mercoledì, febbraio 11, 2026

Sette gocce in sette giorni: romanzi vissuti in una settimana 9°

Negli ultimi tempi, sono stati numerosi i romanzi dalla forte intensità e in grado di produrre tensione o sconcerto ad accompagnarmi, per periodi lunghissimi o brevissimi, in alcune fasi della mia vita. Mi sono trovata nello stato d'animo giusto per leggere racconti di questo genere e, recentemente, una di queste è coincisa nel periodo in cui mossi i primi passi con la lettura di certi romanzi. La maggior parte, perlomeno. Altri, invece, non hanno potuto diffondersi

come un’unica macchia nella quale tutto si confonde. Corrodendo e annientando non solo lo spirito dei protagonisti senza che questi se ne accorgessero, ma anche il mio. Perché nel luogo in cui fui proiettata ho potuto vedere ogni cosa nella sua pienezza, come qualcosa a metà fra cielo e natura, in mezzo al caos del mondo e della civiltà.

Esistono varie forme di solitudine e ognuno ha le sue qualità. Ci si può sentire soli non avendo amici, non uscendo, rimanendo a casa tutto il giorno. Ci si può sentire soli quando non hai nessuno con cui parlare, senza paura di disturbare. Di notte, con le orecchie il frastuono del silenzio, con l'anima dei pensieri che vengono trascinati via dalla corrente e si perdono chissà dove.

E contornati, pregni di un unico elemento: l’amore per la letteratura. La parola scritta, i suoi << simboli >>, un corollario di immagini che fanno della disarmonia dello spirito di queste masse di carni instabili ma con una identità, rimbombi continui persistenti nella mia testa. Forse era un segno divino, eppure tutto ciò che ho visto in questa forma atipica di amore ha avuto su di me un ché di rilevante. Perchè per la prima volta, mi sono approcciata alla lettura di testi che non avrei letto tanto facilmente, se non ché da queste storie è possibile riconoscere un pò di me, la letteratura come balsamo della mia esistenza. Proiettata lontano, senza capirci più niente. Colpendo dritto al cuore, in una miscela confusa di suoni, musica e parole, in luoghi o in uno spazio temporale non ancora perduto, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo. 


Titolo: I giorni del mare

Autore: Pierre Adrian

Casa editrice: Blu Atlantide

Prezzo: 18, 50 €

N° di pagine: 160

Trama: È agosto, in Bretagna. Dopo molti anni, un giovane uomo torna nella grande casa di famiglia per passarvi l’estate. Nulla, in apparenza, sembra cambiato. Gli stessi sono i volti dei cugini e degli zii che ogni anno si ritrovano stretti intorno all’anziana nonna, stessi sono i giochi dei bambini più piccoli, stesso il mare impetuoso e irresistibile che lambisce gli asciugamani stesi al sole. Eppure qualcosa brilla nelle cose e nelle persone, la malinconia tenera e cristallina delle cose passate, la dolcezza delle cose familiari che si mischia al tempo imprevedibile del cielo di Brest, coprendo tutto di un significato nuovo. Tra pomeriggi in spiaggia, feste al porto, amori estivi e l’amicizia di un cugino più piccolo in cui il narratore si rivede, il tempo sta cambiando anche per lui. Con la fine dell’estate, verrà il momento di crescere e di diventare, dolorosamente, adulto. I giorni del mare è un romanzo di intensità assoluta e profonda maturità stilistica, in cui la nostalgia per le cose perdute trascolora nella speranza di quello che verrà e nella rivelazione inaspettata di ciò che significa amare e appartenere.

La recensione:

La storia di Pierre Adrian è stata una sorpresa estremamente spiacevole e l'arrivo in un luogo che ha funto da piccolo espediente per smorzare la routine, la monotonia, ha sortito però l'effetto desiderato. Quale effetto? Distolto da alcuni pensieri, proiettato in un luogo tranquillo dove il protagonista è un ragazzo nel cui animo riposa silenziosamente un uomo tormentato dai sensi di colpa e dalla malinconia, avviluppati in una nuvola di insondabile cupezza, in cui non ho potuto perdere volontariamente le mie tracce. Sfuggendo alla monotonia del giorno, trovandomi in una sorta di registrazione attenta e ponderata di una vacanza lunga e interminabile, col desiderio irresistibile di allontanarmi, semplicemente mi sono lasciata consumare dal fuoco dell'insoddisfazione. Perché pur quanto questo ragazzo - forse alter ego del suo autore - si sia messo a nudo, dinanzi agli occhi del mondo, offrendo vulnerabile la sua anima, osservando il paesaggio tetro della vita: così nitido, drastico, triste, sensazioni acuite, quasi impossibili da attrezzare per un adolescente, tutt'intorno, il silenzio. La solitudine descritta come qualcosa di inevitabile. Una debole luce che diffonde il suo tenue bagliore come resti di memorie lontane. Funambolo che avrebbe dovuto prendere la spinta per fare un balzo e afferrare il prossimo appiglio. L'istante in cui si prepara al salto e non sa cosa però farsene del volo. Poiché questa è la vita. La certezza della sua esistenza. La prova messa in atto da un funambolo, pur di ritrovare l'equilibrio. Lui, che nonostante è libero non riesce a spiccare il volo.

Una leggera insoddisfazione? La dolcezza quieta dei suoi pensieri? Parole che hanno finalmente una sua forma? Promesse ad un'idea di libertà, nata dal desiderio ardente di un ragazzo solo e insoddisfatto costruito sui sogni. Li avevo temuti, come la fatalità di una condanna. Ma di cosa mi sono avvalsa, effettivamente? Di una continua ricerca di amori che rendono prigionieri, sogni o desideri riesumati dalla risacca lenta del tempo, o innumerevoli eventi di cui non ho potuto sentirmi spettatrice, coinvolta.

Pierre era un’anima sola e contrita che vagava lungo la riva dell'insoddisfazione, la solitudine che inzuppa ogni cosa come un terribile acquazzone. Una storia che intavola una specie di conversazione silenziosa, un dialogo imprescindibile fra autore e lettore, che avrebbe potuto rivelarsi profondo, poetico, appassionante quanto un lungo serafico nodo che non ha potuto sbrogliarsi, perchè impelagato nella matassa del nulla, dell’eternità e in cui la totalità del tempo, il suo scorrere inesorabile, è un irraggiungibile apice di struggente poesia che avrebbe potuto devastare l’animo. Così raffinato, dipinto da un unico grigio colore, da cui le parole, i suoni avrebbero potuto cogliere l’attimo che fluisce impertinente del tempo. Interpretandolo. Scrivendolo.

