mercoledì, gennaio 14, 2026

Gocce d'inchiostro: Florence Gordon - Brian Morton

Sia questo romanzo sia altri scritti precedentemente letti evidenziano il desiderio di libertà di una persona soggiogata dalle forme più ingiuste e crudeli che le sono state imposte dall’ambiente in cui è costretta a vivere, e come i protagonisti di tali ingiustizie sono stati recisi bruscamente. Probabilmente non guariranno mai. Ma non si può stare seduti in eterno a piangere sulle nostre pene. Dobbiamo alzarci e passare all’azione. Non per una vendetta personale, ma per una giustizia ben più grande.

Cosa ne penso? Sono delicati certi temi, certi argomenti, specie quando li riscontro in letteratura. Ci si aggrappa alla letteratura, alla storia fasulla di certe “persone” come scialuppa di salvataggio per abbattere la noia, la monotonia. E certi romanzi si rivelano come esempi di fiducia, collaboratori con me. Qualcuno con cui condividere pensieri, desideri

Ho impiegato un po’ di tempo per mettere più o meno insieme i pezzi della storia di una donna che mi ha travolta lentamente. Oramai sono trascorsi due mesi da quant’è ogni cosa si è concluso, ma di Florence Gordon serberò un certo ricordo, che per scovare una risposta adeguata a certe reminiscenze ho avuto bisogno di tempo.

Senza dubbio, Brian Morton ha dipinto una donna anticonformista, ebrea, una saggista le cui gesta, le cui parole taglienti, agitate dentro come una gigantesco intruglio, sono state riversate in quel contenitore imperfetto che è la scrittura, si smossero dentro di me e li ci rimasero per un tempo assurdamente lungo. Ma non sono pazza, né nel vero senso del termine. Florence non manifestò alcun disturbo mentale. Anzi, la sua stabilità e lucidità non vacillava quasi mai. Perché immersa completamente nei suoi pensieri, ho smarrito il senso del tempo. Solo il cuore aveva continuato a scandire gli attimi con ritmo secco e regolare. Scovando, in un luogo oscuro e tenebroso, una luce sottile, venuta chissà da dove, che improvvisamente mi trafisse il corpo. E ciò mi ha suscitato una strana sensazione, come se fossi divenuta parte integrante della storia che Morton si porta dentro. Impossibile da non percepire.

Titolo: Florence Gordon

Autore: Brian Morton

Casa editrice: Sonzogno

Prezzo: 17, 50 €

N° di pagine: 317

Trama: Florence Gordon ha settantacinque anni e vive a Manhattan. Femminista ebrea divorziata, scrittrice scorbutica, attivista testarda e orgogliosa, detesta la maggior parte delle cose che la gente trova piacevoli e ama mettere gli altri in difficoltà. Mentre è alle prese con la sua settima fatica, un libro di memorie, un articolo del "New York Times" la definisce "patrimonio nazionale", catapultandola sotto le luci della ribalta e obbligandola a superare quel filo spinato che aveva eretto intorno a sé. La situazione precipita quando i suoi "cari" si trasferiscono da Seattle a New York: il figlio Daniel (che ha snobbato le orme letterarie dei genitori per diventare poliziotto), la nuora Janine (psicologa, pronta ad avere una relazione con il suo capo) e la nipote Emily (che sta cercando di capire cosa fare di una problematica storia d'amore). Tra i quattro, giorno dopo giorno, si intreccia una commedia irresistibile, all'insegna di una crudele sincerità ma anche di una sorprendente complicità emotiva. L'anziana signora, i cui corrosivi commenti sono una sorta di "versione di Barney" al femminile, non risparmia niente e nessuno. E forse proprio per questo i personaggi che la circondano (e i lettori di questo libro) finiranno per affezionarsi a lei e non poter più fare a meno della sua voce.


La recensione:

Questa è stata una lettura, quel genere di lettura che sembra innocua, priva di fronzoli, quasi sempliciotta, ma che ha reso astruso e piuttosto complicato istaurare un certo legame con la sua protagonista, Florence, femminista ebrea, scorbutica e anziana saggista, il cui autore si focalizza sulla sua vita, sulle sue complesse relazioni e sull’amore che riversa per la scrittura, l’arte delle parole.

