domenica, gennaio 18, 2026

Gocce d'inchiostro: Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati - Andreas Moster

In questo periodo, il mio stato d'animo è piuttosto instabile. Irrequieto, quasi inaffidabile. Si può definire ambivalente e contraddittorio. A momenti vedo la mia personalissima armonia frantumarsi, così naturalmente lontana da me, che per vivere serenamente, per non pensarci, mi imbarco in storie che, al calar del sole, esageratamente mi scruta con occhio clinico. Se resto a casa il pomeriggio, dopo il lavoro, è naturale che quando non ho niente da fare mi aggrappo ad amici d'inchiostro che sono certa non mi deluderanno mai. Mi basta guardarmi dentro per comprendere come la me di adesso sia diversa da quella di qualche anno fa; se oggi affronto la vita con il sorriso stampato sulle labbra è proprio perché non mi preoccupo né mi spaventa più niente. Questo inutile e insensato discorso per dire che, nel giro di due pomeriggi, mi sono trovata a divorare questo romanzo come se fosse Nutella. Ebbene si, perché da buona amante della Nutella mi concedo certi << vizi >>. E trascorrendo lunghi e solitari pomeriggi in compagnia di anime sole e abbandonate, confuse o dilaniate dal tempo e dalla vita, ho accolto così questo breve, ma splendido romanzo apendo benissimo che il nostro tempo a disposizione sarebbe stato ridotto. Non sbagliando nemmeno quando giunsi alla fine,  avvertendo senza alcun dubbio questo mio continuo smarrimento, così assoluto da farmi perdere coscienza della mia identità.


Titolo: Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati

Autore: Andreas Moster

Casa editrice: Il Saggiatore

Prezzo: 21 €

N° di pagine: 200

Trama: Villaggio di montagna che vive di estrazione di calcare. Arriva uno straniero. In silenzio, lo straniero volta le pietre che stanno in cima al muro della piazza. In silenzio, lo straniero innesca la rivolta. È stato incaricato dal proprietario della cava di verificarne la produttività. Ma la cava è esaurita, il villaggio è condannato. L'orologio della stazione ticchetta. Un incidente, poi scompare una ragazza. La ritrovano nel bosco, cadavere stuprato. Sguardi sospettosi, sguardi minacciosi, lo straniero diventa il capro che deve espiare tutte le colpe di tutte le generazioni: quella dei padri padroni violenti; quella delle nonne e delle madri che l'hanno sempre accettato; quella delle figlie che madri ancora non sono ma inesorabilmente lo diventeranno. A meno che il treno non scenda finalmente verso valle, verso le città del mondo, verso un altro destino. Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati è la fiaba nera di una storia eterna, la storia della ferinità umana che si dà un ordine e poi è ferinità lo stesso, mascherata da società civile, col suo teatrino delle apparenze da salvare e le regole che fanno bene solo a chi comanda. È la storia dell'asfissiante brutalità fisica e psicologica del villaggio in cui tutti viviamo, resa da una polifonia di voci di ragazze, uomini e animali che si intrecciano e creano un rarefatto e doloroso canto universale. È la storia di uno spaziotempo indivisibile, infrangibile, monolitico, contro cui l'essere può solo schiantarsi - o da cui, al più, fuggire per esplorare l'alterità, assecondare la voglia di conoscenza, la speranza che non cessa.

La recensione:

Lo spettacolo che ho osservato mi ha ricordato un’elaborata fiaba nera/realistica magica. I suoi ingredienti, elementi gotici, kafkiani che esplorano l’apprensione, l’ipocrisia sociale e la brutalità di un villaggio isolato con richiami a Bolano, Lora e Hofmannsthal. I primi accordi di una melodia, ai quali si giunge allo sferragliare del groviglio dei pensieri acuti che invasero la mia mente, componendo uno sgraziato arco con colori vivaci e forti, che tuttavia non riescono a nascondere cicatrici profonde che non svaniranno più. E nemmeno la morte consentirà di abbandonare quell’angusto inferno, perché anche quando si spirerà, si finirà di essere se stessi, costretti a restare in questa nuda terra, fino a quando sarà possibile che qualcuno conceda la redenzione.

Come la lettura di un bel romanzo di Kafka, anche la storia di questo ennesimo ritratto umano, crudele e spietato ha suscitato innumerevoli emozioni davvero impossibili da spiegare. E’ sempre bellissimo condividerle, metterle su carta, riporre queste poche righe, il mio starci silenziosamente, anche nel momento in cui non vi era alcuna parvenza di amore e generosità. Trasportata da un torrente di emozioni forti e inspiegabili che, proiettati in un luogo metafisico che trascende il domestico, esplorando la ferocia umana mascherata dalla società civile, dalle asfissiante brutalità psicologica e fisica, il non poter fuggire da un destino monolitico, storia disumana ed atipica che erge attorno a sé un muro di false speranze in cui il lettore sarà spettatore dei mutamenti indescrivibili e allo stesso tempo terrificanti, che se ne stanno sospesi nel avverso universo come luminose stelle. Simbolo di libertà, di salvezza e, tutt'intorno, la natura, così fredda e calcolatrice, cinica e impetuosa assiste ad ogni cosa come una silente spettatrice.