Valutazione d’inchiostro: 2

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Titolo: Metamorfosi

Autore: Ovidio

Casa editrice: Einaudi

Prezzo: 18 €

N° di pagine: 768

Trama: «La contiguità tra dèi ed esseri umani è uno dei temi dominanti delle Metamorfosi, ma non è che un caso particolare della continuità tra tutte le figure e forme dell'esistente, antropomorfe o meno. Fauna, flora, regno minerale, firmamento inglobano nella loro comune sostanza ciò che usiamo considerare umano come insieme di qualità corporee e psicologiche e morali [...] le Metamorfosi vogliono rappresentare l'insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza d'immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere - secondo l'ambiguità propriamente mitica - tra le chiavi di lettura possibili». Italo Calvino


La recensione:

L’ordinamento cronologico, nuovo, inserito in un contesto storico preciso, quello dell’età augustea, fece di Le metamorfosi un testo di iniziazione al Chaos, quello stato primordiale o luogo dove nacquero spontaneamente gli dei, culminando con la morte di Giulio Cesare e il suo catasterismo ( eroe che viene trasmutato in costellazione ). Accostarsi ad un’opera monumentale come questa, derivazione della prosa alessandrina in cui vi sono presenti elementi che fanno promotori di anziani galanti e perversi nei confronti degli uomini, fu quel ponte ancestrale, quello spunto di riflessione che doveva suscitare effetti moralisti, quanto ingegno artificioso, modellato del tutto personalmente. Coincidenza di finalità puritana, l’eternità di Roma, il rispetto sacrale della divinità. La natura umana, così incline a passioni malvagie, esistenti accanto all’uomo e a una classe di potenti seminudi, appartengono a una concezione del mondo più mitico che filosofico. A dominare l’intero poema, lo spirito sicuro, arguto, ironico della padronanza della realtà e delle passioni o delle follie umani,

Da lettrice appassionata a questo tipo di letteratura, e da autodidatta per aver << studiato >>, consumato per benino un testo criptico come questo, non ho potuto fare a meno di sentirmi coinvolta, a lasciarmi contagiare dal ritmo incalzante, appassionante, seducente che a quanto sembra il poeta greco attinse dalla realizzazione di organismi viventi, artificio creato da un essere divino o entità politica e sociale, ripresa da Aristotele e dai sofisti che svilupparono una vera  e propria corrente filosofica da cui l’universo potè farsi atto di quel prodotto, quel disegno, artroprocentico e geocentrico esclusivamente creato per il Bene degli uomini, i loro corpi celesti, che girano tutt'intorno alla terra. Una visione da cui si contrappose Democrito e Leucippo che non credevano alle ipotesi dell’unicità, dell’immortalità del cosmo, quanto la presenza di due mondi corruttivi e mortali.Interazione tra atomi che devono riempire un vuoto. Il vuoto esiodeo strettamente legato, collegato al movimento in cui la terra non offre punti dove poter sostare quanto luogo in metamorfosi, in mutamento in relazione alla natura.

Spesso, in passato, il dibattito che si trattasse di un poema elegiaco o epico ma impossibile da etichettare in un unico genere, quanto più agenti fecero delle Metamorfosi un esempio di dissoluzione dell’identità, la gloria eterna, la mancanza di un valore unico in un centro narrativo in cui Le Metamorfosi si pongono in una dimensione in cui si ridimensiona l’eroismo epico tradizionale. Perché la sua è una struttura ipotetica, cioè composta da proposizioni principali e dipendenti, una struttura articolata e sfarzosa.

Pur quanto le sfide siano state innumerevoli, è stato appassionante, incalzante, seducente muovere i primi passi nel mondo della mitologia greca, accettando di << donare >> ad una somma esorbitante il mio tempo.

La scintilla dell'ispirazione, come tante cose di cui dobbiamo occuparci costantemente, si presenta come una vera alternativa. Può fornire efficaci mezzi di evasione - grazie alla possibilità di rifugiarsi in mondi ancora sconosciuti - e soprattutto quanto più si desidera: una storia indimenticabile che vivrà sicuramente più a lungo di chi l'ha scritta.

Quando mi approcciai alla lettura di questo romanzo non ero ancora certa se volessi leggerlo, o meno, avevo una nuvoletta grigiastra e appiccicosa che minacciava di non lasciarmi se anche io, nel mio piccolo, potevo vantarmi di aver letto vera letteratura, quella con la L maiuscola, da cui ho potuto affidarmi mediante la libertà di sentirmi libera di spaziare con la fantasia ed emozionarsi. E’ bastato un piccolo gesto affinché muovessi i primi passi, avessi messo radici nella letteratura greca che, al mio meglio, ha potuto aprirsi a dismisura senza più alcuna remora.

La scrittura fu senza dubbio il terreno più fertile e affidabile per l’autore greco. Un "occasione" per poter restare sempre più vicino all’imperatore Augusto, descrivendo gli infiniti regni della realtà umana, dove non sempre si trova o si scova rifugio, respiro, conforto. Quanto estirpando da un vasto e splendido cosmo un frammento di universo, un rimasuglio, un piccolo essere soggetto a mutamento, oggetto di transazione e distruzione. Legato a Pitagora affinché questa concezione donasse una visione filosofica, fondamentale, veritiera: la reincarnazione e il vegetarianismo. Il discorso trasforma la metamorfosi da semplice mito a principio cosmico che nulla persiste quanto oggetto a forme di cambiamento. Poiché dotato di un'anima immortale, un anima che trasmigra da un corpo a un altro, giustificando la finalità dell'universo ovidiano. Sacrificare un antenato, mangiarlo equivale a mangiare un parente perché strettamente legato alla natura, all’essere dove ogni trasformazione fa parte di un ciclo vitale continuo. Da una semplice raccolta di miti se ne ricava una riflessione più seria della natura, del cambiamento, della natura divina. E, a questo proposito, Pitagora divenne chiave interpretativa per comprendere come la metamorfosi sia un processo di conclusione, quanto continuo rinnovamento della vita.

Questo disegno divino mi avrebbe indicato la strada, una cospirazione  per condurmi fra le pagine bianche alle origini. L’inizio di ogni cosa. Il sale della terra è già colma di bei frutti. Circondata dalle vecchie mura della mia casa, a bordo di vascelli splendidi e dalle coste colorate, in un altro mondo, in un altro luogo, con uno scrittore e il suo ingombrante "problema". Perchè nel momento in cui la sua voce risuonò nella luce accecante della mia camera, prese vita ciò di cui credevo di averne una certezza, si riversarono su di me come una macchia d'inchiostro su una bianca tela: la gelosia, l’invidia, l’irrimediabile scontro fra più anime o divinità a cui presto o tardi si andrà incontro a una punizione. Pregni di quella vitalità, quel eroismo tipici delle avventure omeriche che vagano alla ricerca di una meta, una ragione che li avrebbe indotti ad affrontare ogni avversità, contrastare ogni male, da cui Ovidio tenta di riesumare mediante la realizzazione di episodi di cui questi eroi assumono connotazioni di una vera e propria apoteosi, ovvero quella glorificazione che silenziosamente aspiravano di raggiungere. Ritornando alla dimora celeste del divino, uomo che si eleva alla figura di eroe, divenendo quella figura celebre per aver finalizzato l'Iliade, l’Odissea, creando un’identità nazionale che definisca i valori religiosi olimpici e un passato eroico comune, attraverso una potente narrazione epica.

