domenica 16 febbraio 2020

Gocce d'inchiostro: La ferrovia sotterranea - Colson Whitehead

Adesso comprendo i motivi per cui ho desiderato leggerlo. Era questo il luogo che avrei voluto esplorare e da dove nacque il mio puro interesse, senza il quale non credo sarei giunta qui. Quando La ferrovia sotterranea vinse il premio Pulitzer, oramai due anni fa, ero una lettrice che si cibava esclusivamente di romanzi di narrativa senza aver le giuste doti per comprendere affondo la realtà che mi circondava. La vita però ti porta dinanzi a scelte che in un certo senso ti cambiano.E ogni volta che mi guardo indietro, i pensieri che tartassavano i miei pensieri non avevano la stessa natura di adesso. Ma questo fu molto tempo fa. E, crescendo, ho preso direzioni diverse. In parte, mi sono allontanata da certi porti sicuri che credevo solidi. E da ciò mi ha permesso di conoscere Colson Whitehead ed interpretare la sua anima. Ciò che racchiudono le pagine di questo romanzo è un tema che non avevo mai approfondito, e sapevo di doverlo fare, prima o poi. E il momento giunse nel momento in cui meno me lo sarei mai aspettata, crudo, forte e senza preamboli.






Titolo: La ferrovia sotterranea
Autore: Colson Whitehead
Casa editrice: Bigsur
Prezzo: 20 €
N° di pagine: 376
Trama: << La ferrovia sotterranea >> è il nome con cui si indica, nella storia degli Stati Uniti, la rete clandestina di militanti antischiavisti che nell’Ottocento aiutava i neri a fuggire dal Sud agli stati liberi del Nord. Nel suo romanzo storico dalle sfumature fantastiche, Colson Whitehead la trasforma in una vera e propria linea ferroviaria operante in segreto, nel sottosuolo, grazie a macchinisti e capistazione abolizionisti. E’ a bordo di questi treni che Cora, una giovane schiava nera fuggita dagli orrori di una piantagione della Georgia, si imbarca in un arduo viaggio verso la libertà, facendo tappa in vari stati del Sud dove la persecuzione dei neri prende forme diverse e altrettanto raccapriccianti. Aiutata da improbabili alleati e inseguita da uno spietato cacciatore di taglie, riuscirà a guadagnarsi la salvezza?

venerdì 14 febbraio 2020

Gocce d'inchiostro: Sei per me la sola cosa al mondo. Lettere d'amore - Zelda Fitzgerald

Il mio umore migliora nettamente quando mi imbatto nella lettura di certi romanzi. Nel giorno che esalta la festa degli innamorati, ho trovato questa raccolta di lettere scritta da una donna che alenava un forte desiderio di unione e congiungimento, un amore che nessuno dovrebbe tenere nascosto e che rivela qualcosa di forte e devastante. Può sembrare strano, me ne rendo conto: un << romanzo >> di nemmeno cento pagine dallo stile morbido ma dalle diverse e sgargianti tonalità mi ha sconcertato e ammaliato in un appagamento anonimo. Perché letture apparentemente semplici non solo accarezzano la mia anima semplice ma la invadono completamente? Qual è il loro potere nascosto? Considerato il mio cocente amore per Fitzgerald, una lettura in più nel mondo di questo artista non mi avrebbe danneggiato.. O forse si? L’impulso irrefrenabile di riporre nero su bianco dimostra come ne sono uscita completamente soddisfatta. Avvolta da un silenzio graffiante, gratificante, le cui emozioni sortite non so ancora dare una risposta. Ma se ciò è accaduto, beh …evidentemente un motivo ci sarà stato.
Titolo: Sei per me la sola cosa al mondo. Lettere d’amore
Autore: Zelda Fitzgerald
Casa editrice: Garzanti
Prezzo ebook: 4, 90 €
N° di pagine: 100
Trama: Scott Fitzgerald visse con Zelda un amore all’altezza dei suoi libri. << Belli e dannati >>, come i protagonisti del suo capolavoro, fecero della loro vita insieme un’opera d’arte e di sé stessi un simbolo della propria epoca.


La recensione:

Ti voglio così tanto – che verrai qui non appena sarò di ritorno. Amore mio, ti amo – è passato così tanto tempo quando sei partito e a volte mi sembra che morirò senza di te.

Trascorro molte ore in compagnia di quegli autori che lasciano un segno del loro passaggio. Dalla mia postazione preferita rannicchiata in una piccola poltrona, incuneata fra plaid e morbidi cuscini, non c’è molto altro da vedere, che da anni mi permette di apprezzare e viaggiare mediante fantasia mondi di inestimabile bellezza. Innanzitutto vedo ciò che mi circonda. Anche nelle giornate in cui il sole non splende, nel momento in cui mi imbatto in realtà distorte, l’azzurro sembra invadere ogni cosa. Ci sono lievi, costanti mutamenti emotivi, perturbazioni o confessioni intimistiche che si assottigliano o si ispessiscono, a seconda dei casi. L’emozioni, ciò che si  agita dentro complicano il quadro e trascorro interi pomeriggi a studiarli, interpretarli, cercando di fissarne i contenuti, i “comportamenti”, prevedendone le sorti. Così ho preso confidenza con Philip Roth, Philip Pullman, Murakami Haruki, aspettando l’apparire di ciascun tipo di nube e osservando le variazioni del cielo in cui sono costretta a vivere. Ed ecco questa piccola ma bellissima raccolta di lettere di Zelda Fitzgerald introdurre l’aspetto dell’amore, e c’è da considerare un ampio spettro di vedute che vanno dal bianco al nero con un’infinità di grigi intermedi. Tutti da investigare, valutare, misurare, codificare. Tinteggiate da pennellate di forti accenti,gamma variante di sentimenti irriducibili e impossibili da imprigionare che dipesero dalle razioni di momenti in solitudine che questa donna dovette vivere, lontana dal suo amato, nel momento in cui ripose queste poche righe. Da tutto questo scaturiscono confessioni esponenziali di desideri repressi, conversazioni solitarie o immaginarie, squarci di vita lontana che oscillano fra luce e oscurità. Niente di angosciante, sconfortante, sebbene il tono con i quali sono riportati. Ma presto dissolti, mescolati alla vita odierna, smorendo al calore della notte. Quasi sempre con l’urgenza di accellerare i fatti. Da dove ho visto tutto questo ho potuto valutarne l’intensità e la natura che essi recavano. Qualunque dilemma o preoccupazione passarono sopra la mia testa, dal sole al temporale, dal fosco allo splendente. C’era da contemplare albe smorzate da trasformazioni improvvise, cieli scintillanti che a tratti hanno perso la loro lucentezza. Come un anima vagabonda ed errante, assumendo una forma solida che non ha smesso di spiccare. Qualche volta con rammarichi o ferite sanguinose del cuore che si affacciavano nel mondo, qualche volta con scosse che perpetuono completamente il nostro animo.