Covo segreto di un bellissimo arcano, che in seguito ci indurrà a seguire tutt’altra direzione, trasformandosi da confessione moderata, aperta nei confronti del mondo esterno, a forme monolitiche contornato da voci altisonanti rarefatti in un canto universale in cui l’essere è coscienza, sostanza che alimenta la speranza, la possibilità. Quella che potesse essere stabilito un certo ordine, in una matassa conturbante e primitiva che è poi fine a se stessa. Mascherata da una società col suo teatrino, il desiderio di poter tornare al passato pur di scovare il presente, mediante leggi, regole che sono state messe su pur di ristabilire ogni cosa, ogni forma di comando.

E’ stato così che, sul finire dell’anno, un pomeriggio, avvertì, sentì un canto universale e doloroso che crea un’atmosfera perfetta. Ero stata invischiata in un asfissiante forma di psicologia, ipocrisia sociale dove la ferocia umana era paragonabile a un canto universale e doloroso contro il male, in uno spazio da cui poter fuggire o schierarsi.

Nel seguire a occhi chiusi questa splendida ma un pò inquietante fiaba nera di un esordiente tedesco, ho accolto quest’opera provando l'illusione di ascoltare parlare il suo cuore recitare un poema romantico, seducente, bellico. In realtà, era un romanzo dotato di un certo humor nero rivolto alla stagnazione, alla brutalità che esplorando quanto la comunità fosse isolata, intrappolata in un luogo e in tradizioni immutabili perpetui la violenza, l’ipocrisia mascherata da ordini, offrendo un’allegoria alla condizione umana e alla difficoltà di sfuggire a destini imposti, mediante un racconto civile e poetico.

Questo uno dei tanti motivi per cui amo questo tipo di storie, il nostro essere che in vista di tutto ciò si vede o riconosce guasto, in un mondo in cui forse non si sente nemmeno a suo agio, e le circostanze mi hanno permesso di vivere in modo molto vivido, seppur ammantato da una prosa che è un inarrestabile flusso di coscienza, un fiume in piena in cui si è consapevoli quando inizia ma non quando si arresta, si infrange tra gli scogli, o nella nuda pietra di un mondo monolitico, statico, in cui il mutamento, la metamorfosi, la creazione, il progresso sono parte di un microcosmo chiuso, complesso, come un luogo primitivo in cui il tempo sembra essersi arrestato.

Sotto la facciata di una società civile si cela una ferita umana, soprusi e crudeltà che la collettività di un piccolo paesino accetta tacitamente. In un coro di voci perlopiù femminili che fungono da desiderio di conoscenza, rottura o frattura di questa realtà e la speranza di un destino diverso, così avverso, che possa rifulgere da ogni cosa, verso un altro luogo.

Questo ennesimo romanzo mi ha preso fra le sue braccia con impeto e irruenza, piacevolmente sorpresa. Ed io, gettandomi nella mischia, ho incoraggiato quel Fato egoista e crudele a scovare una strada, anche quando non si aveva la certezza di trovarne una. Dubbiosa se restare semplicemente a guardare, che in un attimo ho immagazzinato nella memoria una certa dose di informazioni visive. Perché quella che è ritratta nell’esordio di Andreas Moster è allegoria di forme familiari e domestiche che affondano le sue radici in tematiche metafisiche, maligne e oscure, trasformando una storia locale apparentemente semplice in una riflessione sul destino, sulla condizione dell’essere umano. Annichilito da problemi economici - quello della cava - che accelerano la crisi di un mondo destinato a crollare portando alla luce le sue verità nascoste. Esplorando la prigionia, la violenza, la fragile speranza in un contesto sociale immutabile con una forte critica alle apparenze e alle strutture, soffocando l’individuo.

Ho accolto questa ennesima criptica e affascinante storia, che l’autore si porta dentro, seguendo lo stesso procedimento delle volte precedenti, quello cioè quando mi approccio al romanzo di un autore sconosciuto. Sedendomi sulla mia poltrona preferita, aperto il Kobo con una certa diffidenza, leggiucchiato con riserbo le prime pagine …. lasciandomi andare a una lenta litania. Quasi come se l’autore e i suoi personaggi avessero preso il sopravvento. Volevo avere la certezza che questo ennesimo elogio alla follia, perchè alla fine non ho potuto fare a meno che tesserne le lodi, questi resti umani intrappolati in esseri o entità antropomorfe e che hanno le fattezze di personaggi comuni ma da un passato scabroso e inviolato, avvenisse nello stesso spazio, nel piccolo cantuccio che mi sono ritagliata nel momento in cui conobbi il suo autore e il suo splendido universo, sembrando così che questo potesse indicare l'esistenza di una connessione. Il legame che intercorre fra me e quello dell’autore, che ignaro delle mie continue peripezie letterarie, mi aveva posseduto. Poichè concentrato su aspetti che analizzano l’umanità, il progresso, la libertà, il proibizionismo da diversi punti di vista.

