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venerdì, dicembre 05, 2025

Sette gocce in sette giorni: romanzi vissuti in una settimana 8°

Ho studiato un piano, prima che giungessero questi ultimi giorni dell’anno, e sebbene di romanzi di cui parlarvene ce ne sono un bel pò, da considerarsi ineluttabili e inevitabili, mi è stato davvero impossibile non poter tuffarmi, in un mondo che mescola vecchio e nuovo, in storie brevi ma necessarie per arricchire il mio bagaglio culturale. Le vicende di alcuni, infatti, mi hanno coinvolto da molto vicino, più di quel che immaginavo. Altri, invece, mi hanno avvinta e stanziati nel nulla con una banale proposta per via telematica, mentre la mia vita continuava a seguire un processo tutto suo, di cui io ero solo spettatrice e non artefice, in cui i romanzi rappresentano quello splendido surrogato che, in un momento imprecisato, possono esplodere vulcanicamente, come non accade con nient’altro.


Ognuna di queste storie è stata messa al mondo, concepita con una certa cura, forse in modo inconsapevole, mossa dalla necessità di riconoscersi al mondo con un ruolo completamente diverso nel proprio destino, una funzione che li ha, ai miei occhi, trasformati in elementi imprescindibili nel carosello di quelle nozioni, dottrine utili ad arricchire il mio bagaglio culturale, redimendo ogni cosa dall'effimera condizione di romanzi scacciapensieri, che inconsapevolmente e con leggerezza avevo assegnato precedentemente.

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Titolo: I visitatori celesti

Autore: Chandra Livia Candiani

Casa editrice: Einaudi

Prezzo: 13 €

N° di pagine: 136

Trama: I visitatori celesti sono quattro figure che portano un messaggio: non si scappa dall'invecchiare, dall'ammalarsi, dal morire, ma c'è una Via, opposta all'oblio, che nell'affrontarli trascende il danno e la sofferenza. Per questo sono detti «messaggeri», perché portano notizia bruciante, messaggio che risveglia, e «celesti» perché non si limitano a rivelare l'ineluttabilità delle sfide radicali della vita, ma ci aprono anche la soglia di significati altrimenti ignorati: significati celesti, che vengono da un al di là della condizione rassicurante e confortante in cui di continuo ci rintaniamo, a causa dell'angoscia in cui la finitudine e il dolore ci gettano.

La recensione:


Tutto cambia e io cambio insieme a tutto. Anche questo passerà. Resta il conoscere. E questo conoscere è simile a carezza, a soffio, a gentilezza amorevole, a compassione: sue variazioni sullo stesso tempo.


C'è qualcosa di sconcertante nello scrivere un romanzo intimistico, non credete?!? E’ una sfida per lo scrittore. Sarebbe quasi impossibile individuare per me i passaggi che portano in un certo posto, in una certa collocazione. C'è sempre qualcosa di inafferrabile, insondabile. Pur quanto ami leggere, quando leggo un romanzo di questo tipo non riesco mai a giungere subito alla chiarezza di certi intrecci stilistici. Ci sono esitazioni, allusioni, giri e rigiri. Mi ritrovo poi a riporre nero su bianco quelle che non sono altro che le mie vivide impressioni al riguardo, come? Mediante quel battesimo magico che mette in contatto il mondo di qua con quello di là. Tentando di ripristinare gli elementi, e arrivare lontano...

Oppure si tratta di qualcosa di cui si serve chi professa un tipo di fede che ha a che fare, non solo col corpo ma anche con lo spirito, con cui lavora e che sfugge alla mia coscienza?

Da lettrice ho potuto così contribuire, anche solo in minima parte, alle gloriose gesta di esseri umani comuni affamati di violenza e potere. Le mie reazioni al riguardo, il male che è dipanato, ricevuto, incassato, come niente fosse sono ancora un enigma, e questo romanzo è divenuto quindi una lettura perfetta sin dal primo momento in cui sono riuscita ad avere pienamente coscienza delle motivazioni che spingono l’autrice di esporsi dinanzi al mondo, guardarsi allo specchio mediante gli occhi di un altro. Forse la spiegazione più semplice è dovuta dal fatto che l’uomo è un essere mortale che è spesso tratto in inganno, peccatore e penitente, che vaga lungo la riva dell’assurdo senza alcuna possibilità di salvezza, redenzione. Perché la vita sembrerebbe basata esclusivamente sul culto maschile della conquista. La legge del più forte sul più debole, e tutte quelle stronzate al riguardo. Ma chi è pronto a combattere, a incassare ogni colpo, è pronto anche ad ammettere le sue colpe, i suoi errori, consapevole che quel bruttissimo parassita di cui Dostoevskij temeva ma, onor del suo, confermava fosse presente in ognuno di noi, si risveglia come una bestia famelica, agogna alla libertà?

Niente di più vero, se una simile condizione la si può attribuire all’invecchiamento, alla malattia, che, inevitabilmente, presto o tardi, ci portano dinanzi alla morte, alla fine, alla conclusione di ogni cosa. Opposta all’oblio, trascendendo il danno e la sofferenza, definiti dalla scrittrice, da questa maestra di spiritismo, messaggeri, perché non si limitano a rilevare esclusivamente l’ineluttabilità delle sfide radicate dalla vita, quanto forme in cui ci sentiamo o precludiamo a causa del dolore, della sofferenza, dell’angoscia.

Le riflessioni riportate, i pensieri posti e riversati come inchiostro ancora infuocato sulla pagina, sono frutto di insegnamenti, esperienze vissute in prima persona e sul campo, di cui la sua autrice fu << fortunata >> di vedere, vivere, andando oltre quell'invisibile barriera dell’immaginario collettivo, affrontando tematiche per nulla semplici, ma che sono alla base della religione buddista in cui riserba un tipo di devozione o amore assoluto a un essere o entità che non conduce tuttavia alla liberazione dello stesso, quanto fondato su quegli insegnamenti in cui è possibile riconoscersi con gli occhi di un altro. Perchè se si osserva attentamente il filo serafico della vita sciogliersi dinanzi ai nostri occhi, evitando che esso si inceppi, si ingarbugli durante il suo snocciolamento, diventi una ingarbugliata matassa impossibile da snodare o sciogliere, niente diviene intoccabile o non visto, se non nell’immaginario collettivo. Quanto a domandarci, chiedersi se l’uomo è fatto di carne e ossa, mente e vita, ponendo una certa fiducia a come risvegliare quel sentimento compassionevole nei riguardi del prossimo. Forse solo così, sarà possibile alleviare le sofferenze, le pene del cuore, che come un fardello troppo pesante gravano sulle nostre spalle, sulla nostra coscienza?

Spesso ho avvertito il desiderio di avvicinarmi, provare a instaurare un contatto. La mia anima non ha potuto fare  a meno di interrogarsi, porre delle riflessioni che hanno riverberato sul mio spirito, come un'aureola incandescente, ponendosi dolcemente sul mio capo, imponendosi come un dominio, spazzando via qualunque inerzia o sbadataggine.

Conciso ma netto come una stilettata, affresco intimistico e riflessivo terribilmente affascinante in cui l’autrice si guarda dentro, ma invita anche a farlo nel riconoscersi nella sua condizione individuale. Peccatrice che tuttavia può sempre compiere innumerevoli sforzi per redimere la sua anima, il suo spirito, specialmente in prossimità della morte.

