Titolo: Isabella Nagg e il vaso di basilico
Autore: Oliver Darkshire
Casa editrice: Mercurio Books
Prezzo: 20 €
N° di pagine: 312
Trama: A East Grasby, il sole è trainato da una parte all’altra del cielo da un maggiolino capriccioso e i morti hanno il vizio di svegliarsi spesso nelle loro tombe non tanto per miracolo, ma per l’ostinazione a risolvere questioni rimaste in sospeso. Ai margini del villaggio, in una piccola fattoria malconcia, vivono i coniugi Nagg, uniti, più che dal vincolo del matrimonio, da quello del sacro evitamento reciproco. Isabella Nagg conduce la sua esistenza nel modo ostinatamente ripetitivo di chi si limita a sopravvivere, dedicandosi soltanto alla preparazione di miseri pasti e alla cura di una pianta di basilico, capace di prosperare anche nelle condizioni più avverse. Così, quando il signor Nagg si presenta a casa con un libro di incantesimi rubato a Bagdemagus, lo stregone del villaggio, Isabella intravede la speranza di varcare una soglia fino ad allora inesplorata: non quella dell’eroismo, ma quella della disobbedienza. Una storia fatta di incantesimi mal riusciti, animali parlanti, frutti velenosi e goblin capitalisti.
La recensione:
Essere avvezzo a un certo tipo di letture, masticarle, come si suol dire, implica innanzitutto di assimilare quelle nozioni, quelle fondamenta su cui può reggersi un romanzo. Assorbire le caratteristiche di un mondo, affinchè esso sia ospitale e armonioso, in linea con i nostri pensieri, le nostre attitudini, affinchè domini un’unica legge. La legge dell’armonia. Quella che, nella sua semplicità, dona rigore, forza, ci porti sulla << vetta >> affinchè sia possibile raggiungere, valicare confini o altrettanti mondi o barriere. Come un punto d'arrivo, nel quale si concentra, tale forza che unisce, lega quelle solide fondamenta nel quale si costruiscono, si creano forme di rinascita o nascita.
La letteratura, se ci pensiamo, ha questo << potere >>. Si raggruppano tutte le ossa del mondo, si estraggono fondamenti da archivi o testimonianze quasi del tutto dimenticate, ma pur quanto siamo capaci di progredire molto più rapidamente assimilando ogni cosa, non abbiamo un vero perché. Il fulcro su cui si dirama, proviene ogni cosa, è nullo, inesistente. Non vi sono ragioni, fondamento. Le cose accadono perché devono accadere.
Il modo per cui mi è stata raccontata, raccomandata questa storia, ha una parvenza, una provenienza sconosciuta. Il suo autore, un mio coetaneo, che firma una prova di letteratura semplice ma tutto sommato riuscita, liberamente si ispira a una delle dieci novelle che sono presenti ne Il Decameron, nel quale si assolve il compito di << prendere in prestito >>. Forse, per alcuni, una scopiazzatura mera e un po misera, per altri, un’idea fantastica che inevitabilmente trascina in un luogo che possa appagare completamente. Nell’insieme, convergente lungo un’unica direzione: fare atto o uso di intelligenza pur di avvalersi della conoscenza, saper scegliere e distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, dominando l’uomo.
Un incitamento a una maggior apertura nei confronti dell’amore spontaneo, condannato dalla repressiva morale di piccoli esseri denominati globin ( si, in questo romanzo predominano gruppi di goblin ), ma ironicamente pronto a sovvertire l’ordine esistente, additando la mentalità retrograda nel quale il cittadino può sentirsi libero di pensare o agire, celebrando in chiave favolistica la ragione del possesso e del potere che soffoca la vita, condannando ogni azione, la libertà che motiva la bella Lisabetta - pardon, Isabella! - a giustificare ogni gesto impulsivo.
La magnifica struttura architettonica su cui poggia un romanzo semplice ma coraggioso come questo, imperniato dalla contrapposizione di due possenti forze, quella dell’amore e quello relativo alla forza impetuosa di creature che sono da in lotta fra uomini e donne, inevitabilmente pone il romanzo dinanzi alla distruzione. In un divario patologico nel quale ai goblin è impossibilitata una forma di riscatto, e la tragica morte di Isabella nel quale le linee narrative si contrastano a quelle rigide, in un’antitesi fra realtà e finzione. Isabella, nelle ore notturne, eroina impavida e solerte; nelle ore diurne, soggiogata da forze esterne che imprimono il suo potere, il suo cinismo. La sottrarranno persino della stessa parola, nel quale si rifugia come in un silenzio, un mutismo doloroso e allucinato, che via via acquisisce le sembianze della follia. Unica forma espressiva lo sguardo, il desiderio di possedere un rampicante, un vaso di basilico che le accende gli occhi d’amore e di desiderio, comunicando il suo strazio, il suo consumarsi interiormente.
Preda di profonde forme di deliquio, che sono però solo vane, fumose, e, brevemente, mutate in grandi crisi, il suo modo di uscirne è riconducibile ad un alternanza di immagini visionarie e fiabesche che ne accentuano il significato, il valore simbolico, tentando di ritrovare l’amore che le era stato negato. Forse, incurante di poter assistere a quelle forme date o elargite dall’universo di armonia di cui facevo cenno prima, nel quale non sarebbe stato necessario innaffiare di calde lacrime questo vaso decorato, in parte coperto dai suoi lunghi capelli, in una sequela di eventi che sono dissociate, slegate fra loro nel quale le azioni umane rivelano la condizione pietosa, la natura nelle sue svariate forme e manifestazioni in una splendida rappresentazione artistica del mondo.