Valutazione d’inchiostro: 4 

mercoledì 12 febbraio 2020

Nel cuore delle parole: San Valentino in libri

Il tempo scorre inesorabilmente. E’ impossibile bloccare un simile processo, e, nel giro di qualche giorno, ecco il resoconto di uno dei periodi più dolci di quanto io stessa gradisco. Ma certi periodi, seppur rievocati fortemente, non dichiarano né privilegiano su altro. Personalmente considero questo giorno un giorno come tutti gli altri, ma non nascondo come il mio cuore ama bearsi di tutto ciò. Dato che in questa storia sono i fatti a varcare qualunque confine, resistendo strenuamente alle insidie del vecchio che si scontra con il moderno. 
Non posso affermare con certezza quando sia accaduto il momento in cui il 14 febbraio divenne prevalente nella vita di molti, ma c’è di certo il vantaggio che chi ama la buona letteratura non può sottrarsi nella scelta di osservare e condensare in poche ma semplici righe quelle letture moderne e non che esaltano i sentimenti umani. E non nascondo quanto sia stato difficile scorgere, fra gli scaffali delle mie librerie, alcune di quelle letture che si sono sposate perfettamente ai miei gusti. Esplicando l’amore romantico in ogni forma o gesto.

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Sebbene drammatica e tragica, quella di Tess e Angel è una delle storie d’amore più belle che il mio cuore custodisce gelosamente. Indispensabili l’uno con l’altro, imbattibili nella loro imprescindibile unione.


Titolo: Tess dei d’Urbeville
Autore: Thomas Hardy
Casa editrice: Best Bur
Prezzo: 10 €
N° di pagine: 449
Trama: Una ragazza tenace e sfortunata, figlia della povertà dei campi, vittima dell’uomo e dell’età industriale: è Tess dei d’Urbeville, protagonista di uno dei capolavori del romanzo vittoriano. La tranquilla contea inglese del Wessex, antica denominazione anglosassone del Dorset, è teatro di sordide vicende e di soprusi: l’ingenua Tess, ultima rappresentante di una nobile famiglia deceduta, viene sedotta e abbandonata in giovane età, costretta a seppellire un figlio nato malato, battezzato da lei stessa con il significativo nome di Dolore. Condannata come “donna perduta” dall’opinione comune, non si arrende alla propria condizione: cerca il riscatto attraverso il lavoro e il matrimonio con Angel Clare, figlio di un pastore evangelico, turbato dal passato tormentato della moglie.

lunedì 10 febbraio 2020

Gocce d'inchiostro: Storia di una ladra di libri - Markus Zusak

In principio, era solo un’idea. Più tardi, la piccola Leslie e dopo ancora un’onnipresente figura che ha svezzato, spezzato qualunque legame ma che ha elargito diversi insegnamenti, che quando si giunge all’epilogo avviene in maniera alquanto violenta. E’ così che comincia il romanzo che rese Zusak celebre, il tempo è il passato, e né l’uomo né il Fato potranno concederci delle risposte. Per una manciata di giorni ho seguito le vicende di una piccola ladra di libri, che ruba e li serba come tesori aspettando che quelle parole che la invadono ogniqualvolta possano salvarla. Non certamente una cosa da poco, né da prendere alla leggera: quante volte le parole mi hanno salvato nel momento del bisogno!
Eppure, leggere di lei e delle sue formidabili vicende, a distanza di qualche tempo, è stato alquanto semplice, introspettivo, travolgente ed inaspettato, come i sentimenti o l’emozioni che hanno invaso il mio corpo, durante il corso della lettura. E deducendo si trattasse di semplice mancanza, mi è stata recapitata la storia di questa giovane ebrea che spiega ed esamina, non solo una fetta di storia, ma la potenza che il Caso ha inesorabilmente nelle nostre vite. I rapporti che si instaurano, giorno dopo giorno, particolari che sebbene la semplicità con cui sono trattati arricchiscono il nostro animo.