La forza di questi messaggeri, angeli tramutati in diavoli la cui sostanza è turbolenta come una bufera estetica, tremenda e spaventosa. Sedotta da una storia che non è una vera e propria storia, quanto il piacere di narrare, confrontarsi col prossimo, mediante l’esplorazione di una terra - quale la compassione - che non dovrebbe essere ignota come sembra.

La mia anima era stata riempita da qualcosa che mi ha spinta a largo, in un traghetto indirizzato chissà dove - di cui io stessa delle volte mi ritrovo in queste colpevolezze di azioni o gesti di cui non hanno una sua origine, messe però poi da parte perché redente mediante riflessione, ammenda. 

Nello spazio ridotto della mia camera, fu così che fui catapultata nel cuore ma anche nella mente della sua autrice, in forme primitive, frenetiche, irrequiete di possesso, ossessione e magnetismo, intrecciando e sovrapponendo le nostre vite al fine di tessere una catena di eventi che determinò la nostra unione. Una strana magia che mi ha permesso di considerare questo testo di maggiore rilevanza di quel che avevo attribuito, al principio, e il cui messaggio potrebbe perpetuare nel tempo. Sprigionarsi come un canto, forte, crudo, violento, combinandosi allo splendore degli astri. Contrastando qualunque forma di follia, lealtà.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Il paese dove non si muore mai

Autore: Ornalla Vorpsi

Casa editrice: Minimum Fax

Prezzo: 13 €

N° di pagine: 116
Trama: Nel paese dove non si muore mai, per le donne la morte è invece sempre presente. Muoiono in seguito ad aborti domestici oppure impiccandosi insieme a un'amica, con un filo elettrico che i bambini usano per giocare. O si annegano in un lago, per una storia d'amore disperata. Gli uomini spariscono soltanto e non vengono sepolti; forse sono stati fucilati, o forse no. Siamo in Albania, terra di polvere e fango, ai tempi della dittatura, ma il paesaggio di Ornela Vorpsi è un territorio letterario per eccellenza: esemplare, metaforico, universale. È Europa, ma potrebbe essere Africa, Asia, Sudamerica, un compendio tragico della condizione femminile e umana in ogni parte del mondo. In un italiano adottato come si adotta una speranza, e carico di espressività e di dolore, Ornela ci racconta l'antieducazione sentimentale di tutte le donne in mezzo alla violenza e alla solitudine, le loro storie di puttaneria e vergogna, di proverbi e cucine seminterrate, con una lingua simile a un bisturi.


La recensione:

Ornela Vorpsi ed io al tavolo di un caffè. Lei che, con diplomazia e un sorrisetto stampato sulle labbra, mi confessa di aver partorito un figlio, qualche anno fa. Io, che del resto non mi sorprendo più così tanto di questo continuo ciclo della vita, quanto della nostra vicinanza, del nostro incontro, non sembra un'estranea ma una cara amica. Questo nostro primo incontro ha sortito un'infinità di sensazioni. Il mio cuore sembrava volesse esplodere, sfuggire dalla stretta ferrea della gabbia toracica. Non riuscivo quasi a concepire le motivazioni, ma se mi trovavo qui doveva esserci più che un valido motivo.

La lettura di quest'ennesimo romanzo era dotato di un’anima sporca, turbolenta, ma affascinante e trascinante - che all’esperienza del presente, quello cioè della sua autrice, trae significato dai movimenti di persone. Da un intreccio di lingue e culture che si concretizzano nell’interazione con le situazioni, opera dotata di un’immaginazione lucida ma opulenta che tenta di acchiappare una sua identità, in cui si avverte un certo distacco dalla lingua d’origine. Essere nata in un luogo in cui si desiderava nient’altro che l’esilio, raccontare il passato in un presente non ancora soggetto a modifiche, mediante un’osservazione attenta e remota, è quel percorso di vita che la sua autrice e chi leggerà intraprende inconsapevolmente. Perché sentirsi estranea nel proprio paese d’origine e costretta ad agognare l’esilio come ripercussione dello spirito, è una forma evanescente di delizia in cui è possibile riconoscere il sogno di una donna che amava le parole e l’arte. Fece di questo romanzo un percorso a ritroso; dalla sua terra d’origine, a Parigi e, solo da qualche tempo, in Italia, tracciando i passi di un processo di crescita interiore in cui le lacrime, quelle che verserebbe chiunque è stato privato della sua identità, così pura ed evanescente, sono pregne di un certo pessimismo, per il lettore più colto quello tipico schoperenuaniano, un senso di marginalità tipica della poetica russa, ponendo e sollevando una critica sociale e politica all’Albania, unita a un forte senso di spiritualità, attrazione per una terra che potrebbe essere fiorente, fulgida come stelle, fatalista e ineluttabile a contrarre i sintomi di una << malattia >> incurabile che la incunea, la struttura in una piccola isola deserta da cui solo mediante le sue forze potrà sottrarsi. Sfuggire da quell’incessante scontro fra vecchio e nuovo, dalla possibilità che uno splendido paese come l’Albania fosse soggetta a mutamenti, la nostalgia che tali cambiamenti non subentrino se non mediante l’osservanza di uno scontro che è causa di violenza del potere capitalista. Soggiogato dalla dittatura di Enver Hoxha che governò il paese dal 1944 al 1985, isolandolo dal patrimonio culturale e politico, sopprimendo ogni libertà civile, politica e religiosa e una repressione violenta mediante il Sigurimi, sollevando quelle forme di violenza che minacciassero il comando del partito, garantendo la stabilità delle istituzioni, e reprimendo la criminalità.

Scelte politiche che nel tempo divennero sempre più restrittive, fino ad arrivare ad un isolamento dal resto del mondo inducendo il popolo a sconfiggere o scongiurare nient’altro che l’esilio. L’unico paese a mostrarsi amico fu però la Cina, condotta da Mao Zedong da cui il paese prosperò, per qualche tempo, ma poi fu soggetto nuovamente a delle ripercussioni che lo inclusero in una bolla di necessità ed emergenze. L’Albania era stata soggetta a ignobili reati e l’attuazione di nuove riforme avrebbe comportato alla rinascita del paese, sorretto da ideali democratici il cui percorso politico, quello guidato da Sali Berisha, avrebbe conferito nuove idee di speranza, la realizzazione di quei sogni sopiti dal tempo.

E, fra queste innumerevoli sfaccettature, un forte bisogno di evasione o libertà che avrebbe comportato a forme di perdizione o avvenenza dalle mancate regole darwiniane, impartendo prerogative e cospirazioni. Il mondo avrebbe dovuto seguire un certo ordine, come una specie di Ameba che si moltiplicava e segnava le innumerevoli indicazioni o coordinazioni per sé, lo Stato supremo, la possibilità di esserci. Confidando nella supremazia di una specie di eroe che tenta di perseguire e seguire un percorso fra ameba e consumismo, pur di comprendere o scoprire la sua grandezza. L’Albania era una terra che dal 1967 divenne atea. Le riforme attuata erano di tipo staliniane che prevedettero l’abolizione di proprietà private, la nazionalizzazione delle industrie, quelle agrarie e relative all'istruzione e alla sanità affinché il paese potesse essere indipendente e in grado di produrre a sufficienza le materie prime. Un bellissimo uccellino cui fu limitata la libertà e la nascita di un tipo di monarchia che non fosse volta al solidarismo o a quelle riforme che, attuate, conducessero il paese ad una rinascita, quanto ad un annientamento completo.