Le passioni, la lussuria che sfociano quasi sempre in gesti o atti carnali irruenti e irreprensibili lavorano sull'uomo, sull’individuo coinvolgendolo al punto di trasformarlo in un equivalente bestia, elementare a quella passione. Prodotto della cultura auguste, protagonista della decade successiva, quella cioè del cambiamento.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Odi

Autore: Orazio

Casa editrice: Bur

Prezzo: 11 €

N° di pagine: 560

Trama: Luce di paesaggi, danze, amori, conviti con gli amici, e in sottofondo l’affanno del tempo che fugge, l’ansia dell’ignoto e un senso costante della morte che rende più struggente il valore della vita: questo è Orazio. Negli Epodi e nei quattro libri delle Odi Orazio riversò le tensioni di una vita perennemente agitata dall’inquietudine e dall’insoddisfazione, con una lingua e uno stile che resteranno nei secoli modello di assoluta purezza e di inimitabile eleganza. Ma sullo sfondo si intravedono anche i segni profondi di un’intera epoca, segnata dalle guerre civili e dall’instaurazione del regime augusteo e dalla trasformazione radicale di valori consolidati e di sicurezze acquisite. L’introduzione di Alfonso Traina incentra la sua indagine sull’intimo rapporto tra il lessico e le tematiche della lirica oraziana.


La recensione: 

Sogno o realtà? Cosa ce ne facciamo noi esseri umani dei sogni? Cosa ne ricaviamo? Non è tempo di svegliarsi, vedere tutto quello che ci succede attorno, come spegnere il motore di una macchina che produce necessariamente calore, e il calore accumulato dà sfogo a noi stessi? 

Dalla lettura di un testo di un nostro autore preferito, un gesto banale, il reindirizzamento a forme di culture, di sapere, celate, nascoste in fiumi di conoscenza che ancora non avevo esplorato, smussarono un frammento della mia corazza, quello in cui sono rinchiusi i miei più intimi segreti, e ponendomi delle domande, ho riversato e trovato alcune risposte solo attingendo da quel contenitore imperfetto che è la scrittura. Scrivere è un << mestiere >> solitario, ma ci conduce e induce a valicare mondi di straordinaria bellezza. Si urla al mondo intero, in primis tramite quel irreprensibile ed incessante dialogo fra la mia coscienza e quella circostante, ciò che teniamo saldamente nascosto. Perché questa è la scrittura: è modo, attitudine di attribuire un senso alla vita, sfogare se stessi, percorrere meandri della memoria, anfratti bui, paradossi, scoprendosi in una moltitudine infinita.

Non posso che concordare con quei grandi pensatori, che attribuivano alla scrittura il sapere di tutta una vita. Alcun limite o misura potrebbe valicare i confini del sapere, della conoscenza, dove l'anima di chi scrive combacia perfettamente perfettamente con quella di chi legge.

Le Odi di Orazio, il cui interesse fu instillato dal mio amato Hardy mediante la rilettura di un suo ennesimo testo, arrivò in un pomeriggio estremamente uggioso di fine novembre. Avvolto da una nube di degrado, povertà, fame e sofferenza, accompagnato dal tanfo putrescente dei gas di scarico della sua palude. La sua è quel genere di storia che al liceo, specialmente al ginnasio, non ha potuto non lasciare una traccia del suo passaggio. Ma non avendo frequentato il ginnasio, quanto avendo studiato gli studi sociali, il mio amore per la letteratura, quella  profonda, vera, romantica, crudele, che non indugia sui grandi gesti, ma solo sul desiderio di realizzarsi, accrescere il sapere di cognizioni che si credevano perdute, è una forma di possessione, una meta che qualche anno fa avrei definito irraggiungibile. Ma se situata in solide fondamenta, nella possibilità di fagocitare il nostro spirito, mediante ripetizione, informazioni, nozioni che possano accrescere la sua luce, il suo abbagliante lucore, ecco che la letteratura, la lettura di certi testi, diverrà quel gesto che vale più di qualsiasi altra cosa. Come l’ambizioso Jude di Jude l’oscuro, ho vissuto nella più mera miseria, contribuendo ad intensificare, rendere saldo questa forma splendida e forse atipica di amore.

Questa è la mia storia, questa è una breve massima che compongono pagine e pagine di un diario, che divengono quasi una confessione con me stessa: cronache di vita, di sogni e speranze sospesi nell'aria stagnante, con protagonista un ragazzo che, inconsapevolmente, un giorno qualsiasi, si è avviato lungo una strada che la porterà alla scoperta di se stesso. Svelato dalla magia del nulla. Incurante degli incauti sussulti del cuore che, talmente forti da dare un senso di malessere, trasportato qua e là dalla corrente dell'amore, osservando l'inutilità di un mondo fatto di cose grandi e piccoli, sospinto verso un lento processo di scoperta verso se stesso e il mondo circostante.

Compiacimento. Desiderio. Fedeltà, sono queste le sensazioni che mi hanno condotta a percorrere certe strade. Recentemente è capitato con questa raccolta di poesie, per l’esattezza 103, raccolte in quattro libri il cui modello è tratto dalla poesia greca dell’età arcaica. E che, nell’insieme, esplorano la brevità della vita, il concetto di saper cogliere l’attimo, l’accettazione della morte con serenità. Includendo la ricerca di quei giusti mezzi, l’autosufficienza, l’amicizia, l’amore leggero e la poesia civile legati al re Augusto.

Era il primo tentativo, il mio intento, di cogliere la bellezza, la straordinaria magia che << colpì >> un uomo tranquillo che ebbe a disposizione nient’altro che mucchi di rotoli, papiri, facendo di queste Odi un’opera straordinaria, immensa, prima nonché un chiaro tentativo di creare una lirica alta in latino, ispirata ai modelli greci (Alceo, Saffo, Pindaro), capace di trattare temi esistenziali, morali e civili con eleganza e varietà. Il poeta mira a promuovere la saggezza epicurea, il carpe diem, la moderazione e, contemporaneamente, sostenere i valori etici e politici del principato augusteo. Valorizzando il momento presente, l’autosufficiente e la consapevelezza, la pace e i valori tradizionali in cui l’amore è tratteggiato con leggerezza, incuneato in un luogo che è coperto da forme idilliache, mentre la morte vista come un destino ineluttabile. Opera che si distingue per la sua ricercata raffinatezza stilistica, sulla callida iunctura cioè l’accostamento inusuale delle parole e l’equilibrio fonale.

Era un’opera inconsueta che, in questo salotto letterario, non era mai comparso. Così inconsueto, particolare, alquanto ostico linguisticamente parlando per via di un mancato studio della lingua greca e latina, ma figura celebre di inusuale ironia, eleganza che affronta ogni nefandezza con placida epicurea ( facendo cioè atto del pensiero di Epicuro ), amante dei piaceri della vita, dettando quelli che non sono altro che i canoni del carpe diem da cui è possibile riconoscere funzioni comunicative, difficilmente riconducibili a fini encomiastici, cioè volti al plauso del pubblico, a rapporti umani da cui trarre riflessione o insegnamento.

L’esistenza, quel lungo serafico filo, sembra rivelare risposte da cui il poeta sembra non essere mai uscito, sfuggito da quella bestia temibile che percepiva come temibile e indomabile: la morte. La sua visione dell'aldilà è alquanto sincera, sicura, moderata e intelligente da cui trapela tuttavia una certa malinconia, forme di elegia che rivelano il suo stato interiore. Orazio appariva come un uomo che scova rifugio, conforto, dalla morte ma a cui non ha scovato alcuna paura. Niente e nessuno potrà aborrirla, e i grandi eroi che hanno tentato di combatterla ma invano non avevano compreso quanto fosse necessario sfuggire, anziché avanzare imperterriti.