Titolo: Storia di una ladra di libri
Autore: Markus Zusak
Casa editrice: Frassinelli
Prezzo: 16, 90€
N° di pagine: 563
Trama: E’ il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi nel minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro; lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva a bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantica. Il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto.

sabato 8 febbraio 2020

Gocce d'inchiostro: Teresa degli oracoli - Arianna Cecconi

Il mio primo libro di questo breve mese dell’anno prevedeva la lettura di un romanzo la cui copertina era già un’attrazione piuttosto forte, pur di resistergli. Perciò, senza pensarci due volte, mi sedetti sulla mia poltrona preferita, e assieme a un capostipite della lettura americana classica e contemporanea, mi sarei cibata dell’esordio promettente di Arianna Cecconi. In una manciata di giorni, mi sono limitata all’essenziale: leggere la storia che la sua autrice si porta dentro. E, in quasi duecento pagine, descrive qualcosa che in un certo senso non porta quella ventata d’aria fresca di cui confidavo di essere invasa, piuttosto ci induce a vedere cosa effettivamente succede quando si serbano così a lungo i ricordi, nella speranza che essi non siano strappati dall’oblio più in fretta di quel che credevamo.
Questo è solo l’inizio di ciò che ci riserveranno queste pagine. Una lettura semplice, emotiva, descritta con una certa sensibilità che, devo dire, mi sono diretta per caso, e scrutando la sua anima constatato come un segno non ha lasciato. No, purtroppo. Quanto belle e delicate siano state le parole, l’emozioni intrappolate in una cortina di ricordi, leggende, proverbi antichi, quanto solitario aggregato che è stato infilato nel vano di un cuore qualunque ma che disgraziatamente nel mio non è rimasto. Non ho motivo di sospettare che me lo sia fatta scappare, determinato a restare finchè qualcuno avrebbe prevalso su tutto. Eppure, sebbene lo svelamento di questi oscuri segreti, che hanno girato e rigirato mediante espedienti magici, fermandosi ogni tanto in un punto a caso, il tutto mi è sembrato così opaco che mi ha impedito di restarne del tutto indifferente. Inquadrando nel mirino chiunque sia stato protagonista di certi eventi, conscia che, se non fossi stata sedotta dalla sua splendida copertina, non ne sarei rimasta così distaccata.


Titolo: Teresa degli oracoli
Autore: Arianna Cecconi
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: 16 €
N° di pagine: 208
Trama: Teresa custodisce da sempre un segreto di cui è ormai l’unica depositaria. E’ vecchia, ostinata, e quando intuisce che la sua mente e la sua memoria si sono fatte labili, decide di non mettere a repentaglio ciò che ha tenuto nascosto per una vita intera. Così una sera si sdraia nel letto e non si alza più: per dieci anni, “zitta e immobile, fissava quello che gli altri chiamavano vuoto e che lei aveva imparato a interpretare”. La sua famiglia però, ostinata, porta il letto al centro del salotto e dell’esuberante vita della casa, che è tutta al femminile: oltre a Teresa, ci sono le figlie, Irene e Flora, la cugina Rusì, la badante peruviana Pilar e Nina, la nipote. E’ lei a raccontare la loro storia, che inizia nel momento in cui la nonna si sta spegnendo e le cinque donne le si stringono intorno per vegliarla. Prima di andarsene, Teresa regala quattro oracoli – uno portato dal vento ( come quello che indicò a Ulisse la via del ritorno), uno scritto sulla sua pelle ( come la tradizione tramanda sia avvenuto a Epimenide), uno fatto di nebbia e di poesia ( come al cospetto della Piza di Delfi), uno che diventa fulmine (secondo la tradizione della Sibilla Eritrea) … Sono oracoli che sciolgono il nodo che blocca le loro esistenze, liberandole dalle paure, dal senso di colpa, dal passato, dall’incapacità di affacciarsi sul proprio futuro. E, liberando le loro esistenze, Teresa libera finalmente se stessa.

giovedì 6 febbraio 2020

Gocce d'inchiostro: L'ultimo inverno di Rasputin - Dmitrij Miropol’skij

Trascorse qualche giorno. E’ impossibile realizzare qualche progetto, quando incappi in una lettura impegnativa e drastica come questa. Certo, altri romanzi, durante questo lasso di tempo, prevedono un resoconto sostanzioso ma non pienamente soddisfacente e meno fitto di quanto avessi immaginato. Ma le informazioni al momento non servono, e perciò mi orienterò su ciò che è davvero indispensabile per questo ennesimo post. Dato che quella narrata in queste pagine è una storia basata su fatti realmente accadutii, credo sia inutile varcare le soglie del dimostrabile, resistendo stenuamente alle insidie dell’invenzione. L’ultimo inverno di Rasputin, infatti, con quella copertina rossa sgargiante come un taccuino, e che mi ha fornito un resoconto dettagliato delle esperienze di vita di questo importante sovrano, è alquanto attendibile. Il suo autore non si è limitato a descriverci la macabra estrazione di un frammento di storia russa, che tuttavia ne restituisce la biografia così gelida e dettagliata di uno dei più importanti eventi, ma ritrae perfettamente l’importanza che si attribuì ad un tema fondamentale come la guerra e su cosa sia giusto o sbagliato.
In prevalenza, il lettore, in uno scenario del genere è costretto a restare da parte. E una volta presa l’abitudine, leggere l’ascesa di un contadino comune come tutti gli altri non fu così disagevole, e ciò procurò un certo vantaggio alla sua narrazione. Allettata dall’osservare e scrutare ogni cosa. In un viavai di fatti, situazioni ed eventi che non hanno bisogno di alcuna spiegazione per comprendere il tutto.
Titolo: L’ultimo inverno di Rasputin
Autore: Dmitrij Miropol’skij
Casa editrice: Fazi
Prezzo: 20 €
N° di pagine: 780
Trama: Nel gelido inverno russo del 1916, l’inconcludente ricerca di un uomo scomparso ha una macabra svolta quando le acque ghiacciate di un fiume ne restituiscono il cadavere deturpato. La polizia non ha dubbi: si tratta di Grigorij Rasputin. La condanna a morte del contadino, colpevole di una deleteria influenza politica e morale sullo zar e la moglie, era già stata idealmente decretata nelle piazze e nei salotti di Pietroburgo, ma la mano del boia che ha eseguito la sentenza è ignota. Inizia così, con il ritrovamento del corpo assassinato di Rasputin, un avvincente viaggio nel passato di questo enigmatico personaggio, che come un filo lega le persone, i luoghi e gli eventi che hanno cambiato per sempre le sorti della storia europea a partire dallo scoppio del primo conflitto mondiale. A essere in fermento non è solo il mondo militare, anche quello della cultura, viene travolto dalla corrente futurista, in cui emerge l’estro poetico di un giovane Majakovskij, che con lo scorrere della narrazione mostra un’inarrestabile quanto compromettente passione per le donne. E mentre in ogni angolo d’Europa spie insospettabili e nobili esaltati congiurano nell’ombra, una delle dinastie più affascinanti e sfortunate, quella dei Romanov, mostra il proprio lato più intimo e umano, prima di cadere vittima dello spietato massacro che metterà fine al regno degli zar.