Non è stata una lettura da cui se ne esce del tutto incolumi. Il mio inconscio mi indusse a vivere in una realtà molto simile alla nostra da cui tuttavia si perde completamente il senso del tempo. Ci si guarda attorno, ci si guarda dentro. Seduta sul freddo pavimento di una prigione sconosciuta, quella dell’anima o della coscienza, con la mente concentrata ad interpretare vari segni, frasi o gesti. Sembra strano trovarsi in un luogo sconosciuto senza sapere effettivamente il motivo. Sembra di camminare su questa landa deserta come un'anima priva di vita. Eppure è stata la bravura dell’autore, la sua diplomazia, il suo saper destreggiarsi fra gli antri nascosti di una storia nociva per l'anima dei più deboli, a sorprendermi come un acquazzone estivo. Quale migliore occasione per chiedere aiuto, per comprendere cosa mi abbia indotto qui e soprattutto chi, in compagnia di questi personaggi, non ha cessato per un istante di fissarmi. I miei dubbi si amplificavano.

In tutte le storie lanciate sulla sabbia del tempo dal Fato o da qualcuno di superiore e assoluto, la procedura è sempre la stessa: un mondo, con una massa di carne e ossa, prostrato da un tiranno. Ragazzi e ragazze che si muovono sullo sfondo come diapositive di un film… Questa volta si tratta di una storia che non ha una sua precisa collocazione ma che ho preso a cuore e che alla fine mi ha ricambiato. Perché, mentre la mia coscienza si faceva largo fra banchi di nebbia, polvere e resina, fui consapevole dei loschi motivi del profondo respiro combattivo, di quelle forme devastate nel corpo e nell'anima. Al tutto si aggiunse un insano e profondo senso di curiosità, che dovetti dosare con una certa cura.

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati è qualcosa che non lo si semplifica completamente a un beneficio per la nostra anima, espansa alle sorti di abili lettori di anime che ignorano di saper abilmente giocare con i sentimenti degli esseri umani e rendono le loro opere disegni imprescindibili in cui resta saldamente ancorata una parte della nostra anima. Quanto qualcosa da prendere seriamente, che prende vita nell'immediato, ci macchia di impurità e cattiverie, nella maggior parte con il desiderio impellente nel credere in una rinascita.

A dispetto delle volte precedenti, con questo romanzo ho voluto mettere in pratica, sin da subito, le abilità apprese da un bagaglio non indifferente di classici persino con un genere di letteratura che ho visto sperimentare nei romanzi di contemporanei, e non poche volte. Ebbene, mi ha sorpresa a danzare, ad essere invischiata in un mondo, come meravigliosi compagni di viaggio, ritrovandomi nella mia solitudine, in cui l’anima venne a contatto, levando nel cielo come invisibili particelle senza la possibilità di svanire. Perché questa storia palpitava di vita, per meglio dire la beneficiava, di avventura, azione, e tanto, tanto amore. E non rimanere sedotti, specie dal titolo, dal linguaggio, da questo impetuoso e inarrestabile flusso, è stato a dir poco impossibile. Veniamo rinchiusi dalla linfa vitale della carta, o nel contorno digitale del Kobo. Sorvoliamo per qualche giorno nei cieli di un paesaggio sconosciuto, misurandone i contorni, zeppo di crudeltà, tragicità, turbolenze, violenza. Risucchiati in un vortice di parole che non danno scampo e che sono una continua e ripida discesa verso un abisso di insoddisfazione e follia. Non a caso, la sua lettura, così come i testi di Kafka, sono un mero tentativo di ripercorrere a ritroso il cammino all'indietro di figure disumane, come una preghiera disperata sussurrata dalla soglia della nostra insoddisfazione morale nel labirinto di gallerie che forse qualche poeta romantico ha scavato per me.

Il risultato è un'ode bellicosa che è stata scritta con parole più mature, più profetiche e solenni di quanto mi sarei aspettata, che mi ha allontanata dal tedio e dalla monotonia di due pomeriggi, riempiendo e dilaniando il mio cuore di colpe e crimini che non ho ma che in un certo senso mi sono appartenuti. L’esordio di un traduttore tedesco che involontariamente ti induce a tenere duro. Incapace di trovare conforto o speranza, che si lega alla voce limpida del nostro cuore e che scaraventa in un abisso scuro di angosce e crudeltà.

Valutazione d’inchiostro: 5

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