Un’immagine distorta che lo collocarono come un essere non privo di malinconia, ma dalla sua rappresentazione della morte esprime un profondo stato di angoscia per la morte, per questo annullamento dei sensi da cui la serenità, la felicità, la bellezza che è volta alla vita si identificano nella realizzazione del poeta come una triste forma d’accettazione naturale.

La paura, pur quanto ci si affanni a negarlo, è un sentimento innescato come una palude che non solo esprime il concetto della morte, ma anche a renderla più vivida, viva ed espressiva mediante poesia. E il suo essere inevitabile è coniato dalla religione, accresciuto dalla speranza che si volge a Dio, forma ineluttabile, inevitabile che tuttavia non sottrae l’uomo da un destino ineluttabile e incorruttibile.

Da qui i più pessimisti dovrebbero trarre esempio, pensiero, nel dover godere del presente affinchè è possibile riconoscere l’inevitabilità e la certezza della morte non senza una nota di cupezza e malinconia. La vita la si deve vivere al presente, giorno dopo giorno, la vita è adesso in quanto è nel momento presente che ci offre fondamenti di felicità, concretezza. Perché la morte è sempre in agguato, e alla sua imprevedibilità non bisogna dare peso. Visione di cui Catullo concordò, invitando ogni suo fedele a vivere con serenità.

La tormentata storia di Jude l’oscuro, l’irreprensibile amore di Hardy per i classici greci, espediente tra l’altro della sua produzione letteraria, mi fecero conoscere un capolavoro come questo il cui approccio, confesso, non è stato semplice. Perché pur quanto possa sembrare diversamente, questi filosofici ci impartirono delle esperienze di vita vissute in prima persona che avrebbero dovuto essere, fungere da esempio. Se l’anima è infervorata da qualcosa o qualcuno, è un meccanismo naturale rispondere ai suoi incauti sussulti. Il mio cuore sussulta per Hardy, la letteratura, quella con la L maiuscola, e il suo amore, il suo interesse per l’autore greco - e tanto altro perchè Jude l’oscuro è pregno di fondamenti filosofici e morali - mi ha condotta non poco sorprendentemente in un moto lento e poco rassicurante dell’anima da cui trarre insegnamento, riflessione. Un inno in particolare, il Carmen saeculare, quello cantato da un coro di fanciulli e fanciulle durante i vespri secolari che celebravano in tre giorni e tre notti la fine di un secolo voluto dall’imperatore Augusto affinchè celebrasse l’età dell’oro e Virgilio, così solenne e elevato, evocativo e profondo da cui si odono le invocazioni di Apollo, di Diana, Iliza, le Parche, con la conclusione del trionfo dell’imperatore discendente da Venere tramite Enea. Da qui trapela la fine del poeta greco a Roma, esprimendo l’augurio che il poeta romano potesse donare una lunga prosperità ai romani, come una preghiera perfetta o apoteosi della cultura pagana che culmina nella poesia di Orazio.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Le metamorfosi o l’asino d’oro 

Autore: Apuleio

Casa editrice: Einaudi

Prezzo: 14 €

N° di pagine: 624

Trama: Lucio, protagonista e narratore di questa storia, è in Tessaglia per affari e soggiorna in casa di Milone e Panfila, nota maga. Una notte spia una trasformazione della sua ospite e, nel tentativo di imitarla, si tramuta per errore in asino: potrà tornare uomo solo se mangerà delle rose. Intanto la casa di Milone subisce un saccheggio e anche Lucio-asino viene portato via. Passa cosi di padrone in padrone subendo ogni sorta di tormento, finché un giorno una visione della dea Iside gli indicherà come riacquistare forma umana. "Le metamorfosi" o "L'osino d'oro" di Apuleio, unico romanzo latino conservato integralmente, dà vita a una girandola di colpi di scena: racconti che si intrecciano, streghe, banditi, passioni amorose, adultèri, efferatezze, magie stupefacenti.


La recensione:

Storie come queste, la cui provenienza è antica, proveniente da una forma anonima di letteratura, planò intensamente e con regolarità nel mio cuore. Scrivere << anonimo >>, usare questo aggettivo, non è stato casuale, in quanto negli ultimi tempi, le mie letture hanno indugiato un pochino di più in un terreno che prima percorrevo con non poche difficoltà. Il mondo della letteratura è vasto, splendido, colorato, ma irto di ostacoli, increspature, ma quello proveniente dal mondo greco o latino, il loro assordante fragore, giunse alle mie orecchie solo quest’anno, anzi, alla fine del 2025. Quando con regolarità e in alcune sedute mattutine, ho divorato romanzi che non credevo possibile potessi fagocitare. Riconoscere la loro aura lucente, il loro splendido fervore che indugiava nei meandri della mia memoria, brillando di intensità, ristagnando nell’aria, rilucendo nell’immediato, come se una sferzata di luce le illuminasse, non è stato semplice. Non è stato semplice leggere L’apocalisse di Giovanni, sebbene il significato simbolista sia ancora impresso nella mia memoria; non è stato semplice leggere Le metamorfosi di Ovidio, o interpretare il Cantum sacrae di Orazio. Non è stato semplice sedere qui, alla scrivania, dinanzi a un computer nuovo ma già poco funzionante, e riporre nero su bianco ogni cosa. Ma per comprendere a fondo la letteratura, quella con la L maiuscola, dico sempre, quell’incessante dialogo che si instaura fra me e l’universo, leggere certi testi è davvero necessario. Perché il loro eco non si perderà nella sabbia del tempo, quanto perpetuerà a lungo, nelle profondità di un pozzo, nel ricordo di chi le ha scritte.

Le vicende che sono ritratte in Le metamorfosi o L’asino d’oro, questo secondo titolo accostato postumo alla morte dell’autore, suddiviso in 11 volumi, costituisce uno degli esempi più significativi di romanzo picaresco dell'antichità in cui si mescolano elementi magici, comici, religiosi. Le metamorfosi divenne celebre, noto per essere un romanzo di cornice, in cui sono inseriti racconti secondari, storie a sé stante - una di queste La favola di Amore e Psiche, inserendosi in una consolidata tradizione greco romana incentrata sulla mutazione, su finalità tanto poetiche quanto didattiche. E la sua produzione poetica offre un repertorio mitologico di base utile alla forma retorica, che si discosta alla sequela di racconti mistici, quanto presentava un’unica estesa narrazione in cui il protagonista non è una figura leggendaria quanto un personaggio immaginario di epoca contemporanea colto ed elevato, la cui unica metamorfosi a cui è soggetto non ha nulla di tradizionale, quanto assume toni farseschi, grotteschi, comici degradanti.

Da qui la constatazione di come una storia di questo tipo assomigliava parecchio a quella di Luciano, piuttosto che all’idea di informazioni raccolte di metamorfosi in senso classico. Alcuni critici in passato lessero il romanzo attribuendolo al simbolo, alla trasformazione morale ed esistenziale, l’opera la si può definire come una lunga metamorfosi dell’anima. E, l’aggettivo d’oro, all’idea di straordinario, brillante e degno di attenzione capace di distinguersi nel corpo della narrazione.