Amante della buona letteratura, dei libri, Oliver Darkshire non ha potuto sottrarsi dalla possibilità di poter narrare una storia celebre come quella riportata nella quarta giornata de Il Decamerone, e personalizzarla ponendo l’uomo a confronto con il dominio della realtà che lo circonda. Perché l’Isabella di Oliver Darkshire, pur quanto le modifiche attuate, incarnerà sempre quella figura dei lunghi silenzi la cui immagine suggestiva e poetica evidenzia la femminilità, figura così fragile e indifesa fino al sacrificio di se stessa. Ideale di bellezza cortese secondo cui la grazia esteriore è immagine di un animo sensibile e nobile. Ma anche di amore assoluto e tragico, dominata da forme di insoddisfazione che evidenziano la nevrosi, la disperazione di cui sarà poi preda o vittima. Conseguenza di lacrime che hanno nel romanzo una sua voce, ma fievole a dispetto dell’opera originale, che in relazione a quelle di Briseide nelle Eroidi di Ovidio, nutrono la memoria di un amore che è solo perduto, protratto dinanzi alla morte e alla consumazione. A dispetto dei goblin, invece, quegli antagonisti mercantili che rappresentano la logica del profitto che sacrifica i sentimenti, subalterni di indegne forme di comunità del quale il popolo dovrà contestare.
Io, che come lettrice, non ho potuto fare a meno di osservare, assistere a tutto questo, confidavo che la bella Isabella potesse raggiungere la pace eterna, l’illuminazione di questa vita, così da non dover rinascere, ma inconsapevole di essere stata oggetto di una canzone, di una sonata che avrebbe potuto aiutarla a superare l’angoscia, sovvertire il dolore, innalzando da santa di una religiosa amorosa i cui martiri non sono solo spirituali, quanto legati dalla passione profana e dal dolore mortale.
C’era qualcosa di patetico, ma anche commovente in questa ragazza, che personalmente avrei preso a schiaffi, che tuttavia rifletteva l’inquietudine di un mondo da cui invano tentò di fuoriuscire, aggiungendo però qualcosa di più << grande >> alla sua inutile vita, qualcosa che non si può comprare, ma solo conquistare, qualcosa che non è del mondo della materia, ma dello spirito. Dominando ogni cellula del suo corpo, i suoi sensi, innalzandosi in una sorta di aristocrazia, trascendendo i limiti angusti dell’anonimato, divenendo però agli occhi di molti una figura leggendaria. Quello che per me è stato motivo di mancata tolleranza, di comprensione, in questa rivisitazione decameroniana, il silenzio ostinato, doloroso e rassegnato che tuttavia diviene prototipo, fondamento di perfezionismo, indagando ampiamente quel contrasto naturale (amore ) e le convenzioni sociali ed economiche. Un sogno melanconico ma romantico ispirato da Didone e Carote, nel quale Isabella si profila come il tipo di donna abbandonata dall’amante, che teme il disamore, non spiega le ragioni della sua infelicità, se non di essere conseguenza di sconfitte, ripiegamenti su se stessa.
Da un capolavoro come quello de Il Decamerone, specialmente nel periodo pandemico di cui fortunatamente abbiamo potuto scrollarci di dosso, la letteratura, l’arte delle parole diviene forma di congiunzione, ponte fra uno o più realtà o dimensioni, nel quale l’uomo può vagare liberamente fra un posto ad un altro, o, in questo caso, da una novella ad un’altra. Quella della storia di Isabella, però, fu estrapolata da una struttura architettonica che conferisce una certa unità ad un mondo distaccato, privo di congiunzioni e sensatezze apparenti, quanto rivelando l’inclinazione dell’autore di poter fare uso del reale come manifesto di un progetto più ampio e armonioso. La sua storia, però, semplice e appassionante, è solo un frammento di un magnifico puzzle, cornice o immagine di una vita in cui desidero potermi perdere, non troppo tardivamente, ma che si colloca e trova un senso, lì dove sembrava esserne privo. Contrassegnato da un sapiente intreccio fra registro realistico e fiabesco, in forme precursori e umanitarie che attinge dal capolavoro di Boccaccio, ma diffidando delle potenzialità dell’essere umano nella sua capacità di comprensione. Localizzata in pratiche quotidiane nel quale la curiosità insorge nella possibilità che il mondo configuri il vivere e l’agire, il morire e il patire, la cui origine è priva di origine, strettamente legato o intrinseco alla novella e alla fiaba, che conferiscono un certo senso o importanza al superamento dell’angoscia mediante dolore. Contornato dalla continua presenza di digressioni personali o riflessioni che tediano maggiormente anziché accrescere l’attenzione di chi legge, in un contesto dominato da un flusso di episodi che non sono però connessi quanto rendendo il romanzo un esperimento. In contrapposizione a quelle forme paratattiche e asciutte, derivazione della tradizione popolaresca.
Rielaborando il mito, il messaggio riconducibile a quella necessità di apertura laica della morale familiare e sociale che attenui la forza repressiva dei codici dominanti sulle forze spontanee e irrefrenabili della natura, virando alla libertà, alla possibilità che la morale che condiziona ogni cosa sia nitida. Una prerogativa fra sessi e il ceto sociale. Inserita nella quarta giornata de Il Decamerone perchè dedicata agli amori infelici, il sacrificio che perpetua la memoria del sentimento, l’amore tossico che riverbera in ogni forma e sfaccettatura, impossibile da regolare o dominare, seppur si tenti di soffocare gli istinti quanto intrappolarli nelle convenzioni sociali, nella mancanza di umanità. Nell’oppressione femminile e nell’esaltazione dell’amore fedele.
Valutazione d’inchiostro: 3 e mezzo


Non conosco; ottima recensione, grazie
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