martedì 4 febbraio 2020

Gocce d'inchiostro: Il piccolo amico - Donna Tartt

Il quadro era molto più complesso di quanto avessi immaginato. In quasi otto giorni trascorsi con Harriet, mi sono reputata sostanzialmente affascinata. Bene o male, Donna Tartt scrive dei libri bellissimi, scruta a fondo nell’animo dei suoi personaggi nell’attesa di una possibile rivelazione, e, senza demordere, ci induce a porci delle domande su ciò che talvolta ci riserva la vita e su quanto essa sia imprevedibile. Adesso, dopo le innumerevoli vicende vissute in Il piccolo amico e le ulteriori complicazioni di un brutale assassinio risalente a quasi quindici anni fa, osservata da diversi punti di vista e affrontata con un certo tatto. A questo proposito sarà il lutto a non renderci per niente liberi. Né ad una intelligentissima e appassionata lettrice come Harriet, né ai lettori a cui sono state ostacolate qualunque via di fuga. Curiosamente l’idea mi ha ampiamente ricordato quella sfruttata ne il bellissimo Il cardellino, ma certa nel non aver riscontrato le medesime sensazioni suscitate. A causa di un marasma di sensazioni, debolezze, ci collochiamo in una situazione spiacevole, quasi scomoda in cui uscirne è doppiamente difficile. Tuttavia, pur quanto sia stato evidente ciò la sua esperienza si è rivelata molto bella e intrigante. La cui vera e propria essenza si riassume nell’identificazione della natura del problema stesso, e nello scoprire chi sia il vero autore che lo minaccia quasi ossessivamente.



Titolo: Il piccolo amico
Autore: Donna Tartt
Casa editrice: Bur
Prezzo: 13 €
N° di pagine: 685
Trama: Un’ombra cupa si stende sull’infanzia di Harriet Cleve, che cresce con la famiglia in una cittadina del Mississippi: è l’omicidio, senza colpevoli, del fratello Robin, impiccato a un albero del giardino quando lei era appena nata. Quella tragedia ha segnato tutta la famiglia, che non è più riuscita a superare il dolore. Per Harriet, Robin è il “ piccolo amico”, il legame con un passato felice che lei conosce solo attraverso le fotografie, i ricordi, i racconti dei familiari. Così, nell’estate in cui compie dodici anni, decide di scoprire l’assassino del fratello e di compiere la sua vendetta.

domenica 2 febbraio 2020

Romanzi su misura: Gennaio

Un mese fa, proprio come adesso, appuntavo le migliori letture del mese di dicembre; appunti, note, frasi sparse che mi avevano provocato un certo piacere.
Nuovi arrivi, ventata di aria fresca, la monotonia di post quasi sempre uguali mi spinse a vertere i miei interessi anche su un altro genere:i booktag, le visioni cinematografiche concepite prima come romanzo, eventi memorabili da ricordare e riesumare.
Da ciò ne deduce come questo primo mese del nuovo anno, in questo nuovo mese letterario, vi siano state tante cose, e riconosco come la cosa mi soddisfi enormemente. Perciò, dal primo dell’anno, su Sogni d’inchiostro ci sarà un chè di nuovo ed inaspettato; a seconda degli eventi, mi farò trascinare dal vento impetuoso del suo abbraccio.
Nuove entrate libresche, irresistibili sconti, giornate che squarciano la monotonia e, fra tutti, la visione di un film che è una crescita individuale che conquista e ammalia.
Cosa aggiungere? La piega che prendono i miei pensieri, ogni qualvolta scrivo, rivela sempre un certo tono sentimentale. Eppure sarebbe impossibile non dare voce a tutto ciò; sarebbe impossibile non poter lasciarsi andare, ma opporsi a quei ricordi che in parte ho taciuto per ben trenta giorni. E’ questo quello che succede quando non hai nessuno con cui parlare e condividere certe passioni.