Dalla filosofia platonica, attinse la realizzazione del simbolismo chiaro e trasparente del racconto mitico, volto a comprendere la complessa vicenda dell’uomo trasformato in asino, collocato nel contesto caotico della società romana, da cui lo stesso Platone aveva coniato la realizzazione del mito come espediente o diffusore di verità difficilmente esprimibili concettualmente, specialmente interlocutori non ancora preparati al metodo filosofico.

Da qui l’esigenza di utilizzare una narrazione favolistica che rende la filosofia più accessibile. Ma anche modo per affrontare questioni sociali e morali mediante cui la satira diviene oggetto di compendio, temi come la nobiltà attribuiti per virtù piuttosto che alla nascita, la condanna degli avidi e dei dissoluti, il ruolo della fortuna nella vita di chiunque.

Modello primordiale dell’intera opera, la fabula milesia, attribuita al poeta Aristide di Mileto che puntava a mere forme di intrattenimento, l'aneddoto bizzarro e l’evasione fantastica da cui Apuleio tratteggia i limiti, innescano riflessioni morali, istanze filosofiche e religiose. Dotato di un carattere scettico, aporetico, poiché pone una prospettiva in cui a interpretare è il lettore e da ciò ne deriva o trapela un senso. Una forma, a cui dovrà assoggettare diverse interpretazioni.

Valutazione d’inchiostro: 5

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Titolo: Torno a prenderti

Autore: Stephen King

Casa editrice: Sperling & kupfer

Prezzo: 10, 90 €

N° di pagine: 108

Trama: Emily si è rifugiata in un disabitato luogo di villeggiatura. Un giorno mentre fa jogging lancia uno sguardo incauto al bagagliaio dell'auto del vicino... e si risveglia saldamente legata nella cucina di lui, in procinto di essere torturata e fatta a pezzi come la vittima che aveva casualmente adocchiato. Immobilizzata e indifesa, senza nessuno che possa sentirla nel raggio di chilometri, Emily tenta disperatamente di escogitare un piano prima che il mostro torni a prenderla.


La recensione:

Quest'oggi, con una recensione che è una giostra di sentimenti contrastanti e folli che hanno tormentato il mio spirito di un'angoscia crescente, il mio spassionato parere riguardo la mia ultima avventura letteraria con un autore che apprezzo particolarmente, in cui fluttua silenziosamente la figura evanescente di una donna che combatte inconsapevolmente e senza fermarsi lungo il tragitto della salvezza.

Una volta lessi la tragica versione di una donna dove si diceva che, sopraffatta dalla perdita dell'innamoramento del suo innamorato, si sia gettata in mare e si sia suicidata. Farò bene a rispolverarla un giorno di questi, per un racconto. Ricordo poco e niente, ma quello che mi colpì maggiormente fu la protagonista: Arianna. Regina di Creta. Materia finita in uno spazio infinito, che porta la bandiera dell'amore e dà calore con forza e coraggio. Quella bandiera che il suo amato, Teseo, avrebbe dovuto seguire per migliaia di chilometri da Creta, fino ad Atene. Una guerriera romantica e sognatrice che, sino a qualche tempo fa, era protetta dalla servitù. Da un cuscinetto noioso e un po' troppo ingombrante, una gabbia che la costringe a vivere a metà le sue sensazioni. Così femmina, fragile, delicata, soggetta a sensazioni vere, reali e giustificate.

C'è stato un non so che nei suoi modi, nel suo correre a perdifiato lungo una strada da cui sembra impossibile riconoscersi. L’ansia, la paura. Un'intensità così profonda e lacerante. Non appena ho posato lo sguardo su di lei, ho pensato: "Ecco, un'altra povera vittima!".

Non ho mai nutrito dell’interesse per i romanzi thriller, quelli psicologi, quelle storie seducenti che inducono a restare seduti a guardare passivamente le vicende di un film proiettato sulle pagine - appassionante, sensuale, avvincente - a poco a poco comincia a non bastarmi più: vorremmo verificare con i nostri occhi. Porre una mano di aiuto a chi merita. Vorremmo vedere più da vicino le vicissitudini della giovane Emily, interpretare la brama lussuriosa del suo cuore, la divina imprudenza che le ha impedito di perdere completamente la volontà. In questo modo scorgeremo un infinità di emozioni, che il tempo ha sopito del tutto, e faremo congetture più attendibili circa il significato della sua importanza. Quindi diventiamo imperturbabili e decidiamo di proseguire la lettura dal davanzale del nostro mondo osservando il suo lungo e impervio cammino.

Una volta compiuto questo passo, tornare indietro risulta una cosa un po' più difficile. Basterebbe tornare nel nostro corpo, lasciarlo nella landa deserta in cui era sprofondato e tornare ad essere un'entità instabile e maldestra. In questo modo si valica qualunque barriera, superando il labile confine fra realtà e fantasia. A superare con un balzo il mondo di qua con quello di là. Sembra tutto privo di significato, anormale, ma affascinante come una felicità intangibile che si disperde tra le nostre mani. Una sferzata di luce, capace di inghiottire un enorme buco nero.

Il tempo torna a scorrere sinuosamente. Un nuovo corpo abita la cittadella della mia coscienza. Tutto accade con rapidità, come un getto di fuoco. Rapido e luminoso.

Dovrei trovarmi nel mio mondo, in una realtà che ha il più agro sapore delle delusioni. Eppure mi trovo ancora nel cuore pulsante di una storia turbolenta, peccaminosa, nell'anima di una giovane donna che si scuoteva tanto da ritirarsi nel petto, sprofondata nel dolore, nella sofferenza. Guardandomi attorno, ho osservato quello che avevo davanti. Il sole che forte picchia sopra la mia testa, una piazza gremita di gente, un giovane alto e avvenente che, solo vedere il suo viso, colma quella tempesta irruenta che infuria nel suo cuore. Il silenzio è talmente profondo da far male alle orecchie. Non c'è nessuno, a parte me e questa giovane donna. Ne ho avuto l'impressione che ci fosse qualcuno nascosto. Eravamo sole, io e lei… e il suo cacciatore.

Risvegliarsi è stato un processo così rapido da risultare irritante. Tornare in un luogo che già conosco, dove posso scorgere qualche traccia della mia personalità, sebbene abbia dato segni di disorientamento, istante dopo istante, mi ha permesso di chiudere quella porta su un mondo che tanto gelosamente avevo custodito. Il tempo sembra essersi fermato. L'amore era un sentimento alquanto strano: un respiro di troppo in gola, bloccato e imperituro, come una voce che rimane incastrata dentro.