Avanzando a tentoni si giustificano o calibrano i limiti dell’esistenza, così uguale a se stessa, e l’amore per la patria, misurato ed attribuito alle donne perché suggerendo un chè di profondo che contiene l’universo, ma Il paese dove non si muore mai resta solidificata in forme di intrattenimento in cui le donne, quelle di qualunque età, deflorate e recise come le fronde di un albero, non produce niente di rassicurante e positivo. Quanto acuto, sottile, tenero e putrescente che si riflette nella mortalità, nell’abbandono, nella ricerca di una vita sregolata segnata dalla sofferenza, spiffero da cui trapela la serenità, così evanescente e illusoria come il desiderio di fuggire, riconciliarsi con i propri tormenti interiori.

Non rimpiangere niente, ne un pubblico vasto di lettori, affinché osannino o accettino la proposta di vivere sulla propria pelle un’esperienza di vita che non è solo romanzata  né quello che per molti potrebbe essere considerato un incubo, quanto piantare un seme: un seme che pian piano crescerà sempre più. La sua immagine celata sotto una miriade di fogli e parole, la sua identità ancora per me segreta, la sua voce, il profumo delle sue lacrime che ancora rigano un volto triste, sono ancora delle enormi incognite che pervadono l’anima di questo testo che, sotto certi versi, è qualcosa di indefinibile. Perchè impossibilitati ad immaginare quanto sia frustrante dover scappare dalla propria terra natia. Senza avervi avuto mai l’opportunità di instaurare un rapporto diretto, che non sia fatto esclusivamente di carta e inchiostro, donandomi un senso d'intimità e di adulazione con un autrice che prima di adesso era avvolta in un alone di mistero. Il mio mondo interiore si bea di queste cose, ponendo una certa attenzione a certi idiomi storici da cui posso arricchire il mio bagaglio culturale, le mie conoscenze, rammaricandomi però di questa mancanza di intimità, di interazione, per via di un fato crudele ed egoista che lo impedisca.

Nel pomeriggio in cui mi appresto a porre nero su bianco tutto ciò, rischiando di fare una brutta figura, ho cominciato a scrivere senza nemmeno rendermene conto. Ma di cosa dovrei sorprendermi? Quando mi imbatto in questa tipologia di testi succede quasi sempre questo, e scrivere una recensione che abbia un senso compiuto - non solo per me stessa, ma anche per chi mi legge - pare una follia. Questo è stato l'inizio di un legame reale ma intoccabile in cui ho dato per scontato le qualità di un testo apparentemente blando, e ascoltato la voce prorompente del mio cuore. Mentre nella vita certe cose non le si può immaginare, quanto capire solo vivendole in prima persona, con la scrittura ho potuto rievocare ogni cosa. Ho potuto esprimermi con naturalezza e onestà, allo stato puro. Estrapolando quelle idee, quelle massime di vita che ruotano attorno alla malattia come priva di forma, quella così infida che si insinua dentro a delle verità in cui è però importante scoprire la verità, quella che presto o tardi ci avrebbe condotto dinanzi alla morte. Stemperato da forme atipiche di amore, come un naufrago disperato costretto dal dolore in cui lo spettro dell’eternità regna sovrano come una forma inestricabile e robusta. Impossibilitato a curare quella piccola piantina della razza umana, vegliando su di lei, quanto soggetto a quelle cattive abitudini, prive di autonomia che sono conseguenza, negazione, risonanze devastanti che derivano dalla parte più profonda dell’anima della scrittrice. Mediante vibrazioni nuove e oscure provenienti da un luogo che non avevo ancora visto, sentimenti buoni e cattivi, mostruosi o normali, che mi hanno dato la possibilità di inoltrarmi nel suo mondo. Tutto questo, tutti questi sentimenti condensano l'anima di Il paese dove non si muore mai. Ed io ho cercato di comprenderla, senza rendermene nemmeno conto, nascondendo ai più curiosi l'identità di questa mia nuova lettura. La sola che, alla fine, ci fa comprendere che noi siamo il frutto delle nostre azioni, e dalle quali non siamo né creatori né inventori, ma responsabili nel comprendere la vita.

Tutto questo sembra abbia a che fare con una conversazione molto importante con me stessa. La mia coscienza, guidata dalla voce carezzevole dell'autrice e guidata a largo, ha seguito la sua storia registrandola, e comprendendo come uscirne indenni dal vortice prorompente della sua lettura sarebbe stato difficoltoso. Mi sono chiesta quale sia la qualità dell'amore, e come i personaggi lo interpretano, perché io molto spesso ho vissuto momenti da sogno grazie a loro, nel sentiero insidioso della vita, mentre li vivevo.

L’immortalità, l’oscurità, ombre, forme instabili che ballano come la luce tremolante in una stanza, regnavano sovrane, e in cui la megalomania che decima il paese in gruppi o etnie bigotte è una forma di rispetto a cui non ci si può fare nient’altro che aggrapparsi, alimentando le speranze di un paese ottuso le cui usanze restrittive e circoncise nei limiti dei miti greci, censurano ogni cosa come punizioni da infliggere.

Con un certo entusiasmo sono entrata in questo mondo e l'ho posseduto … o, per meglio dire, lui mi ha posseduto. Stringendomi la gola, senza darmi alcuna via di fuga. Tastando un territorio familiare e riconoscibile in cui ho potuto scorgere una parte di me. Una forma atipica di comprensione, spontanea come uno starnuto. 

Valutazione d’inchiostro: 4 

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Titolo: Il servo di Byron

Autore: Franco Buffoni

Casa editrice: Fazi

Prezzo: 16 €

N° di pagine: 155

Trama: "Perché è nato Lord ed è alto più di sei piedi!". Questa, nelle parole di John Keats, la vera ragione dello strepitoso successo di George Gordon Byron. E c'è già, in questo sferzante giudizio, lo sguardo che osa spingersi oltre la barricata di una leggenda vivente, di Byron e soprattutto del "byronismo", di un'efficacissima costruzione di sé quale luciferino seduttore, signore dei salotti londinesi. Riprendendo l'intuizione keatsiana, Franco Buffoni ci svela definitivamente l'uomo Byron: capace di amare soltanto ragazzi, ossessionato dal rimpianto per il suo grande amore perduto, Edleston, in una società quella inglese del primo Ottocento - in cui l'omosessualità era punita con la gogna e l'impiccagione. Dietro la maschera del fratellastro incestuoso e dell'homme fatal, c'è dunque la verità di un'intera vita in fuga, costretta a celare un segreto "infamante" conosciuto solo da pochi. Tra questi, il servo-amante Fletcher, coetaneo di Byron, che in questo libro rivela molte vicende finora taciute nelle biografie ufficiali del poeta: dall'iniziazione alla corte di Alì Pascià in Albania, durante il grand tour, al suo innamoramento non corrisposto per Shelley, dal misero fallimento del suo matrimonio di facciata alla passione per Lukas, giovane patriota con cui Byron si legò durante la sua ultima, fatale avventura politico-militare in Grecia.