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Romanzi su misura in carta e inchiostro:





Storia così linda, immacolata, irreprensibile sotto per certi aspetti, ma non sotto altri, progenie di una generazione di piccoli o grandi lettori che da questi personaggi potrebbero imparare o apprendere tante cose.
Valutazione d’inchiostro: 4

venerdì 31 gennaio 2020

Una porta fra le parole: Piccole donne di Greta Gerwing

Nei primi giorni di gennaio, la storia del mio bellissimo e amato volume rosa delle Piccole donne stanziò nel mio animo per ben due settimane. Le sere successive la lettura dei quattro volumi, quando ancora non riuscivo a staccarmi da Londra né dal magico mondo vittoriano dipinto con fede e rigore dalla Alcott, io ero ancora ferma sui miei passi desiderosa di avere di più. Nei giorni successivi, quando ignoravo completamente la sua esistenza, l’imminente trasposizione cinematografica diretta da una regista che in passato non aveva conquistato pubblico e critica e che io tuttavia ignoravo l’esistenza, mi prese per mano, incuriosita da questa nuova visione, da un trailer apparentemente fedele alla storia del romanzo, come l’annuncio dello stadio accurato di un romanzo esaminato per benino, fedelmente ed emotivamente, essere irriconoscibile nella cerchia di quei film realizzati in passato: lungi dall’assistere al recupero del cuore del romanzo, mi sono rivista in Piccole donne di Greta Gerwig involontariamente in una crescita individuale che mi ha sorpreso e conquistata. Ho osservato il suo montaggio proiettato nella scenografia di paesaggi che sembravano dipinti, sepolti nelle lande incolte di una brughiera lontana e sepolta dal ghiaccio, in cui mi è sembrato di assistere all’inizio di un percorso che le sorelle March avevano inconsapevolmente imboccato e che io non ho potuto fare a meno di seguire.
  Andò a finire che, solo qualche giorno prima che il film uscisse nelle sale cinematografiche, il romanzo, che avevo sistemato sullo scaffale di una libreria troppo piena, conteneva di per sé una storia molta bella e che il film a mio avviso promulga molto bene. Quasi nell’immediato, all’aspetto umile e dimesso di quattro giovani donne e dei dispiaceri vissuti prima che varcassero l’età adulta, e alla sua successiva perfezione, la Gerwing ha costruito le piccole fondamenta di un classico moderno, intelligente e dinamico che ha lasciato un segno del suo passaggio. I continui salti temporali, che evidenziano un certo dinamismo agli eventi narrati, se in un primo momento disorientano, in una manciata di minuti acquisiscono forza e importanza. Dopo una prima metà ricca di eventi e situazioni di diverso genere, sarà più chiaro il lavoro effettuato dalla regista perché la storia realizzata dalla Alcott potesse continuare ad andare avanti da sola, acquisisse una sua figura, realizzando così una sorta di piccola biografia della sua autrice e della genesi del romanzo. Quando si coglierà al volo questo messaggio, mentre la macchina da presa continua inarrestabile a muoversi su paesaggi bellissimi ed indimenticabili, la sua forza ed importanza, che ho sempre acquisito in un certo senso a Jo, alla scrittrice incompresa, accrescerà e si uniformerà persino nel resto dei membri della famiglia March. Un pellegrinaggio sulla forza dei sentimenti, sui legami famigliari, sulle ambizioni, su quelle virtù che all’epoca erano soppiantate dal senso del dovere e da diverse ed inutili istituzioni, come il matrimonio, ad esempio, rievocano ciò che alla Alcott fu sempre scomodo e che aveva detto di aver sempre odiato. Il film, infatti, non intende dire nulla di diverso da ciò, e a mio avviso tale forza è evidenziata dalla stessa regista, che quasi come stile di vita fece delle vicende della famiglia March come sue e, dell’interpretazione psicologica e sociale del romanzo, un insieme di messaggi che a mio avviso sono ben seminati nell’intero film.

mercoledì 29 gennaio 2020

Gocce d'inchiostro: Ai sopravvissuti spareremo ancora - Claudio Lagomarsini

Il lato spiacevole della faccenda è che, oltre al poco interesse che avevo nutrito nei riguardi di questa storia, i suoi dogmi letterari furono innegabilmente ritracciarti in quelle esagerate delle figure protagoniste. In ogni modo, non mi rimprovero la scelta di aver ceduto anche io a leggere il romanzo d’esordio di Lagomarsini poiché il polverone che fu sollevato da pochi giorni della sua pubblicazione fu piuttosto irritante, ed io desiderai levarmi questo sassolino dalla scarpa.
In questi ultimi pomeriggi di fine gennaio, che vedo sfumare nella luce brillante di fenditure che man mano svaniscono nell’atmosfera, creando come una macchia, una pennellata su di me, Claudio Lagomarsini entrò nel mio santuario magico e qui ci stette per poco tempo, indolente. Era tale la nostra incompatibilità, o piuttosto quella mia, che ho trovato interessante evidenziare in uno sciame di lettori impazziti che hanno amato e vissuto intensamente queste pagine, non partecipare ad altrettanto entusiasmo a qualcosa che a mio avviso non possiede nulla di speciale.
Ho letto in silenzio, attenta, curiosa, e riflettendo fra me confidavo nel cosiddetto momento di svolta. Che stessi mentalmente stabilendo la giusta costruzione di un evento narrativo che, mi rendo conto, sebbene descritto con una certa serietà e profondità, ha definito il ruolo di questo romanzo sciatto non credo di avere le capacità efficienti per definirlo come tale. Non malvagio, orribile o da stroncare impunemente, ma la cui lettura ha sortito in me poco e niente. Dalla sua lettura ultimata, freddi pomeriggi in compagnia della mia amata Donna Tartt non mutarono il mio giudizio. Isolata dal giudizio di altri miei coetanei, turbata nell’aver abbracciato quasi controvoglia qualcosa che non ha cozzato più di tanto col mio spirito. Non dubitando del fascino che ha provocato la sua lettura, ma sopraffatta dal desiderio di non aver riscontrato ciò che più desideravo e di cui il mio cuore sussulta ancora come un animale ferito. Sebbene gli innumerevoli tentativi, non potendo evitare di mostrarne una certa delusione.