I primi squarci di un nuovo anno mi ha vista congedarmi da una storia avvincente, spasmodica, popolata da personaggi potenti e smaniosi di potere, a tinte greche, immersa nel silenzio. E, cercando di mettere in ordine i pensieri, evocando parole o nozioni stipate nella soffitta dell'anima, prima che il fuoco della vita se le prenda e le ammutoliscono, cerco di dargli una forma col numero di parole che mi ero prefissata. Desiderando arrivare più lontana scrivendo una recensione che possa acquietare qualcosa nel mio cuore. Questa sarebbe stata l'occasione giusta per urlare al mondo ciò che ho provato, che ho saldamente nascosto. Una vocina interiore mi dice che questo piccolo racconto, estrapolato dalla raccolta Danze macabre, ha funto da antidepressivo contro gli effetti collaterali della vita. Tuttavia, solo scrivendo posso percorrere meandri della memoria e scoprirmi così in una moltitudine perfetta e infinita. Trasportata dalla corrente del tempo fino a quando qualcosa in me tornerà al suo posto, aprendomi a dismisura pur di non sentirmi mai più sola abbastanza.

Nel mentre ripongo queste poche righe, sono trascorse già una manciata di giorni, e come un punto di domanda senza frase, il mio viaggio verso un luogo sconosciuto era pronto a fondersi con personaggi le cui radici nascoste nella storia delle loro vite formerà quel lungo cordone che alla fine ci legherà.

Emily, fredda, senza più ventre ne anima, senza più cuore, ma solo un corpo che striscia ceco, in questi buio abissale, alla ricerca della sua salvezza, con la determinazione di chi ambisce a qualcosa di importante, mi ha sussurrato una storia per certi versi poco originale, ma la cui aura lucente mi ha completamente stregato. La sua sorte mi stava così a cuore da sentire il bisogno di condividerla con qualcuno. Le parole non dette rimasero ancora dove erano rimaste per tutto questo tempo, il dolore simulato da sogni sensuali e romantici che, come una straordinaria illusione, rivelano la sua identità, celata sotto le mentite spoglie della disinvoltura. Emily che proiettava la sua malinconia fino al mio cuore caldo rinchiuso nella cassa toracica, dove scalpitava e contraeva ogniqualvolta morire sembrava fosse l'unica soluzione per passare oltre, tenere duro.

In ogni gesto erano rinchiuse parole. Parole che bastano per comprendere la realtà, Torno a prenderti è la storia di un amore folle, possessivo e nevralgico che si sprigiona nel bisogno di possedere l'amato, in cui si cerca sempre di mettere a tacere la sofferenza, la nostalgia - piccoli rituali che inconsapevolmente sente fortemente di avere bisogno.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: 84, Charing Cross Road

Autore: Helene Hanff

Casa editrice: Bordo Libero

Prezzo: 16 €

N° di pagine: 112

Trama:  Helene, scrittrice americana con pochi quattrini e una bruciante attrazione per i classici inglesi del Settecento, scrive alla libreria antiquaria londinese Marks & Co., al numero 84 di Charing Cross Road, per richiedere dei libri. Le risponde il compito di scrupoloso libraio Frank Doel, e da quel giorno del 1949 le loro lettere attraverseranno l’Atlantico per vent’anni. I due corrispondenti non s’incontreranno mai, ma scrivendosi riusciranno a condividere passioni di lettura, passaggi di storia ed esperienze di vita in mondi diversi. L’iniziale rapporto commerciale, infatti, muterà col tempo in un sempre più saldo sentimento di schietta amicizia e solidarietà che coinvolgerà anche la famiglia di Doel, rivelandoci in pagine vivaci e intense le indimenticabili metamorfosi che operano le lettere e i libri. Da questo romanzo epistolare di Helene Hanff – edito per la prima volta in italiano nel 1987 (Archinto) e qui proposto in una nuova traduzione – è stato tratto l’omonimo film con Anne Bancroft e Anthony Hopkins.


La recensione:


Conserverò il mio fino al giorno della mia morte - e morirò felice per la consapevolezza che la starò lasciando a qualcun altro che potrà amarlo.


Di questa storia, della sua autrice, qualche tempo fa, sperticavano lodi. Come un virus, una malattia incurabile, in ogni sito web, video o post inerente ai libri e al mondo della letteratura, questo romanzo sembrava un’occasione di fortificazione alla lettura. Di romanzi di questo tipo, di testi da cui alla fine ho anche io sperticato lodi, di frasi sparse in mezzo a spiriti che si tengono per mano, in cui l’amore, quel sentimento forte, indomabile e intenso che lega due anime affini, si abbattè sul mio spirito con la prepotenza di un uragano in quanto era stata riservata una sorte che non avrà mai fine se non scientificamente, era quella boccata d’aria fresca di cui avevo bisogno. 

Non trascorrevo poi così tanto tempo affinchè li leggessi, e nella manciata di qualche minuto avevo compreso gli intenti dei loro autori. Ho visto e ricevuto diverse e sofisticate forme d’amore, interpretando l’anima semplice ma quasi drammatica di ogni racconto come atti di prorogazione alla vita. Sono forme distorte di vivere meglio. Comprendere la bellezza della vita, ogni forma d’amore e di rispetto. Perlomeno io l’ho visto così.

Ciononostante la brevità della vita, presto o tardi mi ha messa di fronte ad una scelta: questa tipologia di racconti hanno girato attorno al mio cerchio personale con un bagaglio di speranze, semplicità e una buona dose di romanticismo, che sebbene certe recensioni io le consideri inutili – non quanto per il tema trattato, quanto per la brevità delle sue pagine – non sono niente di speciale, ma è questa << poca specialità >>, questo piccolo occhio di luce che come un piccolo squarcio riempie le tenebre di parole sparse in mezzo al nulla di cui avrei voluto cibarmi, fino a che Dio non mi avrebbe dato vita o respiro? Prima non lo sapevo, ma, da allora, sono diventata più selettiva. E di questi baluginii che risorgono dal tempo, che entrano ed escono in un attimo dall’anima, non ne ero sazia, completa. 

La vera letteratura, quella che colma il nostro cuore, è tutt’altra cosa. E’ un affresco sofisticato di intricate emozioni di cui mi sono sempre premurata di dipingere, tracciare una forma, poiché in un paesaggio comune ricco di diverse voci sono solo delle parti di un insieme, che non avrebbe scorso, non si sarebbe mosso dinanzi ai miei occhi molto velocemente quanto avrebbe esplorato un pezzo dell’anima in cui chiunque può riconoscersi.

Osservare da vicino, scrutare la copertina di un romanzo che apparentemente sembra dire molto poco - quasi nulla - e scovare poi quel piacevole rivestimento in cui è rinchiusa, come in un bozzolo, l’anima della scrittrice, contemplando come una deliziosa ammirazione, da una prospettiva diversa, quasi del tutto inusuale, così bella e affascinante da non poter non strapparmi dal tempo e dalla vita, planando dolcemente nel mio cuore, lasciandomi completamente interdetta.

