di poveri reietti di cui l’autore fu attorniato. Memoir che riflette sulla difficoltà di poter liberarsi dalle maglie di un’educazione integralista, centrale nelle opere dell’autore, esplorazione di una fede oppressiva, di libertà personale il cui messaggio ruota attorno alla liberazione della nevrosi religiosa, l’identità culturale e la satira come strumento di sopravvivenza contro Dio percepito come primitivo e onnipresente. Ateo e diffidente, in un rapporto conflittuale tra uomo e Dio in cui questi è un essere vendicativo osservato da un ossessione nata dalla sua visione ultra ortodossa. Brutalmente vera da cui l’autore tenta di essere attendibile, credibile, incoraggiando quella volontaria sospensione dell’incredulità. Piccola nazione di prepuzi come identità macchiate fin dalla nascita, l’adesione alle regole e il desiderio di liberarsi da un passato “tagliato” e vincolante perché pregno di rivolta, ribellione in cui si tenta di bilanciare ogni bisogno culturale e razionale.
Valutazione d’inchiostro: 4

Non conosco, ottima recensione, grazie
RispondiEliminaA te! :P
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