Titolo: Ai sopravvissuti spareremo ancora
Autore: Claudio Lagomarsini
Casa editrice: Fazi
Prezzo: 10 €
N° di pagine: 420
Trama: Un giovane è così costretto a tornare nel paese d’origine per vendere la casa di famiglia; è un ritorno doloroso così come lo è il ritrovamento di cinque quaderni scritti molti anni prima dal fratello maggiore Marcello. Leggendoli per la prima volta, il ragazzo, ormai uomo, ripensa all’estate del 2002 quando i due fratelli vivevano ancora insieme, con la madre e il compagno della donna, soprannominato Wayne. La loro casa era stretta tra quella della nonna materna e quella di un uomo, soprannominato il Tordo. Nei quaderni, Marcello racconta molte cose di quell’estate: le cene all’aperto, le discussioni furibonde tra il Tordo e Wayne, la relazione amorosa tra la nonna e il Tordo, il rapporto conflittuale tra la madre e la nonna. Fra i vari episodi riportati nel diario, uno in particolare sarà quello che scatenerà la serie di eventi che porteranno all’inaspettato e drammatico epilogo.

lunedì 27 gennaio 2020

Il velo opprimente di Auschwitz: the day of remembrance

Di recente cerco di essere sempre più spesso a spasso con i tempi. Io e questo piccolo angolino virtuale rubiamo momenti di monotonia e tedio scorrazzando in giro senza alcuna vera e propria meta, con qualunque posizione che mi permetta di criticare o vedere ciò che mi circonda. Ovviamente c’è una bella differenza fra il prendere in prestito qualcosa ed usufruirlo a tuo piacimento. Ma sapevo che se non avessi dato una scossa, nella mia vita e in questi piccoli angoli di paradiso, sarebbe stata più che altro questione di fortuna.
Da quand’è che le truppe dell’Armata Rossa liberarono i campi di concentramento di Auschwitz, negli studi scolastici, alla radio e alla televisione, questo giorno è particolarmente commemorato assieme al forte messaggio che si trascina da anni e anni. Non se ne ricordano gli elementi più belli ma quelli più crudi, in cui i giorni in cui ciò ebbe una scossa positiva si contano sulle dita di una mano.

Un post più di un altro non credo farà poi tanto la differenza. Se sarà lungo o breve, coinciso o prolisso non ha poi importanza. Se farà male o brucia sulla pelle, se prude o fa il solletico non me ne accorgo nemmeno. Desideravo conferire un piccolo contribuito nel ricordare questo giorno così importante. Quindi non ho esitato nel realizzare questo post, più di tanto.
Socchiudendo gli occhi, ecco verificare ed estrapolare dal mio subconscio quei romanzi che attingono da queste disgrazie e che, una volta sicuri della loro posizione, aumentarono lentamente e in modo graduale la forza di tale pressione. Ispirata così da questo “evento”, mi sono lanciata alla riscossa, come un uccello d’inverno, mettendoci tutto l’impegno e la forza che c’era bisogno pur di mettere in discussione qualunque parvenza di felicità o gaiezza. E ciò è avvenuto estrapolando qualche romanzo, qualche lettura perfetta, pur di commemorare questo preciso periodo, che io purtroppo devo ancora scoprire.

sabato 25 gennaio 2020

Gocce d'inchiostro: Anna Karenina - Lev Tolstoj

Ci sarebbe molto da dire su un romanzo del calibro come questo, che ha disegnato, in sole due settimane, un poster fatto a mano ma dai colori vivi del sangue che mi è stato affisso irrimediabilmente nel cuore, al posto di qualche bel gagliardo autore americano ancora da scoprire; il poster è rimasto lì fissato per un certo periodo, e credo ci resterà ancora per qualche altro tempo. Finché qualche altra opera non subentrerà, qualche altro autore allieterà il mio cuore con messaggi tutti suoi, ho sempre timidamente desiderato rileggere, dopo ben dieci anni, ritornare da Anna e il suo amato Vronskji perché ciò che avevo riscontrato quando ero appena entrata sulla soglia dell’età adulta, nel 2010, e lungo l’orlo di un crepaccio da cui inconsapevolmente avrei visto la luce, con poche e semplici parole, distrusse, disintegrò il mio cuore, e solo per questo ci vollero solo trenta giorni pur di riprendermi; impadronirmi, dunque, della mia vecchia e sgualcita opera, vivere e respirare l’aria malsana di una Pietroburgo che inesorabilmente si avvia lungo la distruzione, sebbene il sentimento di dolcezza e tenerezza che scaldano l’animo, stonano con la natura austera e solenne della storia, con passo deciso, mi impose dinanzi a una distinzione fra classi che nel romanzo è proiettata su una percezione più astratta della vita. Mediante l’irreprensibile lotta, tenace e crudele fra due mondi opposti, che ripristinano e distruggono allo stesso tempo le cose.