Perché era un'occasione che non ho potuto fare a meno di cogliere, e che una semplice <<occhiata >> mi ha reso vittima di quasi cento pagine di tremebondo delirio. Una lettura semplice che è frutto di una delicata emozione di una vita che continua a vivere mediante i lettori. Si è rivolta a me nel più innocente dei modi, distogliendo lo sguardo da inutili ansie e preoccupazioni, inducendomi ad esplorare i confini di una terra che sembrava potessimo considerare tale solo per pochi eletti. Per chi bramava di accrescere il proprio bagaglio culturale mediante lo studio, arti accademiche, e non per chi, costretto e relegato in condizioni miserevoli, era etichettato e discriminato dai più. Helene, come un convoglio di manichini fatti di carne e ossa, cercò di farsi strada in mezzo a questi pochi reietti premendo contro la colonna composta dalla politica, dalle fughe irrazionali della maggior parte della gente. In una New York ancora reduce di alcuni effetti del dopoguerra, rivolte razziali, guerre vagabonde e forme di declino e di industrializzazione a cui faranno seguito gesti violenti, atti impuri e disagevoli per il popolo e la città. E muovermi, nel bel mezzo di tutto questo, mi ha procurato un certo disagio. Helene proveniva da una famiglia umile, e la gente non la smetteva di spintonare negli interstizi in mezzo a luoghi abbandonati o contro muri in rovina e porte distrutte. Era un convoglio americano, parecchi chilometri lontano da casa sua, dal suo mondo: una ragazza che lotta per la sopravvivenza dei suoi sogni e delle sue idee; una nazione divisa ma spinta alla ricerca di nuove terre - disperati con l'obiettivo di sottrarsi da occhi indiscreti o menti più brillanti. Non il minimo segno di un'alleanza repentina. Ne tanto meno un gesto estremo di concepire alla cultura forme di progresso che, insinuandosi nel suo cuore come delle piccole fessure, si mosse fra queste masse instabili con la convinzione di essere stata abbandonata. Sottraendole l'unica ragione della sua vita, o, strappato da un effimera felicità? Dotata di un certo umorismo e di un'eleganza tipica dei barboni di Broadway, imbacuccata in maglioni tarlati e pantaloni di lana, Helene fagocita la nobile arte della parola mediante uno scambio autocritico di conoscenza, amore e diletto, da cui è possibile riconoscere un certo disgusto per quelle forme violabili che resero la lingua inglese deturpata di un registro discutibile di locuzioni o frasi inadatte. E, come il protagonista del romanzo di Robinson, esplica il suo irrecuperabile desiderio di esser nata in un’altra epoca. In un luogo in cui la sua identità sarebbe divenuta quella forma anacronistica di passato, incapace di adattarsi alla società quanto incline all’autodistruzione. Ma il mondo, una ennesima e irrimediabile forma di una dimensione che avrebbe solo coperto il fragore di un luogo cui spesso io stessa vorrei volgere le spalle, non sapeva che farsene. E affinché la sua identità prevalesse, fosse riconosciuta, era necessario attingere a quei dogmi, quei testi da cui è possibile rivelare un profondo umanesimo, una certa nostalgia per il passato, un’attenta osservazione della quotidianità mediante cui ogni cosa sarebbe stata osservata, oggetto di studio - specialmente la classe medio/alta, incastrandosi in forme di realistico disincanto da cui è possibile scorgere effetti comici e leggeri. Dalla provenienza sconosciuta, ma malinconica che è un viaggio inaspettato, l’inizio di una picchiata pressoché verticale, direttamente nell'anima della scrittrice. Un incubo si dibatteva nel ventre caldo di un sogno. Un semplice essere umano si era preso la briga di inventare questo ululato onirico. E con quale successo! Ne era uscito il profumo invadente della mia eccitazione, un odore che si congiunse all'adrenalina che scorreva come sangue nelle vene, che non potei non poter prendere in modo personale. La Hanff mi aveva inconsapevolmente condotta con lei fino al cuore pulsante di questa storia. Voleva che io corressi in sua compagnia fino a carpire i segreti misteriosi di questa bellissima storia.Ricerca inesorabile dei sogni, della propria individualità, nonché eco prorompente di una passione che niente e nessuno potrà mai domare. E' stato questo che più mi ha colpito fra le sue pagine. Mi ha permesso di andare lontano, senza capirci più niente. Mi ha colpito dritto al cuore, in una miscela confusa di suoni e parole, catapultandomi in un luogo sconosciuto. L'ho visto chiaramente, ai bordi dell'anima di una sognatrice un po sfortunata, ma i cui pensieri guizzavano in un torrente libero di forme espressive vere e tangibili, da cui io, in questo teatro artificiale di parole e manichini, ho potuto perdermi. A stento orientata dalla possente figura di una biblioteca posta nel cuore di una metropoli che era grande come lo spazio freddo e silenzioso nel quale girano gli astri. Ma impossibilitata a non farci caso. Così famigliare, vicina, come un tatuaggio indelebile, ma anche ossessiva.

La storia di 84, Charing cross road è stata una sorpresa estremamente piacevole e l'arrivo in un luogo che ha  destato il mio fascino, in un periodo decisamente no, ha rischiarato le tenebre del mio animo, ancor di più. In un luogo splendido, una stanza colma di libri e uno scambio epistolare dove i protagonisti sono fuggitivi di una realtà che presto sarebbe diventata loro, in una nuvola di elettrica vitalità, in cui ho perso volontariamente le mie tracce. Sfuggendo alla monotonia del giorno, trovandomi in una sorta di solenne poema filosofico e sentimentale che, col desiderio irresistibile di avvicinarmi, semplicemente mi sono lasciata consumare dal fuoco della solitudine. Davanti a me, una donna si era messa a nudo, dinanzi agli occhi del mondo. Offrendo vulnerabile la sua anima, osservando il paesaggio tetro della vita: così nitido, drastico, triste. E, tutt'intorno, il silenzio. La solitudine colmata da parole come qualcosa di inevitabile. Una debole luce che diffonde il suo tenue bagliore come resti di memorie lontane. 

Un romanzo che, nella sua semplicità, potrebbe apparire poco originale, ma che, al contrario, è una continua ricerca di amori che rendono prigionieri, sogni o desideri riesumati dalla risacca lenta del tempo, punti di domande senza risposte. Profondo, filosofico, appassionante, quasi intenso. E non banale, come invece lo avevano etichettato altri lettori, prima di me, quanto istruito, sensibile che ha lasciato un segno sul cuore: un grande amore per la letteratura, l’arte di parole da cui si è disposti ad affrontare lo scorrere inesorabile del tempo, pur di essere plasmati, curati, leniti; e la morte, così crudele e inevitabile, come capacità di toccare apici di struggente poesia che devasta l'animo.

Un quadro raffinato dipinto con una vastità di colori, uno scambio fra anime in cui tutti possono specchiarsi che, attraverso le parole, i suoni o i gesti, coglie l'attimo che fluisce impertinente del tempo. Interpretandolo. Scrivendolo. Raccontando una storia toccante che ha del romantico, che sopravvive nella mente del lettore come qualcosa di suo. E ci rende partecipi di qualcosa che, in un modo o nell'altro, lascia un'impronta sulla sabbia del tempo.

Valutazione d’inchiostro: 5

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Titolo: Il braccio avvizzito

Autore: Thomas Hardy

Casa editrice: Editori Riuniti

Prezzo: 6, 40 €

N° di pagine: 163

Trama: Sullo sfondo dei pacifici paesaggi della campagna inglese, i protagonisti di questi "racconti dell'orrore" si trovano ad affrontare l'incombere nelle loro vite di potenze esterne che portano scompiglio, quasi un destino malvagio contro il quale l'uomo non può nulla. Una costante di tutta la produzione letteraria di Hardy è "il contrasto tra la vita ideale desiderata dall'uomo e quella reale e squallida che è destinato ad avere". Malattia, odio, morte sono i temi ricorrenti di queste storie, immerse in un'atmosfera magica e cupa, densa di presenze sovrannaturali, dove il Male appare un castigo imposto a creature deboli e oneste, le cui sorti si incrociano tragicamente.