La recensione:

Il servo di Byron nasce dalla realizzazione di fatti realmente accaduti, dalla nascita di un amore cocente e prorompente che valica ogni confine o barriera, a tal punto che in un momento imprecisato della sua vita un uomo comune, Franco Buffoni, nutrì non solo una certa curiosità che ha raggiunto livelli inimmaginabili, quanto il desiderio di volerlo << raccontare>>. Dargli una voce. Lord Byron, anzi, l’eroe byroniano, era un personaggio idealizzato e imperfetto i cui attributi includono il talento, una certa passione per tutto ciò che ritraeva letteralmente l’anima a nudo, e una certa avversione per la società e le sue istruzioni, quel mancato rispetto o l’impossibilità di abbracciare certi paradigmi o dogmi che spesso condussero a comportamenti autodistruttivi. L’uomo non poteva essere libero, il cittadino doveva seguire o abbracciare certe leggi che se seguite avrebbero dovuto mantenere un certo ordine, e, se non considerati, soggetti a cambiamenti o mutazioni. Come le poetiche legislative che vigevano all’epoca e le diverse specie della società i cui principi derogati avrebbero comportato a un’abolizione alla pena di morte. L’uomo diviene così buono, quel cittadino che segue e persegue delle regole di comportamento che promulgano l’amore per Dio, ma una mancata libertà avrebbe generato nient’altro che angoscia, sconforto, virando alle gesta di un essere disilluso, incompreso, compresso da una vita di piaceri e baldoria, ma perennemente alla ricerca di distrazioni, in una terra straniera che è ancora reduce da un conflitto post rivoluzionario e napoleonico, o a sceneggiate materialistiche incantevoli. Sulfureo e ostile, Byron era un principe maledetto che tentò di accaparrarsi ogni espediente pur di salvare le apparenze, nascondere la sua natura da occhi e orecchie indiscrete, così fascinoso per il suo spirito soggiogante, ma debole nella carne e nel cuore. Adempiendo alle più diverse funzioni, sia fantasiosamente sia realisticamente, mossi come schiere, anima contrita e dannata che entrò nella lotteria della vita, accettando la curiosità di conoscere l’inconoscibile, il diletto di immergermi tra le pagine di un testo che in una manciata di ore mutò forma, divenne ammirazione, non poi così strano o innaturale, come in passato accadde con tanti altri romanzi. E non sbalordisce nè tantomeno sembra innaturale che fra le sue pagine io non abbia scovato una parvenza di svariati romanzi.

Lord Byron sopravvenne dopo qualche settimana frenetica, dove vi ho colto il battito di un cuore che ha da poco preso a vivere. Su uno scenario crudele, freddo, quasi ostico, che batteva sul terreno tutto affannato a richiamare la mia attenzione, il mondo esterno mi aveva stretto da ogni parte. Ed io non ho potuto fare a meno di sentirmi smarrita e ritrovarmi unanime con lui.

Fuggendo nell'apparente silenzio della natura, nel muto carcere di un luogo tenace e spietato, nell'ineffabilità di un sonno profondo, sprigionando il suono così regolare e martellato, di una voce  forte e altisonante.

Acquietare quell'inspiegabile frustrazione che annientava il suo spirito, man mano che mi inoltravo tra queste pagine, ho constatato come l'hobby della scrittura  delle volte implica a vivere delle sfide. Perché non si può iniziare qualcosa, dare vita, forma o respiro a una creatura, e non prestarle più attenzione. Quanto diviene sempre più impellente, urgente il bisogno di unione, scovando quella normalità tipica ma distorta di un’esistenza triste e maledetta. Perché con grande sorpresa e un certo entusiasmo ho accolto la storia di un uomo che lessi, solo qualche breve trafiletto, alle superiori, fra banchi di scuola sporchi e recalcitranti, inconsapevole che quasi quindici anni dopo vi avrei fatto ritorno.

Il poeta convenzionale dell’immagine collettiva, personificato mediante le gesta prominenti di un professore, uno studioso di lettere che fece della vita, lo studio delle opere di Lord Byron massima di vita, della sua vita, assunsero una forma ma anche una sostanza, nonché diventarono emblema letterario di quella figura maledetta e influenzata da una visione 

diametralmente opposta alla nostra, le cui idee, i cui modi apparvero all’epoca poco educativi, quanto offensivi, stregoneschi, ma fedeli alla sua visione di poeta maledetto e romantico. Conseguenza di desideri, repressioni del cuore che giustificano una certa diffidenza ad

approcciarsi ad una lettura sconosciuta, - il suo autore era per me sconosciuto - di cui si apprende l’esistenza del suo romanzo solo qualche giorno prima; mediante l’adesione all’ennesima sfida di lettura. 

La scenografia su cui si realizzava, dal mio personalissimo santuario magico, illuminava un certo angolo che mi permise di leggere della sfortunata storia di quest’uomo con un certo interesse. Tra me e lui, in un certo senso, ci sono secoli e secoli di storia che ci differenziano, profili di uomini comuni ma recisi dalla posizione che loro occupano nella società, stagliati nettamente contro i riquadri dell'anima del romanzo. Tutt'attorno si apriva la strada non propriamente spianata delle gesta di un giovane uomo, una piccola finestra su un mondo da cui ho intravisto i contorni, così colmi di spunti di riflessione ma soprattutto di elementi storici, sessuali e politici Ho così potuto vedere gruppi di anime recise da azioni violente o involute; la forza motrice era indistinguibile, se osservo il tutto sotto diversi punti di vista, nelle sembianze di un uomo che mi ha girato attorno, mediante il suo amore poetico. Dall’amore per l’arte, le parole, al sesso, al dolore e alla sofferenza. L’anima di questa storia proiettata sulle punte delle mie dita senza che ne fossi del tutto consapevole. Persino la voce gracchiante ma distinta dell'autore vibrava di un'energia tutta sua.

La lettura di questo romanzo era zuppa di crimini, azioni inviolabili che macchiarono l’anima di questo testo, additarono quel povero essere che era Byron, in una condizione di peccatore e penitente. Il suo mancato rispetto per le regole, la fede volta a un unico Dio, l’importanza della giustizia e della rettitudine, la figura centrale di una divinità a cui ci si aggrappa era una linea di demarcazione che non bisogna valicare quanto conformarsi. Educando l’uomo, il cittadino a divenire creatura funzionale, conveniente al popolo e a Dio, ma che avrebbero alimentato quei gesti osceni, malvagi perlopiù incomprensibili e insensati. Condanne molto simili a quelle bibliche che esprimevano quella superiorità cristiana nei confronti degli altri, di altre religioni, altri culti, fissando qualche anima pia spirare e passare a miglior vita in men che si dica, concentrandosi esclusivamente con lo sguardo su ciò che aveva effettivamente da dirmi.

E' una faccenda originale; se penso alle mille volte in cui nutro un sentimento che oscilla continuamente fra il sereno e l'inquieto, con questo romanzo confidavo di poter andare tranquillamente. In un certo senso è stato così, sebbene quella di Buffoni non sia un trattato storico o una testimonianza vera e propria. Piuttosto la trama di vita di un uomo straordinario le cui azioni straordinarie hanno macchiato la sua anima, irrimediabilmente. Si è scoperto sprecare momenti più preziosi della sua vita. L'opportunità di rinascere, magari in una famiglia più ricca, il cui Fato sarebbe forse stato meno crudele ed egoista.

Lord Byron, così veritiero anche al di fuori della carta, rimase per tutto il corso della lettura seduto a fissarsi, presso la camera spoglia della sua prigione interiore, scarsamente illuminata da fasci di luce che baluginano lentamente, con uno stato d'animo coinvolgente, famigliare, con un guazzabuglio di pensieri che hanno richiesto di essere riportati per iscritto. Allusione alla massa umana che, come un eco remoto o un riflesso opaco, ha scandito pomeriggi all'insegna della solitudine e della monotonia, sprofondando dentro di lui vivendo nel mondo realizzato dall'autore. Trascinata dalla corrente della quotidianità, volgendo gli occhi a gesti che macchiano per sempre e che si limitano a riversare macchie d'inchiostro in un paesaggio povero e desolato in cui sembra davvero impossibile cogliere speranze o consolazioni.