Titolo: Anna Karenina
Autore: Lev Tolstoj
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: 12 €
N° di pagine: 1107
Trama: “Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? E’ la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa”.

mercoledì 22 gennaio 2020

Gocce d'inchiostro: Potere alle parole. Perchè usarle meglio - Vera Gheno

Nel piccolo santuario dove amo rifugiarmi, dove riposano beatamente amici di carta e inchiostro vissuti e non, sul finire del mese di gennaio ho trovato un piccolo ma interessantissimo volume, che si stanziò dinanzi a me in un momento di grande incertezza. Si trattava di una nuova pubblicazione sfornata dalla casa editrice Einaudi, di un saggio interessantissimo sul potere che si attribuisce al linguaggio e al suo essere funzionale in un mondo che lentamente sta regredendo sempre più.
I saggi non li considero il mio porto sicuro: sul campo della narrativa, che sia contemporanea o non, mi trovo egregiamente a mio agio, e allora cerco nella quotidianità qualcosa che possa appagarmi come desidero. Sperando che la lettura di Potere alle parole si rivelasse un’esperienza alquanto simile, questo fu l’inizio di un viaggio concitato ma emozionante, astruso ed interessante nel suo modo di condivisione, che rivela un certo amore per la sua autrice per la parola scritta ma anche un certo tipo di frustazione. Accontentarsi di qualcosa di meno grandioso dell’esilio che ci siamo imposti, remare su un isolotto con il quale ci siamo trincerati per tutto questo tempo, vivere modestamente nel proprio fallimento, è la dignitosa contamplazione di una tragedia. Da buona estimatrice delle parole, Potere alle parole conferisce alcune delle più importanti risposte che spesso, una lettrice attenta e curiosa come me, si è posta nel suo modo di affacciarsi nel mondo Ma la scelta di certe parole restituisce una certa identità, e senza identità non vi è carattere o passione. E affinando così lo sguardo su questo aspetto, la Gheno affina il suo sguardo nel senso della realtà di chi le adopera con una certa maestria. Obbligando chiunque, persino il meno istruito ad ascoltare. Impantanarsi in qualunque forma, struttura, significato che possa mettere a contatto le nostre anime.


Titolo: Potere alle parole. Perché usarle meglio.
Autore: Vera Gheno
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: 12 €
N° di pagine: 176
Trama: Che cosa penseremmo del proprietario di una Maserati che la lasciasse sempre parcheggiata in garage pur avendo la patente? E di una persona che, possedendo un enorme armadio di vestiti bellissimi, indossasse per pigrizia sempre lo stesso completo? Queste situazioni appaiono improbabili: eppure, sono esempi dell’atteggiamento che molti hanno nei confronti della propria lingua: hanno accesso a un patrimonio immenso, incalcolabile, che per indolenza, o paura, imperizia, usano in maniera assolutamente parziale. Anche se l’italiano non ha bisogno di venire salvato, né tantomeno preservato, è pur vero che dobremmo amarlo di più, perché è uno strumento raffinatissimo, ed è un peccato limitarsi a una frequentazione solamente superificale. Perché conoscerlo meglio può essere, prima di tutto, di grande giovamento a noi stessi; più siamo competenti nel padroneggiare le parole, più sarà completa e soddisfacente la nostra partecipazione alla società in cui viviamo.

La recensione:

In appena una manciata di ore sono accadute tante cose, o sembravano essere accadute, così tante cose – perché in realtà non era accaduto nulla d’importante – che invece di stanziare nella mia confort zone, cominciai a gironzolare qua e là, fra le pagine di un saggio breve ma dal contenuto intenso e significativo, dappriama come un sonnambulo, errando senza meta sul tappeto bianco ma scintilante di parole che sono state messe di traverso. La Ghena, in un certo senso, ci rivela i segreti più intimi pur di raddrizzarle, intorno al mio piccolo satellite, poi tornando sui miei passi fino al punto da dove il panorama bellissimo di Potere alle parole potessi ammirare. Ho sentito in lontananza l’eco, la voce dolce e melodiosa della sua autrice, che in un certo senso mi ha condotta in un giro di parole ma fatto anche sprofondare nella piega della loro anima. Mi ci sono approcciata stupefatta, orgogliosa di aver messo da parte qualunque remora, qualunque indugio pur di trovarne una giusta giustificazione: il romanzo custodiva un segreto. Questa raccolta di pensieri scritta secondo i piani emotivi più credibili e coinvolgenti, questa forza nel trasmettere un messaggio sotto certi aspetti ignorato, affinando le compenze utili pur di renderlo migliore, ha nondimeno un gigantesco importantissimo significato. Come si arriva a questa conclusione? Semplice, guardandosi attorno come antropologhi pronti a studiare qualunque forma di vita. E il suo magnetismo sta proprio nel suo segreto.Nell’importanza che si attribuiscono a queste pagine, per molti irrivelanti per altri forma di gran respiro. Vuole essere un modo semplice per preservare la lingua, purchè le parole abbiano un senso e possa attribuirgli un’identità. E dovrebbe essere l’individuo a renderlo visibile, conforme ai suoi bisogni, che rinnega la realtà circostante e non accetta il cambiamento.
Non posso dire altro. Le pagine con cui sono state vergate Potere alle parole non hanno bisogno di dire altro. Ci sono, nel suo insieme, un paio di momenti vuoti. C’è un momento vuoto in cui l’autrice si dilunga perlopiù nell’esaminare “scientificamente” l’uso del linguaggio in un contesto sociale in cui comunicazione e telespettatore etrano a contatto. L’aria di essere un saggio serio, affidabile, un avversario ostinato con cui guerragliare, se vogliamo osare …. Potere alle parole è tutto questo. Con certezza non sapremo mai se, in realtà, questo aspetto, questo nuovo modo di vedere sia basato su un concetto fondato o solo sulla fantasiosa espressione di una giovane donna che fece della scrittura, delle interpretazione delle parole uno stile di vita, un modo per sopravvivere, ma certaente esplica perfettamente ciò che ha desiderato ardentemente: comprendiamo quale sia il cemento che tiene salda ogni cosa. La Gheno però si è limitata a raccontare la sua esperienza, sia di editor sia di lettrice, e nel bene e nel male fa quello che fanno un po’ tutti quelli che credono o desiderano ampliare il sapere. Immagino le motivazioni! Non riesco a non immaginare. Si dà il caso che ho deciso di abbracciare la scrittura proprio per interpretare meglio il mondo che mi circonda.
Quella in cui sono sprofondata è una zona affascinante e molto molto vicina a dove mi trovo, che mi costrinse a restarne ammaliata. Non una critica né un componimento letterario, bensì una certa competenza trasversale che è stata messa in pratica con coraggio e trasporto di cui la sua autrice ha trasgredito alle regole della “normalità” ponendosi domande su cui dovremmo avere delle risposte. Non sui suoi colleghi autori, bensì su  qual è il significato intrinseco per l’autrice. Come le parole stesse divengono masse di vita, beneficio per l’anima di uomini o donne comuni, appassionati di letteratura e scrittura, e che fece di questo saggio una constatazione, scritta con una certa frustazione e rassegnazione, di qualcosa che è potente, continua, minacciosa, reale. Derivati da letture frenetiche, appassionate, o da semplici osservazioni o riflessioni profonde, dal magnetismo che esse esercitarono e che cozzarono col nostro essere.