La recensione:

Thomas Hardy.. Il mio autore del cuore. Quell’incessante impulso, quella incontenibile, irrefrenabile gioia da cui l’interpretazione di un testo, uno qualsiasi scritto di suo pungo, rivela parti del mio spirito di cui non ne ero a conoscenza. Una splendida creatura, << splendida >> per usare un eufemismo in quanto in gioventù non lo si poté definire un baldo giovane, quanto un tessitore di emozioni, di forme individuali in cui la natura sorprende quasi sempre nella sua incorruttibile ed inesorabile malvagità. A volte, sorprendendo. Altre volte, riservando qualcosa che per molti fu una vera e propria rivelazione: essere unanimi con i protagonisti, e specialmente condannati per l’eternità.

Di Hardy e dei suoi splendidi testi ho letto un 90% di testi, e Il braccio avvizzito era una raccolta di racconti che conobbi, all’inizio dell’anno, riservandosi questa volta qualcosa che non avevo ancora visto: la superstizione. Un elemento o fatto che bisognerebbe depennare, che cozza contro l’aura quiete e serena di un piccolo paesino, e che il solo pronunciarlo provoca inquietudine, una falsa speranza di scovare salvezza, speranza. E, come c’era da aspettarsi, una forma non così onnipresente nei miei pensieri, ma una piccola creatura che ha sovrastato quella invincibile fantasia di voci umane, donando una certa attenzione per una mera e nebulosa immagine che possiede forme irrealistiche e sconcertanti.

Un corollario di immagini in cui ho potuto vedere tante cose, e che, ancora una volta, tracciano una scia d’inchiostro in cui la diplomazia, il mondo antico e quello moderno, alcuni aspetti di vita bucolica, dinanzi ad un Fato sempre egoista e crudele, intesse una tela più grande di loro, ponendole in una condizione di penitenza. Affliggono queste povere creature, addossando colpe di nessun rilievo o importanza.

Narrando la storia della giovane Gertrude, e delle sue compagne,come fosse sua. Imprecisa, imperfetta, ignota destinata a divenire massima di vita, istinto e carne.

Questo genere di romanzo, quello del racconto, non condannano nessuno a non inoltrarsi in fantastici viaggi che non terminano nemmeno quando si giunge all'epilogo, non riservano a qualcuno in particolare quello che è stato negato ad altri. Si tratta di storie che sono stati scritti da una forte interesse, credo alimentata con gli anni: una passione che ci unisce, un legame che non ha bisogno di intermediari, un autore che mi dà alla testa, rinuncerei persino alla mia inutilissima vita, sempre pronta a combattere battaglie interiori e non. Si tratta di storie in cui ognuno di noi può riconoscere a modo suo qualcosa, ma di cui io ho saputo cogliere la bellezza di ogni cosa: figure sfortunate e incomprese o remote stanze dell’anima in cui sono state rinchiuse, confinate. Mi è sembrata, sin da subito, una visione da uomo incatenato, nato per una missione particolare, insidiata nella razza della sua stessa esistenza, in nome dell'intera umanità.

Nella visione letteraria che l’autore ci riserva in queste pagine mi è piaciuto che, diversamente dagli altri romanzi sentimentali- se così vogliamo definirlo -, il tarlo della superstizione è una forma riconoscibile di cui lo spettro dell'ignoranza camuffa, rende una forma da depennare, discriminare, mettere da parte, ostacolo per l'intera individualità. Per la sua crescita o rinascita. E come fece più volte in passato, Il braccio avvizzito non nega tutto questo. Nega solo che i suoi protagonisti abbiano un'esistenza facile. Ma è appunto partendo dalle difficoltà che dovranno affrontare - quale? L’incapacità di poter essere compresi, capiti - che il lettore ha così potuto scoprire ciò da cui dovrà dipendere. Una volta fatto questo passo, ogni ostacolo è superato, il mondo non sembra più quel luogo inabitabile, non serve più - in questo, l'illusione -, così come non servono parole su parole di una storia originale come questa per spiegare e narrarci della "condizione" di questi poveri relitti.

Così è il mondo descritto in Il braccio avvizzito: non una illusione, ma qualcosa che ci aiuta a fare i nostri conti e riconoscere che l'intero universo è sostenuto da qualcosa di molto più potente di noi esseri umani. Un mondo moderno in quanto il concetto di conoscenza è in contraddizione con la fantasia, la metamorfosi, il sogno. 

Rintanata in una piccola fessura del suo cuore, una volta concluso il volume, avrei potuto rinchiudermi nella mia stanza, sedere al computer, e tentare di tornare dove esattamente ero. Nel mondo di un uomo il cui mio interesse, il mio amore, una certa fervida predilezione non cesserà mai di esistere e da cui ho riscontrato gioie e dolori, sentita grandiosa e speciale.

Viaggio semplice, ma alquanto particolare che ho avvertito con un certo interesse sin dal primo momento in cui vi ho messo piede, dove ho potuto contemplare la bellezza e scrutare l'anima di queste anime vagabonde, frustate e sole.

Adesso che mi appresto a scrivere questa ennesima recensione, penso a quanto la fantasia sia qualcosa dalla forza potente e imprescindibile che molti non riescono neanche a immaginare. In questo caso, questo piccolo libricino è stato il piombo che ha equilibrato la mia anima. Il contraccolpo che mi ha impedito di cadere dinanzi alla malinconia, come disgraziatamente è successo in passato, che ha saputo sedurmi con fantasia e un certo grado di immaginazione nel momento in cui ho scoperto un << nuovo >> figlio di carta dell’autore. Strappata dall'abisso della monotonia, dalla routine, in mezzo a voci che filtrano da ogni luogo, senza che nessuno potesse immaginare la provenienza.

Un mondo visionario e fantastico che ha acquisito una sua abituale consistenza. Un epoca in cui risiedo spesso, forse con maggior frequenza di quella moderna, fra creature che non le si può definire speciali o splendide, a eccezione dei luoghi in cui tutto ciò accade, ma che sono state proiettate sulle pagine con una certa cautela, una prudenza incredibile che ha imbrigliato il genio dell'autore. Grande esploratore e scrittore di sogni.

Mero tentativo di fuggire da se stessi. Un opera che ho così accolto nel mio cantuccio personale e che, slegandosi dalla materia di cui si è fatti ma restando prigionieri di carne e vittime ferite, ci si domanda se convivere col tarlo dell’ignoranza, dell’inconoscibile sia l'unica soluzione. Con l'anima tumefatta, in compagnia di creature dispensate dalle emozioni, esemplari finiti della razza umana che hanno già provato tutto quel che c'è da provare.

Una lettura davvero bella in cui inevitabilmente si cresce, in un complicato meccanismo, propagandosi dentro di noi come un bene che fortifica, avvolgendo le nostre fragili membra col suo dolce tatto, facendo fiorire o sfiorire, a seconda dei casi, l'anima.

Valutazione d’inchiostro: 4

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