Una storia che altri non è che un sudario di mancato amore, aridità del cuore umaro, miseria dell'anima che ha spiccato come un barlume di energia in un mare di degrado e spossatezza. Con la piacevole compagnia di una creatura che, nonostante i continui e perpetui tentativi di rinascere, ma invano, nel grigiore del suo cuore, ha illuminato anche il mio cuore inaspettatamente.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Balzac e la Piccola Sarta cinese

Autore: Dai Sijie

Casa editrice: Adelphi

Prezzo: 12 €

N° di pagine: 184

Trama: La storia di questo libro racconta di come la lettura, grazie alla segreta malia di una misteriosa, preziosissima valigia di libri occidentali proibiti, riesca a sottrarre due ragazzi, colpevoli soltanto di essere figli di "sporchi borghesi", a svariate torture e permetta anche a uno di loro di conquistare la "Piccola Sarta cinese". Così, pur vivendo in mezzo agli orrori della rieducazione, i due ragazzi e la Piccola Sarta scopriranno, in virtù di qualche goccia magica di Balzac, che esiste un mondo fatto di pura, avventurosa bellezza. Attraversando, nel frattempo, rocambolesche avventure.


La recensione:

Mi sento soddisfatta di avere stabilito un certo contatto con un autore celebre come Dai Sijie, sebbene il nostro incontro non abbia sortito l’effetto desiderato. Ma, in definitiva, mi ha reso alquanto soddisfatta. Perché anche se in questo romanzo non ho trovato, né tantomeno riscontrato quel famigliare eco di certi romanzi, quanto un’accozzaglia di antiche idee orientali, vecchie poesie che affondano le radici nella seconda guerra mondiale, lingua yeddish, il Gulag e tanta prostrazione, era come se l’anima di questa storia mi avesse chiamato. Allusioni di una realtà distorta o effettivamente realistica i cui messaggi ci sono stati trasmessi mediante situazioni realmente accaduti, come se il suo autore volesse comunicarci qualcosa ma non osasse esprimersi chiaramente, quel genere di racconto che in un modo o nell’altro si lega alla tua anima, riconoscendo in te qualcosa di loro, sin dal principio.

Perchè, pur quanto gli sforzi siano stati immani e ripetuti, questa piccola sarta cinese fu sorda alle mie orecchie. La sua anima non mi aveva instillato nel corpo il dolore più sordo che potesse esistere, sopportando ogni cosa col silenzio che contraddistingue le anime più silenziose, figura appartenente ad una grande metropoli in cui chi ne fa parte è un elemento rilevante di cui non si presta attenzione. Poiché l’umanità è un corpo di individui spinti all’uniformità e il Dio a cui si affida sembra essere sordo a preghiere o lamenti. Ma non in queste pagine, il cui silenzio si è protratto per tutta la sua lettura. Cogliere quel messaggio << sopra le righe >>, il cui fine è quello di scovare il Male - quel qualcosa di disgustoso, preoccupante - e che bisogna contrastare con la scienza e l’unione. Solo così sarebbe stato possibile rievocare la verità, combattere purchè fossero ripristinati i propri interessi: l’amore, il potere, il sesso, controllando la vita. La letteratura avrebbe aiutato a scovare la nostra esistenza, e fondare una società che possa renderci migliori degli altri come virtù celata e ben ristretta: le persone semplici con bisogni umani avrebbero combattuto per virtù celestiali come l’aria, la luce, la salute, l’amore, la libertà e il perseguimento della perfezione spirituale. Sijie parla infatti di gente umile, costretta fra i campi di lavoro durante il regime comunista che reclutava l’uomo come prigioniero. Combattendo guerre silenziose contro il materialismo, l’ipocrisia, auspicando qualunque intervento divino. E la letteratura, la parola scritta, il potere salvifico delle parole, il loro prorompente messaggio, che avrebbe potuto essere parecchio simile a quello degli antichi poemi in cui la morte era l’unico espediente dinanzi alla sofferenza, qui è solo una misera parvenza. Poco stimolante da non poter accrescere quel desiderio di unione, quel lirismo, sollevando il morale dei rivoluzionari.

Quello che intavola Dai Sijie è una storia il cui eco, la cui voce avrebbe potuto essere prorompente, se la possibilità di poter costruire, ricostruire e restituire voce a chi non aveva né avrebbe avuto voce non fosse stata attutita dai ripetuti effetti di un’esistenza sempre uguale a se stessa, appoggiando le sue basi su un simulacro di anime morte, spiriti e ideali, quanto su dottrine buddiste da cui tergiversare - fin quando sarebbe stato possibile - nel rudimento, nella costruzione di un anima che anziché rifulgere dalla morte la evita. Ma discostarsi da essa con le innumerevoli scoperte letterarie, opere di cui ci si ciberà come il sapere di tutta una vita, non opporrà qualcosa di nostalgico che si rivolti contro il comunismo, ponga fine a quelle innumerevoli denunce del periodo Gulag, o si creino delle alleanze che difendano il patriottismo affinchè l’autonomia locale decretasse il destino dei pochi. Comprendere a fondo l’usurpazione avrebbe equivalso a comprenderne qualunque forma restrittiva, scabrosa, in cui l’ammissione della colpa non sarebbe stata prevista, il tempo - seppur beneficio per ogni cosa che avrebbe colmato quel senso di vuoto, avrebbe spianato la strada ad una vita sempre più prosperosa, mediante simboli, avrebbe donato o trasmesso assetti di vita quotidiana in cui sarebbero stati ripristinati quegli elementi in cui l’amore avrebbe colmato quel senso di vuoto. Il fallimento della politica economica e il ripristino di forme ortodosse, marxiste e leniniste che coincisero col pensiero divulgato dal presidente Mao, desideroso di fondare una repubblica cinese in cui il grido impellente di una battaglia o lotta per il progresso borghese, avrebbe dovuto purificare la società perseguitata da intellettuali, annientò ogni tradizione culturale, mediante atti di rivolta di lavoratori agricoli perché impossibilitati a scovare un compronmesso fra proletariato e borghesia, senza concedere quella possibilità di salvezza mediante dialogo o scambio perché corrotto da un sistema di corruzione e nepotismo che favorisse l’agevolazione familiare indipendente da abilità o competenze. Intrappolando il paese in una gabbia che mise in pericolo la stabilità  della società liberaldemocratica.

Ho avvertito impunemente un forte senso di abbandono, poiché la letteratura sembrava essere la linfa vitale della vita, che non solo avrebbe estirpato il Male quanto donato luce e bellezza. Era qualcosa di patetico, ma anche triste constatare come la parola scritta - per me, la vita stessa - riflettesse la più trasparente libertà assoluta: quel grido di dolore che descrive la vita nei campi di concentramento, denuncia della condizione di quei prigionieri che mise a nudo la crudeltà dei nazisti nella sua elementare e banalissima quotidianità. E l’incontro/scontro con una piccola sarta, cui fa continuamente riferimento il titolo, coincide col desiderio ambivalente di elaborare un’idea, richiamo posizionalmente infetto, misero dei nazisti agli ebrei prigionieri nei campi, suonando e marciando durante pene e tormenti, divenendo così emblema letterario della riflessione critica intorno alla Rivoluzione Cultura del 1968. La sua diffusione contribuì a costruire un modo particolare di liberazione, mediante quel tentativo imperfetto e poco attraente per il mio gusto di trasformare l’amore assoluto per l’arte in immagini e linguaggio.

