Con questa tipologia di testi non ho potuto nascondere il mio interesse. Poichè pregni di quel tipo di storie da cui trarre insegnamento, riflessione: possessori di una loro anima. E se poi l’immaginazione fosse stata lasciata libera, a briglia sciolta, mi sarei figurata con persone immaginarie ma che per me erano fatte di carne e ossa. Non leggendo dunque romanzi di questo tipo da parecchio tempo, ho così accolto questo piccolo ma necessario gruzzoletto di libri senza alcun pregiudizio ma con la consapevolezza che si sarebbe trattata di letture da cui avrei tratto o ritratto qualcosa. Semplice, un pó banalotta, e stucchevole idea ma veritiera. Ma, senza alcun fraintendimento, si discostano dai canoni della letteratura odierna. Perchè le biografie, ammettiamolo, possiedono un chè di raffinato a dispetto di altri romanzi che ci sono in circolazione, ma necessari seppur a volte impegnativi che in un modo o nell’altro travolgono come qualcosa di indefinito.
Una testimonianza, un'esistenza in cui le assenze hanno pesato più delle presenze, e la memoria (e la difesa della memoria stessa) ha svolto un ruolo determinante.
Titolo: Sopravvivere e vivere
Autore:
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 13 €
N° di pagine: 181
Trama: Quando Irène Némirovsky viene arrestata, nel luglio del 1942, la maggiore delle sue due figlie, Denise, ha tredici anni, la minore, Elisabeth, soltanto cinque. Tre mesi dopo anche il padre sarà deportato. Per le due bambine cominciano gli anni atroci della fuga: braccate dalla polizia francese e dalla Gestapo, passano da un nascondiglio all'altro, spostandosi di notte, prendendo treni da cui bisogna saltare giù prima che entrino nelle stazioni per evitare i poliziotti e i loro cani, trovando rifugio in un convento di suore, in cantine umide, in sottoscala. Alla Liberazione, Denise ed Elisabeth si recheranno, insieme a molti altri, alla Gare de l'Est, dove assisteranno sgomente all'arrivo dei treni che riportano a casa quei fantasmi macilenti che sono i sopravvissuti dei campi: ma da quei treni non vedranno scendere né l'uno né l'altro dei genitori. Di loro resta soltanto la valigia che Michel Epstein ha affidato alla figlia maggiore raccomandandogliela come cosa preziosa appartenuta alla madre: la valigia dentro la quale, molti anni dopo, Denise troverà il manoscritto di Suite française. In questa lunga intervista Denise ripercorre, con la limpida chiarezza del suo spirito indomabile, ma anche con l'arguzia e l'ironia che le sono proprie, un'esistenza in cui le assenze hanno pesato più delle presenze, e la memoria (e la difesa della memoria stessa) ha svolto un ruolo determinante.




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