Un’opera attuale che fu partorita sicuramente dalle letture di quel genio folle di Philip Roth, così intensa e tormentata, ma così ammaliante e sensuale da non poter lasciare una traccia del suo passaggio, in cui la scrittura diviene specchio, miscela disomogenea o guazzabuglio di elementi ironici ma anche crudeli della realtà umana.

Sul finire del mese di novembre, questa  donna celata nelle finte vesti di un Boe Szyslak de I simpson, con quel faceto modo di osservare il tutto con astuzia e diffamazione, una lingua biforcuta che avrebbe messo in discussione persino l’opera di Dio, era come avulsa in una particolare aura di identità e rispetto, di cui io ho finito per essere spettatrice di uno spettacolo in cui ho tentato di legarmi, instaurare delle relazioni, celebrando la vita senza filtri. Eppure il suo messaggio, ciò che consolidò la sua lettura, era molto più relativo di quel che sembrava: invitando a leggere fra le righe, il significato della parola specialmente quella più nascosta, come simbolo di resistenza anticonformista e della ricerca di una verità personale. Dimostrando come la vita può generare affetto e significato, ma anche trarre gioie,dolori, insoddisfazioni, malesseri per l’anima.

Florence Gordon non era inconsapevole di dove camminava, né tantomeno di cosa voleva. Quanto di aver scorto quello sprazzo di luce che pochi, solo pochi hanno scorto fra le tenebre, e che, a una fugace distrazione, potrebbe scomparire. Svanire così, senza rendercene conto. Perchè sin dagli albori degli anni ‘70, quelli protagonisti dell’ennesimo movimento femminile, quello che si concetrò su un anatomia corporea, sui diritti riproduttivi ( aborto, contraccezione ), l’uguaglianza sul lavoro e una cocente e sentita denuncia sulla violenza di genere, vive il presente come deformata da atrocità inimmaginabili che dovrebbero smascherare, mettere in discussione ogni cosa. Come un sismografo, registra, sui suoi diari, sui suoi taccuini che poi diverranno saggi, romanzi, ogni evento con la scrupolosità di un medico che visita ogni paziente con la stessa cura o un impiegato che controlla meticolosamente ogni documento. Rinchiusa in un bozzolo inestricabile di solennità, informalità, sincerità, prontezza, che avrebbe messo in discussione ogni cosa, fatto sentire la sua voce, come in passato fecero altre scrittrici. Altri suoi eroine letterarie, che concepirono e condivisero idee di uguaglianza, sesso, genere, promuovendo una rivoluzione umanista che superasse ogni ruolo imposto da ogni forma o archetipo, sottolineando invece come l’autostima è alla base della libertà. Concezione filosofica che attinse da Gloria Steinem, che consolida nella realizzazione di un movimento ampio per una società libera da ruoli o gerarchie.

La solitudine, l'inappagamento, il bisogno irrinunciabile di condivisione, sono onnipresenti, così come l'incessante desiderio di scovare una strada che travolga, induca a farci provare emozioni forti o deboli. L’America era un luogo il cui sistema politico << deformava >> le donne, sostenendo una rivoluzione che annullasse le differenze di genere affinchè le distinzioni biologiche fossero irrilevanti. E ricercare il piacere, la libertà sociale e individuale che condivise da Ellen Cullis resero Florence dotata di una lingua tagliente, biforcuta, schietta ma provocatoria, quasi crudele nei riguardi del prossimo, incapace di tutelarlo se oggetto di recriminazioni e forme di egoismo puro. Ma ai miei occhi divenuta carismatica, affascinante perché capace di andare dritto, colpire il bersaglio, portavoce di una libertà audace e riconoscibile che raramente avevo riscontrato in altre figure femminili. Dotata di una voce tutta sua perché timorosa del prossimo, come la dolce Dorothea di Middlemarch, facilmente influenzabile, sottratto a forme di benessere, beneficio, soggiogato da promesse che comportassero a vane e irrilevanti promesse.