Valutazione d’inchiostro: 4+

lunedì 20 gennaio 2020

Gocce d'inchiostro: La luna è tramontata - John Steinbeck

Quasi inconsapevolmente, dopo il ritorno a casa da una giornata lavorativa intensa e stancante, decisi di leggere La luna è tramontata di John Steinbeck e lo divorai in un sorso, le pagine scorrevano sotto i miei occhi come sabbia fine sul palmo della mia mano e le sue parole in un sogno. (La mia piccola e intatta copia stanziava su uno scaffale stracolmo da qualche tempo, qualche mese prima che il fatto si compiesse; allora era già chiaro che la sua lettura sarebbe stata alquanto concisa purchè me la trascinassi per qualche giorno, e così lo avevo acquistato sbarazzandomi di qualunque dubbio o perplessità: insomma, il primo approccio con l’autore). Ieri pomeriggio, dunque, colsi al volo l’occasione mentre la mia bella Anna Karenina, il suo tormentato amore, che ho sempre segretamente amato, da dove riposano silenziosamente mi stessero scrutando in malo modo. Ma niente toglie al bellissimo romanzo di Tolstoj il suo tempo; già stasera tornerò nuovamente a muovermi nella Russia di fine ottocento.
La luna è tramontata, comunque, reguardisce messaggi così belli ed importanti che girano ognuno su un unico tema: l’individuo è un combattente, un soldato, una milizia, che è nato per combattere e contrastare qualunque avversità. Ma desideroso anche di affetto, emozioni, parole gentili che esamineranno insieme, a gruppi di personaggi, una serie di disegni non propriamente divini ma che fecero di questo romanzo una sorta di propaganda. Lezione morale che ognuno di noi, persino l’uomo moderno, dovrebbe perseguire.


Titolo: La luna è tramontata
Autore: John Steinbeck
Casa editrice: Bompiani
Prezzo: 10 €
N° di pagine: 159
Trama: Seconda guerra mondiale. Un piccolo paese della Norvegia viene occupato dall’esercito tedesco senza che gli abitanti riescano a capire la gravità della situazione e senza che possano organizzare qualche forma di opposizione. Dopo lo shock iniziale la piccola comunità imparerà una lezione fondamentale: la forza dell’individuo si basa sull’unione del gruppo. Dopo aver assistito a violenze e tradimenti dell’invasore, si farà strada e si consoliderà lo spirito di indipendenza e rivalsa del gruppo. Prima con sporadiche esecuzioni dei soldati occupanti, poi con una guerriglia sistematica e organizzata, la comunità dimostrerà agli altri e a se stessa che nessuno è vinto finchè non si arrende.

sabato 18 gennaio 2020

Un'attrazione rischiosa: sconti Adelphi 2020

Il mese di gennaio è il mese delle sfide. Io lo vivo in questo modo. Innumerevoli eventi, novità o sorprese varie subentrano come niente fosse. Fra le altre cose, è così anche per quanto riguarda la letteratura. Le case editrici, le novità editoriali pronunciano l’augurio di un buon anno frantumando così qualunque idea o parvenza di trattenimento. Trattenersi a non dover acquistare nulla, smaltire le pile gigantesche di romanzi che attendono sugli scaffali da troppo tempo, e allungando ancor di più le possibilità di nuove scoperte.

La casa editrice Adelphi, dunque, firma la sua avanzata nel 2020 con un numero redarguevole di romanzi scontati a prezzi a dir poco accessibili, in cui io avanzo di gran carriera con la mia immancabile agenda e il batticuore perchè desiderosa e ossessionata di tutto rispetto. Mancano alcuni romanzi dei miei autori preferiti, libri famosissimi ma mai letti, fra gli scaffali della mia libreria, pur di completarne la bellissima collezione, ma resistere a certe attrattive è davvero difficile.
Questo post infatti espugna la ragione per cui a certi tipi di richiami è difficile volgere le spalle: vorrei soprattutto enumerare quei titoli che presto o tardi mi accaparrò, con una certa calma e moderazione. E’ un paradiso terrestre in cui amo viverci. Che idiota sarei a non approfittarne?!?
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Primo di questa lista, alcuni dei romanzi della mia amata Nèmirovsky. Questi sono alcuni degli innumerevoli volumi che mancano dalla mia collezione, tutti accomunati da un marasma di sensazioni forti e altalenanti che abitano nei tumulti del cuore umano, non soltanto come la sua autrice li visse sulla pelle, ma come lei stessa contribuì a produrre fra gli esseri umani.