Per giunta, nelle moderne società di oggi, in cui ognuno vive sempre più separato dalla propria comunità, diventa attraente appartenere, essere coinvolti assieme ad altri ad un progetto di dimensioni globali. Questa storia, sussurrata come una cantilena nel cuore della notte, funge da espediente a tutto questo poichè già solo dal tono è possibile avvertire la cadenza frenetica di una filastrocca, molti dettagli che danno e trasmettono l’impressione di trovarci dentro un mondo stregato. E, proiettato in un luogo in cui le anime sono intrappolate, bistrattate, morte a se stessa, in tutto questo è stato possibile racchiudere ogni assetto positivo, bello che tuttavia sembra il tempo stia per perdere amaramente. Nel fenomeno della Rivoluzione Culturale c’è poi da considerare come il governo anarchico cinese cui è sorretto e che nessuno può scacciare rende l’uomo entusiasta, indifferente al male altrui, rompendo e frantumando quella bolla di pace e solennità dietro cui ci si rifugia, colmando tuttavia mediante forme di serenità e misericordia.

La vecchia Cina era una complessa società tenuta assieme da valori di origine e gerarchi dai quali l’uomo moderno può fuggire battendo i sentieri mistici dell’ebraismo, del popolo Yiddish e del buddismo. La Cina odierna forse conoscerà già i valori, tranne quelli del denaro e dell’egoismo. Eppure quello che ci è dato è solo uno squarcio, una possibilità di riconoscere quel ritratto alla vita, al passato, alla misericordia mediante sentimenti e sensazioni che sono inculcati nell’animo umano ma che risultano poveri, carenti. Stanziandosi nell'abisso del nulla come piccole fiaccole che non splendono ancora di luce propria, ma perpetuano nella memoria dell'individuo proprio per il suo essere immersi nel mondo. Come un irresistibile desiderio di essere capiti o compresi, di cui l'autore tiene vivo questo suo obiettivo scrivendo ma non arrivando dritto dritto al cuore di chi legge…

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: L'arte di essere saggi

Autore: Lucio Anneo Seneca

Casa editrice: House Book

Prezzo: 12 €

N° di pagine: 128

Trama: La fermezza del saggio è forse la dote che più di ogni altra alimenta la nostra ammirazione. Perché il vero saggio è colui che ha raggiunto l'imperturbabilità, il distacco dalle passioni e dalle cose terrene, colui che non ha paura di nulla, nemmeno della morte, e non trema neppure di fronte al crollo dell'universo. Nel De constantia sapientis (e nelle Epistulae morales qui proposte) Seneca traccia un autentico ritratto dell'uomo saggio e un vademecum della condotta da seguire per arrivare alla saggezza. Una strada per l'autosufficienza interiore, che solo la pratica costante e illuminata della virtù può indicare: difficile e piena di ostacoli, essa conduce tuttavia alla più alta delle vette.


La recensione:

Se ci rifletto, dal numero spropositato di letture, mi viene in mente come certe storie riempiono anche il più piccolo vuoto della tua anima mediante frasi, espressioni o gesti che nemmeno il più solerte avrebbe potuto esprimere completamente su carta.

Quando decido di leggere un testo filosofico, o, per la precisione, uno dei tanti di Seneca, la prima cosa che mi affascina sono le modalità di pensiero o riflessione che come una matassa inossidabile vedo sciogliersi dinanzi ai miei occhi, ed io, incurante di fare alcunchè, intestardita a non volerlo custodire sul palmo della mia mano come un dolce scherzo della natura, un piccolo gioco che il Fato che aveva inventato, li custodisco. Però da episodi banalissimi, eventi che ho vissuto anch’io in prima persona, ho compreso come essi siano frutto di situazioni incresciose o eventi repentini, che sono veridicità, specchio della stessa. Come spalancare una porta su un mondo la cui aria lucente ha avuto la stessa vivida e vivace bellezza dei sogni.

Da certi testi, trattati filosofici, ho sempre pensato, dovremmo trarre insegnamento, fare ammenda. Perché quella linea invisibile che si traccia, nel momento in cui certe storie plasmano la nostra anima, come un gesto semplicissimo, spiegano per filo e per segno quali sentimenti scaturiscono da queste letture.

Non si tratta di sentimenti in cui a prevalere è l’amore, l’ennesimo incauto sussulto di un cuore giovane, o alla melodia che sprigionano le sue corde invisibili, se toccate, nel tentativo di capire e carpire. Quanto delimitare i contorni dell’essere, scrutando ogni elemento, ogni parte della nostra anima, saldamente nascosta, che compaiono come una figura misteriosa nel manto oscuro della notte.

Alla veneranda età di trentatré anni, certe dottrine impartite da Seneca, ma anche da Cicerone, da Marco Aurelio, da Schopenhauer, dal mio amato Hardy, sono state assemblate dalla sottoscritta che, in un momento particolare della sua vita fu folgorata da storie vecchie e nuove, vicissitudini in cui è riposta la conoscenza. E non a caso ogni tanto mi piace accostarmi a questa tipologia di testi perché penso abbiano una particolare importanza nel panorama letterario ma anche culturale, quello mio, personale, significato profondo e imprescindibile. Da certe immagini, quelle che ti ossessionano, riesco ad esplicare ogni cosa. Comprendere ciò che ha per me più importanza, guardarmi con gli occhi di un altro, fare ammenda ed esperienza mediante figure estranee, un maestro da cui ho intrapreso certi cammini e appreso certe conoscenze.

La scrittura ci fa scorgere la luce dinanzi all'oscurità, ci fa esaltare valori come la lealtà, la sincerità, l'amicizia o l'amore, e consapevole come talvolta essa possa insegnarci ad interpretare il mondo con maggiore intensità si cerca di capirlo con il suo linguaggio particolare evidenziando, primo fra tutti, come i romanzi, i trattati, siano un surrogato per la tua anima semplice ma profonda.

In un teatro di azioni che recidono il passato e il presente, ecco come ancora una volta ho potuto perdermi e poi ritrovarmi, incuriosita e contenta di aver potuto accedere a quella soffitta dell’anima dell’autore. Questa volta, però, in cui fa da cornice, una delle sue massime di vita mediante la capacità di vivere una vita virtuosa e felice, raggiungibile attraverso la filosofia e la razionalità. Mediante una certa padronanza di sé stessi, in particolare del proprio animo e del tempo, e l'accettazione di eventi esterni che non possiamo controllare.

Pagine bianche macchiate di disagi e crudeltà in cui si tenta di vivere, in cui il cuore pulsa, e la nostra coscienza può riconoscere un pezzo di noi stessi.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Come ciliegi a dicembre

Autore: Ariel Andrès Almada

Casa editrice: Sperling & Kupfer

Prezzo: 14, 90 €

N° di pagine: 128

Trama: Tutti i problemi nascondono una meravigliosa opportunità. A soli diciassette anni, Saki è preda della tristezza e dell'apatia senza una ragione apparente. I suoi genitori, disorientati, si rivolgono a Takumi, il maestro di tiro con l'arco che trasformerà questa nobile arte in un insegnamento di vita per la giovane. Ogni freccia, infatti, sarà per lei una riflessione profonda, che la porterà a trovare un senso alle sue incertezze per diventare forte come una quercia e flessibile come il bambù. Con l'aiuto di Takumi, Saki imparerà a essere costante nei suoi obiettivi e scoprirà che la vita può offrirle sempre nuove occasioni. Perché, in fondo, dietro a ogni problema si nasconde una meravigliosa opportunità, come accade ai ciliegi che, spogli a dicembre, torneranno a fiorire in primavera.