La scrittura di Morton, che esplora l’identità, l’invecchiamento, ritrae una donna forte e anticonformista, dotata di un humor nero, è un marasma putrescente di un frammento di storia odierna che, nella sua crudeltà, cela verità disarmanti. Florence si aggrappa a questa idilliaca idea di scovare speranza, ma dietro una macchina di questo tipo che può essere soggetto a modifiche, diviene << necessario >> questo suo bisogno di tormentare senza posa il suo spirito da ferite inflitte dallo stesso, frutto di riflessioni e idee sul mondo circostante che caratterizzano la vita di molti, ma influenzano la sua, la sua impossibilità di crescere e fiorire moralmente. 

Sceneggiato di una vita che pretende libertà, descritto come una commedia elegante e verbosa simile a un film di Woody Allen, reso importante perché mescola sincerità crudele, complicità emotiva, insinuandosi, come una piccola crepa, fra storia e cultura della vita rurale e urbana, analizzando il tutto mediante letteratura, arte e pensiero in cui il divario fra città e luogo fittizio ( quello personale di Miss Florence ) è archetipo di due filoni narrativi. Ragione e sentimento. Civiltà e sogno. Idealizzati ma opposti, che hanno influenzato la percezione del mondo di Florence a spingerla a crearne uno lei stessa, mediante forme di riconciliazione e comprensione delle interdipendenze.

Astrusa realtà ma non fissa quanto in continuo mutamento perché soggiogata da idee, concezioni, riflessioni, da mutamenti storici che possono influenzare il pensiero del mondo, la realtà di questa arguta donna è un mondo ambivalente da cui può rifugiarsi, ma anche scappare.

La letteratura, i libri, i testi di cui ama cibarsi semplificano queste relazioni amplificandole, analizzandole, nascondendo però le dinamiche fra classe e potere, donando una visione sfumata perché modellata, plasmata dalla stessa letteratura. Come disse la sua amata Virginia Woolf, le donne non erano solo angeli del focolare, ma dotate di forza e ragione, inibendo l’immaginario e la creatività del sesso più debole. Instaurando legami col prossimo, meccanismi di difesa che avrebbero portato dinanzi agli effetti di una vita sana, lunga, felice come l’amore, certi legami o affetti che sono più forti del benessere duraturo.

La mia “frequentazione” con Florence Gordon è oramai un solco profondo sul petto. In una manciata di giorni mi sono intestardita a voler conoscerla, capirla, e, sebbene non subito, ho avuto modo di comprenderla, mettermi nei suoi panni in un primo momento, in un secondo condividere il suo punto di vista. Un punto di vista che effettivamente risulta ricco di messaggi, attualissimo e prorompente come un eco lanciato dalla soglia morale della sua insoddisfazione. Un piccolo squarcio sulla sua anima. Nel mondo della letteratura, nel mondo fittizio, Florence Gordon era una macchina da guerra: la scrittura dà l’impressione di non poter abbattere alcun muro, valicare alcuna barriera, eppure lei ci riesce. E anche egregiamente, devo dire. Dice ciò che vuole, quello che più la aggrava, senza dover rendere conto a nessuno. Molte persone si lasciano ingannare dall’apparenza, ma se si osservasse con più attenzione, esaminando le cose da più angolazioni, ci si rende conto che dietro ogni gesto, parola o azione ci sono delle ponderazioni. Come un giocatore di shogi che ha ben chiare in mente le prossime mosse. 

Che non mi piacciono le strategie è certo, ma Florence traccia una giusta linea di demarcazione oltre la quale si spinge ma non valicando i confini dell’eccessivo o esagitato. Il suo sembra essere un carattere troppo violento, ma persuasa e coinvolta, stretta nelle maglie dell’ennesimo conturbante ritratto realistico che a leggerlo ho corso il rischio di restare incagliata per sempre nelle ossessioni della sua conturbanza. Eppure il cuore batte dolorosamente quando tutto, la magia al suo interno, finisce: e qui resto, in preda allo stupore più assoluto.

Valutazione d’inchiostro: 4

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