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lunedì, marzo 25, 2024

Gocce d'inchiostro: Tempesta in giugno - Irène Némirovsky

Ho letto quasi tutto di Irène Némirovsky, prolifica scrittrice francese il cui nome ha sempre avuto una certa importanza. Nella cittadella della mia coscienza è definita come quella potente luce che irradia ogni cosa. Questa luce naturalmente sprigionata da pagine e pagine non scritte con l’inchiostro quanto col sangue, facilmente riconducibili al respiro di una nazione mutata, stravolta da valori, dai valori della castità e del risparmio. Rinchiusa in una dimensione personalissima in cui la scrittura divenne forma di esplicazione, desiderio, segreti in cui l’anima di chi legge si allinea a quella di chi scrive. E il tutto rinchiuso in forme di straordinaria bellezza, che squarciano il velo dell’impossibile, donano un senso ad ogni cosa. Ebrea d’origine vinse, metaforicamente parlando, l’incessante lotta che appartenne a lei e lei soltanto, e anche questo ennesimo testo, opera postuma di Suite francese, dà ampio spazio alla costruzione di quel meccanismo magico in cui si poggiò ogni cosa. Diede respiro e forma a quella piccola sfera privata dell’autrice, in cui sono rinchiusi i respiri di un’intera generazione.

Titolo: Tempesta in giugno

Autore: Irène Némirovsky
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 20 € 

N° di pagine: 339

Trama: «Irène Némirovsky» ha scritto Pietro Citati «possedeva i doni del grande romanziere, come se Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Flaubert, Turgenev le fossero accanto e le guidassero la mano». Per tutti coloro che dal 2005 (anno della pubblicazione di Suite francese in Italia) hanno scoperto, e amato, le sue opere, questo libro sarà una sorpresa e un dono: perché potranno finalmente leggere la «seconda versione» – dattiloscritta dal marito, corretta a mano da lei e contenente quattro capitoli nuovi e molti altri profondamente rimaneggiati – del primo dei cinque movimenti di quella grande sinfonia, rimasta incompiuta, a cui stava lavorando nel luglio del 1942, quando fu arrestata, per poi essere deportata ad Auschwitz. Una versione inedita, e differente da quella, manoscritta, che le due figlie bambine si trascinarono dietro nella loro fuga attraverso la Francia occupata, e che molti anni dopo una delle due, Denise, avrebbe de­votamente decifrato. Qui, nel narrare l'esodo caotico del giugno 1940, e le vicende dei tanti personaggi di cui traccia il destino nel suo ambizioso affresco – piccoli e grandi borghesi, cortigiane di alto bordo, madri egoiste o eroiche, intellettuali vanesi, uomini politici, contadini, soldati –, Némirovsky elimina tutte le fioriture, asciuga e compatta; non solo: ricorrendo alla tecnica del montaggio cinematografico, limitandosi a «dipingere, descrivere», sopprimendo ogni riflessione e ogni giudizio, conferisce a questo allegro con brio un ritmo più sostenuto – e riesce a trattare la «lava incan­descente» che ne costituisce la materia con una pungente, amara comicità.

La recensione:


 La grandezza dell’individuo non sta affatto nella sottomissione, ma, al contrario, nel misurarsi col destino malgrado la sua fragilità.


Sempre parlando dei miei autori preferiti, Irène Némirovsky, prolifica scrittrice francese, dallo sguardo vacuo e un pò triste, fu << causa >> di notti insonni, frasi sussurrate nel cuore della notte, recensioni chilometriche che forse non leggerà mai nessuno ma che acquietano il mio animo. Il mio spirito. Fu a causa della guerra che dovette fuggire. Dovette riporre sogni o speranze in quaderni fitti di pensieri, riflessioni esacerbate sul suo sé, la sua identità apparentemente perduta, figlia di una generazione che lentamente si avviò lungo la strada della distruzione. 

Se una ragazza come lei, perchè all’epoca l’autrice aveva appena vent’anni, voleva qualcosa, anche un ragazzo, non doveva fare i conti con i suoi o con le prodezze di un crudele Destino, che se ineluttabile, avrebbe cambiato il corso della sua esistenza, quanto confidare ci fosse un Dio buono e misericordioso che conducesse alla salvezza, alla beatitudine eterna. E a lei, e a tanti altri, figure della letteratura e non, toccò scappare: la ragazza sempre china su un quaderno logoro, una matita stretta attorno al suo piccolo palmo, era completamente avulsa in una realtà che presto o tardi l’avrebbe schiacciata. E le innumerevoli forme di sopravvivenza cui si faceva testo apparivano inutili, vane se prodigate verso qualcosa che garantisca certezze. Possibilità.