La recensione:

Era da tempo che non leggevo romanzi di crescita personale. A eccezione di qualche breve trafiletto su internet, questa lettura giunse per caso, qualche giorno prima di questo, al periodo in cui feci di Saki protagonista di questo mio ennesimo pellegrinaggio. Un cammino breve ma significativo che ho apprezzato, ma che non è rimasto saldamente ancorato come un rimasuglio alla mia anima. Disgraziatamente ho letto testi di crescita personale il cui respiro è ancora udibile.

Saki desiderava poter scovare una specie di riparo dalle incombenze e dai dispiaceri del giorno, lentamente, senza fretta, raccontando una storia che sotto certi aspetti già conoscevo fin troppo bene. Il racconto era quello di ognuno di noi, in particolari momenti della nostra vita, che frantumano, costruiscono e tendono saldo ogni materiale saldamente ancorato alla nostra anima. Enfatizzando ed esplicando l'amore per la vita mediante poesia, come espressione di idee e emozioni. 

Appariva subito chiaro che non si poteva affatto parlare di cammino spirituale trascendentale. quanto esperienza di lettura che allieta il cuore. Dona qualche ora di smarrimento, piacevole diletto, spinge ad indirizzarsi verso un baratro e vedere la distanza diminuire ad ogni passo senza poter evitare di caderci dentro. 

L’esordio di Ariel Andres Almada, scaturito da una melodia, non è scivolato nei ricordi luminosi della mia memoria. Come due tangenti parallele, camminavamo su strade differenti che accidentalmente si sono incrociate, e che si sono intrecciate o sovrapposte tessendo una catena di elementi che hanno determinato la nostra affinità. La nostra unione. Ma, mediante la voce di Saki, ha messo a nudo la propria anima come modo per sfogare i sentimenti, raggiungere la libertà come espiazione dei peccati in una realtà in cui c'è ancora posto per la compassione, il conforto, la comprensione..

Una storia in cui si tenta di rifocillare l'anima con innumerevoli impennate amorose, atti o dichiarazioni d’amore, forme di rispetto per l’individuo singolo e collettivo, ma in cui il cuore continua a sanguinare con le sue ferite ancora aperte. Un motivo piacevole ma non indimenticabile proiettato sulle pagine, esposto ai venti della vita, che fa dono di sentimenti o emozioni positive, che indugiano nel cuore più del necessario.

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: Il pittore fulminato

Autore: Cesar Aira

Casa editrice: Fazi

Prezzo: 16 €

N° di pagine: 150

Trama: Johann Moritz Rugendas, noto pittore tedesco dell’Ottocento, compie un viaggio tra la regione andina e l’Argentina insieme a un altro pittore più giovane, il fidato amico Krause. I due paesaggisti cercano il volto nascosto della loro arte e sono catturati dall’ignota immensità, che palpita di mistero; si immergono nella ricchezza della natura, nella sua specificità, nella vivida diversità rispetto ai climi e agli ambienti del Vecchio Mondo. Sono entrambi alla mercé di un mondo tanto fiorente quanto violento: da un lato ci sono gli indios, con la loro ferocia primitiva e le loro scorribande imprevedibili, veri e propri tifoni umani che i due europei sognano di immortalare; dall’altro c’è un tempo atmosferico mutevole e spietato. Sarà proprio quest’ultimo, con uno scherzo crudele, a cambiare le sorti del viaggio e della vita stessa del protagonista: un giorno, Rugendas viene colpito da un fulmine insieme al suo cavallo… Uno dei più stimati scrittori sudamericani di oggi, paragonato a Calvino e Nabokov per il suo allegro gioco letterario, torna nelle librerie italiane con uno dei suoi romanzi più apprezzati: una vicenda intrigante ed eccezionale, come il suo protagonista. Un viaggio suggestivo attraverso la bellezza, l’arte e il lato grottesco della natura.


La recensione:

Tra tutte le letture che ho compiuto negli anni, quando mi predispongo a riporre nero su bianco le mie vivide impressioni, sprofondo fra i meandri più reconditi e oscuri delle menti dei loro creatori e guardo attentamente ciò che mi si para dinanzi. Pochi ( veramente pochi ) autori di narrativa contemporanea che amano interpretare e comprendere il linguaggio contorto delle parole sono riusciti a lasciare un segno del loro passaggio. Una ferita pulsante che ancora brucia, imprime il suo segno sulla mia rosea pelle, apparsa come una creatura fantastica. Nel tempo, ho reso di queste letture un tesoro inestimabile per la mia crescita personale, spirituale. E quelle che ne sembravano essere un’eccezione, una rarità, una continua apparizione. L’età adulta, un numero spropositato di letture classiche, hanno affinato il mio spirito, reso il mio intuito più incisivo, e captare il sentore di una storia che possa ammaliare, sedurmi, condurmi lontano dal tempo e dallo spazio con la tranquillità di chi è perso in meditazioni, sin dalle prime pagine, un’opportunità per valicare e tracciare nuovi confini.

Sul finire del mese di agosto, l’atmosfera ancora immersa nella calura estiva, l’osservazione di un quadro immerso in una luce armoniosa, profonda e a tratti drammatica, cesellava come un cammeo sullo sfondo scuro della vita.

Non mi accorsi, dunque, che si trattava di un effetto ottico, un’illusione, come un'ombra acquattata in un angolino invisibile, attendeva che io mi accorgessi di lui. E quando giunse il momento, mi colse del tutto impreparata. Tra le rovine di una città prostata dall’ennesimo scontro bellico, Il pittore fulminato sembrava non espugnare niente di nuovo né tantomeno io dovessi aspettarmi alcunchè. Quanto essere protagonista di svariate sensazioni che mi hanno esaltata, incantata.

Come un arcobaleno variopinto di colori che inevitabilmente si è addensato sul mio destino, una splendida tela che designa come non sempre uno stile d’avanguardia, quello in cui si elogia il lavoro degli altri in un perpetuo e continuo slancio, ruotano tutt’attorno verso un assetto tipico della cultura popolare, di generi subalterni. Attraverso la letteratura è possibile riconoscere quel simulacro della conoscenza, dell'esistenza che sotto gli effluvi della parodia diviene monumentale, elogio dell’ingegno umano. Ossessione che attanaglia e da cui è possibile cogliere la dissoluzione dell'identità, uno squarcio profondo fra realtà e finzione, affrontando lo studio della vita, esaminandola in ogni sfaccettatura, con ironia e un approccio metanarrativo. La negazione, la scomparsa generano insoddisfazione, vulnerabilità, ma mediante l’arte, quella riferita alle parole, al suono che esse producono, è possibile giungere al cuore del discorso. La poesia, attribuita alla noia o al tedio, ma l’arte, quella cioè in cui è possibile cogliere la bellezza delle parole, aspetti di vita in frammenti comuni, corrosero il mio animo in un modo non del tutto normale, infervorando per le sfavillanti emozioni che la sua lettura ha sortito così bene.

Nella luce di un tramonto di metà novembre, quello in cui ripongo queste poche righe, che si affievoliva sempre di più, trottai lungo la pianeggiante landa deserta del pittore iconografico, Johann Moritz Rugendas la cui anima si era librata agile ma con estrema cura tra masse di carne e ossa che vagano lungo la riva dell’assurdo, grigie miglia spalleggiate all’orizzonte da ripide e brusche cadenze drammatiche sulla cui sommità si ergevano i timori, le perplessità di un piccolo grande sognatore, che pareva fosse stato intrappolato in un'esistenza nuda e cruda che non avverte più come sua. Il suo talento, noto come esuberanza iconografica di un nuovo mondo, era rinchiuso fra i meandri di una solida cella. In un'epoca in cui il pittore era un essere che non ha predecessori, delinea e crea una nuova tecnica, quella cioè del bozzetto a olio, come un processo approssimativo dettato da una rinuncia e da forme di risentimento imposte dalla pittura.

Fui così assorta nella lettura de Il pittore fulminato, che sebbene promulga un genere letterario che io non amo, durante il corso della sua lettura non riuscì a parlare per una manciata di minuti; il silenzio era rotto esclusivamente dallo sfogliare di pagine invisibili bianche o quasi piene. Il sentiero che percorsi fu così solitario che le mie perplessità al riguardo scivolarono fuori da sole come gusci e more che pendono pesanti da grappoli e cespugli; di tanto in tanto, qualche noto quadro mi agganciava saldamente e mi integrò completamente al paesaggio circostante. Ma la visione contrassegnata era quella di chi osserva la vita in pezzi unici nella grande piscina della quotidianità, in forme di osmosi dai colori acidi e discordanti. Impossibilitata a evidenziare, in qualunque momento, quell'attimo in cui sarebbe stato possibile evidenziare, palesare le intenzioni dell’autore lasciando il lettore a libere interpretazioni, mentre il filo poetico va a mutarsi in una brezza costante che scherza sui nostri visi; il “rivestimento” vivo di un fiume di coscienza profondo e denso è l’aspetto più bello del romanzo, la cui superficie letteraria assomiglia a quella di altre bellissime storie che nel corso degli anni ho amato e vissuto intensamente. Lo spettacolo dunque mi affascinò sin dal primo momento in cui vi misi piede, che toccò il mio viso come una delicata carezza, man mano divenne più scuro sotto la sferzata violenta e sorprendente della vita e i pensieri, che nelle fatiche tormentose in cui si assimilano le cose si liberavano in osservazioni, confidenze, speranze, si smarrirono in un fiume prorompente di emozioni altalenanti che hanno distorto la mia anima. Poggiando su riflessioni relative allo sviluppo dell’individuo come valore assoluto, sorreggendo quel piccolo fardello dell’anima e il modo per cui essa si raggruppa in una libera espressione, espansione delle proprie energie. Parte di un sistema unico e interconnesso in cui la diversità del mondo, le infrastrutture, le tradizioni, ogni tipo di cultura o religione, sono elaborazioni personali che tentano di dare una forma, delineare una linea agli oggetti nelle più mere rappresentazioni, affinchè esse fossero comprensibili agli altri.

Non sarei dovuta essere qui, ma se non avessi accettato di leggere quest'opera, non credo avrei potuto apprezzare, cogliere l’irrazionalità di un mondo in cui è possibile distinguere il sé dalla materia, l’intersoggettività che rispecchia l’ironia, quella che plasma l’identità umana, condensata da umorismo e felicità. Perché l’uomo era una creatura duplice, che vede la vita come sogno collettivo senza fine. Concentrato in una particolare forma, sulla sua immaturità, esplora la società, quella che si impone mediante strutture rigide, lotte perpetue per la propria autenticità o forma. Dissolvendo quel senso di inferiorità, il dissolvimento fra individuo e società, mediante cui può perdere il linguaggio, quella dialettica che, come una frattura, sperimenta la coesistenza della morte, spesso filtrata da una dimensione onirica. Essere antropomorfo appartenente a una dimensione culturale in cui si tenta di interpretare una autenticità assoluta, una rivolta all’orrore e alla sofferenza, così strettamente legato a Dio, alla natura, ciò che definisce il vertice supremo di ogni pensiero e gioia.

Un poeta, un cantautore che mediante colori si è avvicinato alla vita, sottolineando nel modo più accurato possibile.

Intenta a fissare la sua anima, racchiusa nei limiti del possibile, in un viaggio in cui resta tutto e niente, in cui il tempo sembra scorrere con ordine, va e viene a seconda di come gli pare e piace, Il pittore fulminato mi ha connesso a un livello così intimo col suo creatore che, ad un certo punto, mi ha sottratto da una valle di fuoco, feroci tempeste, vagando come uno spettro nella landa oscura del sentimento.

Secondo approccio con questo autore, sancisce un “nuovo” incontro tra me e la pittura, questa volta più bello e deciso. Narrato, snocciolato in maniera sintattica, schematizzata, in cui fra lettore e scrittore sembra incorrere una libertà incommensurabile. Oliata dall’ambiente circostante, dallo stesso romanzo, in cui Johann Moritz Rugendas si impone come una creatura desiderosa di raccontarsi, o, in questo caso, << dipingersi >>. Perché solo così, dipingendo, avrebbe potuto cogliere l’emblema della conoscenza, il suo significato, un modello per interpretare il paesaggio, fissando uno studio approfondito sulla natura sistematizzando e cogliendola intuitivamente. Osservando un paesaggio così meraviglioso in cui non ho potuto fare a meno di riflettermi, scrutare quei sistemi, quelle culture di una nazione così fiorente, gruppi di cileni, argentini che avrebbero convertito le installazioni. Alterato ogni forma di umanità, nonostante si tenta di essere precisi, impregnati da forme di socievolezza che rappresentano o mostrano l’Argentina. Quella terra così enigmatica, selvaggia, alla mercè di un fato supremo in cui l’arte naturalistica non sarebbe mai passata di moda, lasciandola come un naufragio in mezzo a una bellezza inutile e ostile. Il mondo incontaminato, alimentando forme di povertà e abbandono dal terrore cileno, dal carattere speciale, unico che possa alimentare le speranze di chiunque. 

Il pittore, attuando dei cambiamenti istantanei, gratificanti, avrebbe potuto inoltrarsi maggiormente, reinventando quello per cui vale la pena possa ripetersi, l’ignoto evitare di farci compiere errori affinchè la ripetizione sarebbe stata impossibile.

Dall’esperienza, nonostante la mia giovane età, ho compreso come si possono cogliere risonanze apocalittiche, dalla lettura di un testo che ingenuamente un tempo avrei creduto di poter bere nel giro di qualche ora, quanto assorbire per qualche giorno. Perchè i continui processi di mutamento, cambiamento a cui andrà incontro Johann Moritz Rugendas colgono ogni messaggio in cui l’uomo può integrarsi, può librarsi dell'automatismo di una meccanica trascendente nella quale ciascun frammento si colloca al suo posto, come pezzi di un puzzle alla rovescia. Ogni tratto di un disegno che non coincide per la realtà del visibile, quanto inducibile al pensiero. L’aria pregna di una visione vibrante di lirismo, armonia in cui il mondo resta immerso in una duplicità ambivalente, per via di uno scontro apocalittico tra civiltà, in cui la fugacità di un misero atto, la vivacità di questa organizzazione, ci induce a perderci nelle più profonde allucinazioni, quelle senza interpretazioni, perché possessori di un’anima, un essere artistico che si contrappone alla natura. Custodito come un gioiellino, trattando e dipingendo la vita con un certo amore. In una sferzata di colori che scivolano fra luce ed oscurità, in un delicato meccanismo, in un'accozzaglia di sfumature che dietro il liquido vero della loro essenza si levarono contro il cielo come un canto.

Valutazione d’inchiostro: 4 e mezzo

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