Per me tornare fra le braccia di un'autrice come la Némirovsky è stata un’esperienza bellissima e straordinaria. Indimenticabile, rivoluzionaria in cui sin dal principio il pericolo, l’angoscia che spirava nell’aria, nel silenzio oppressivo di ogni cosa intaccò l’anima dei più coriacei. Fece di quei sentimenti così oscuri, quali il senso di perdita, la sofferenza o la paura che si espande come un virus pestilenziale, pongono il mondo sotto una prospettiva dedicata alla tragicità, alla distruzione. E la Némirovsky avvertì tutto questo conferendo mediante queste pagine l’idea di una mancata libertà tipica della guerra, un tipo di libertà illusoria in cui il fantasma della memoria cozza con quello della guerra, come qualcosa di nefasto e oscuro. Emblema di vite perdute mediante cui si confida di poter rinascere, nascere, crescere, ponendosi completamente a nudo dinanzi a un mondo fatto di gente varia, di gente che vive col terrore di poter essere annientata, da un momento all’altro, con aspirazioni e preoccupazioni diverse da quelle di diventare ricchi.

Il modo in cui la scrittura allinea gli elementi, descrive donne e uomini, le loro qualità, i loro difetti, avrebbe illuminato da vicino la vita con forza e determinazione, avrebbe mostrato e donato importanza ad uno scontro bellico come quello della guerra, in cui l’arte avrebbe potuto adattarsi meglio allo spirito umano, la poesia avrebbe avuto un respiro più ampio, più significativo che unito al realismo percorso attraverso il sentiero insidioso della vita, delle parole, degli abissi dell’anima, avrebbe rivelato quelle passioni che si scontrano come lampi in una notte di tempesta. Perchè solo grazie alla letteratura sarebbe potuta divenire sfinge, assenza loquace che non esprime un’opinione non giudicando ma mostrando con imparzialità ogni cosa, tutto quello che è celato dal dolore, dalla lacerazione, dalle torture o dagli avvilimenti dell’anima perchè non sarebbe stato possibile scorgere queste storie, questi frammenti di un altra epoca cui si fa continuamente cenno.

Grande mosaico, vasto campionario di vizi, virtù della Francia, istantanea che immortala tutta una società dinanzi a un gigantesco disastro, edulcorati dalla guerra e della prigionia della realtà storica, mi sono mossa sotto un cielo soave e splendente, in cui ogni cosa divenne visibile, luccicante e splendente. Ma zeppo di egoismo, crudeltà, ferocia in cui il valore della memoria diviene registrazione, certificazione di verità sepolte, fucina intellettuale in cui cesellare un talento innato: quello che era rinchiuso nel cuore di una bambina marginalizzata nella scrittura e che solo grazie ad esso potè << muoversi >> liberamente. 

Il Male esiste e persiste come unico conforto possibile a quello di sfogare ogni cosa, ogni sentimento o emozione celato mediante letteratura, che la salvarono, la convertirono ad un tipo di religione che assimila e coordina gli ideali di una nazione, di una patria che rifugge da ogni persecuzione, ogni ribellione. Poiché i fantasmi che concepisce o produce sono espediente mediante cui è possibile comprendere il motivo per cui la dimensione del sogno si rivela ennesima prova di dare voce all’indicibile, ad una realtà così lugubre e confusa che sfuma nel niente. Nell’inutilità di forme di felicità recisa dal tempo e da un tipo di libertà illusoria, che la stessa Némirovsky non otterrà mai, baluardo mediante cui opporre resistenza al mutamento e alla transitorietà in cui gli eventi nascono dal desiderio di registrare minuziosamente ogni cosa: impressioni, ricordi o luoghi comuni. Così lucidi da restare saldamente impressi nella mente di chi legge e che l’autrice affina nel mondo della solitudine. Ed ecco come la parola divenne antidoto alla solitudine stessa, al dolore poiché mutazione o mutamento di depositi morali che verranno dopo, e che sono generati da agglomerati di anime che detestano la guerra, promuovono l’invidia come forme del mondo, all'improvvisa stabilità e instabilità di ogni cosa.

Questa tempesta a cui fa continuamente cenno il titolo è richiamo costante al mancato senso di appartenenza in un posto o in un luogo che ci impedisce di essere integri. Episodi dolorosi, disfatte di un esodo che non sono nobilitate da un pò di dignità e di grandezza che meritano essere ricordati, satira della storia francese in movimento di quel colosso cieco che un romanzo è capace di far vacillare prima che cada, poiché evidenzia l’inaspettato, mostrano la sorpresa. L’indagine accurata su ciò che lo spirito scopre psicologicamente, spesso ricorrendo alla massa, optando per un narratore che si nasconde dietro i suoi personaggi e che si alimenta di storie, di parole come se il loro stare sul mondo dipenda esattamente da questo.

Memoria di vita rubata, strappata e poi restituita, dinanzi al fragore del mondo, baluardo in cui ci si oppone con resistenza al mutamento, alla transizione in cui gli eventi nascono dal desiderio di condivisione e comprensione, mai l’esperienza di riabbracciare un autore come in questo periodo mi ha reso più viva, più felice, grata di aver registrato minuziosamente impressioni, ricordi o luoghi comuni che resteranno nella mente, specialmente nella mia, come immagini di alta qualità.

Valutazione d’inchiostro: 4 e mezzo

2 commenti: