lunedì, luglio 13, 2026

Gocce d'inchiostro: Diario 4 - Anaïs Nin

Fra gruppi di artisti, scrittori, lettori, poeti, Anais Nin si inserì con a fianco un’icona del femminismo che avrebbe interpretato l’arte come incarnazione di una comunicazione fatta di corpi, sguardi e gesti. Il suo nome? Eleonora Duse, amante di Gabriele D’Annunzio, dalla quale la Nin ha ridefinito la percezione del femminile. La Duse, mediante un’innovativa fisicità nervosa e trattenuta, aveva anticipato i tempi. E Anais Nin, pioniera del Diario e della scrittura erotica, attinse dalle sue speculazioni artistiche la possibilità di esplorare l’interiorità più a fondo. Più profondamente. I canoni del teatro ottocentesco erano stati scardinati, la recitazione moderna interiorizzata dall’autenticità emotiva. In una società dominata da gesti enfatici e declamazioni teatrali artificiali, la via della spontaneità assoluta fu l’unica via mediate cui sarebbe stato possibile mostrarsi così come Dio ci aveva fatto.

Questa quarta raccolta di diari porta in scena la psicologia frammentaria della donna moderna che interpreta la figura femminile come quella dominata, tormentata, anticonformista che supera i vecchi e rigidi canoni del teatro. L’incarnazione dell’attrice coincide con quella della donna, ritratta per la Nin come colei dotata di << parola >>, incurante della violenza, di ogni umiliazione subita, lottando per far emergere la propria voce creativa in un’epoca dominata da figure maschili ingombranti. Rifiutando l’isolamento ma non limitandosi a copiare i dettami maschili, quanto facendo della scrittura l'ennesima forma di esplorazione, modello di liberazione e autoanalisi.


Titolo: Diario 4

Autore: Anaïs Nin

Casa editrice: Bompiani

Prezzo: 13 €

N° di pagine: 305

Trama: 1944: sono anni, ormai, che Anaïs Nin vive a New York, eppure la costante di estraneità e disagio è sempre viva in lei. Rifiuta l'integrazione in un mondo unidimensionale e cristallizzato, lotta contro l'ottusità, il grigiore delle persone che incontra, che non sanno cosa sia la gioia, la serenità, la musica, che "sono o fatte d'acciaio e cemento o ridotte a cavallo da soma". L'unica via da seguire, l'unica risposta a un modo di vivere autentico, è sempre la stessa: concentrazione sul rapporto di ogni di ogni singolo con i suoi singoli e con le cose. Il mondo di Anaïs Nin esclude ogni forma di snobismo, ogni essere umano è unico e irripetibile ed è per questo che nel suo diario troviamo lo stesso interesse per sconosciuti e personaggi celebri. Prefazione di Antonio Debenedetti.

La recensione:


La grande bellezza della mia vita sta nel fatto che io vivo fino in fondo quello che gli altri sognano soltanto, o analizzano. Voglio continuare a vivere il sogno incensurato, l’inconscio libero.


Masticare una certa lingua, averne saggiato ogni parola, suono, frase o parola vuol dire innanzitutto assimilare le caratteristiche di un mondo, quello di chi leggiamo, che entri in armonia con lo stesso. L’armonia è l’unica legge dell’universo che dà un ordine, un senso ad ogni cosa. La cosa più semplice, la più grande, l’unico punto d’arrivo, dove ogni cosa si concentra, è la semplicità della nostra forza. Per questo noi povere creature siamo in grado di progredire molto più rapidamente di quelli che perseguono altre vie. Organizzando attentamente ogni cosa, saggiando ogni terreno fertile o incolto, il mio modo di comunicare è rintracciabile da parole che come un inarrestabile flusso si riversano sulla mia coscienza come un’onda gigantesca e flessuosa. C’è chi la ripudia questa onda. Io invece la cavalco, tento di domarla come più desidero. La scrittura, l’arte delle parole a questo riguardo mettono a tacere qualcosa che agita compulsivamente il mio animo: tutto quello che faccio è volontario, spontaneo, ma alla fine ciò che conta è il suono irreversibile che producono o emanano. Quando Anais Nin scrisse questi diari, questa raccolta intimistica che la casa editrice ha però reso oggetto di modifiche, snellimento, aveva conosciuto da poco Arnaud Dandieu mediante un saggio su Proust. Da tale saggio ha attinto il concetto di metafora e tempo/ durata nella ricerca del passato, incorporandolo ampiamente nei suoi scritti d’esplorazione della psiche e dell’inconscio. Il romanzo aveva così affondato le sue radici su un futuro un pò incerto, ma formulando critiche legittime che esploreranno l’inconscio, il surrealismo, la fluidità psicologica. In generale, i testi della Recherche influenzarono il suo concetto di memoria involontaria come chiave d’accesso alla psiche profonda. La possibilità di poter superare quelle barriere mentali che erano state messe su dalla mente razionale furono valicate, superate pur di attingere all’istruzione vitale, al misticismo della carne, l’interezza dell’essere umano, teorizzando da Otto Rank la figura dell’artista come neurotico ( persona emotivamente instabile, ansiosa, depressa ) e che riesce a curarsi mediante creazione. Ecco come il diario divenne autocreazione. Cronache di vita, ma anche di morte estrapolate dalla lettura dei testi di alcuni surrealisti come André Breton, assimilando l’idea che la scrittura automatica, il sogno e lo scardinamento delle strutture del romanzo borghese e realista, non assegnassero un tipo di prosa che non fosse non dotata da un certo lirismo simbolista.

Ma la fine della cultura, l’avvento della civilizzazione come un processo inevitabile avviato e guidato dalla massa furono per la Nin quella espediente per scrutare o esplorare l’individuo, la sua psiche che rifiutasse però l’amalgamazione sociale dedicandosi alla scrittura intima. Il marxismo aveva analizzato una società in termini di rapporti fra classi e produzione, la psicoanalisi si sarebbe concentrata sull’interiorità del mondo personale, quello onirico e sulle motivazioni adottate dall’uomo per poter sopravvivere. Negli anni 70 molti attivisti abbandonarono l’ortodossia marxista ritenendolo insufficiente per spiegare l’oppressione patriarcale. Adottando invece concetti patriottici motivati dalla psicologia sociale che potessero sviluppare pratiche di autocoscienza e liberazione personale, un percorso che si allinea alla difesa del desiderio femminile e dell’individualità. L’unico cambiamento cui si potesse incorrere era quello indirizzato alla via politica in cui l’uomo avrebbe potuto lottare per i propri diritti, cambiato le leggi, abbandonando ogni remora o dimostrazione nel quale la scrittura avrebbe abbracciato una prospettiva di scrittura unicamente femminile, forma di potere che rivela un artista non nevrotico ma capace di saper domare gli istinti padroneggiando le proprie ansie e trasformandole in una risorsa vitale, in un espressione artistica. Celebrando la specificità della sua intuizione, della sua sensibilità anziché assimilarla ai canoni maschili. Quelli che avrebbero superato i traumi del passato, l’abbandono in una continua e perpetua esplorazione erotica che si contrappose a quelle di Patchen evidenziando una certa protesta antimilitarista radicale, il misticismo, l’orrore come arma contro le ingiustizie e i dolori. 

Il linguaggio adottato riflette la sensualità e l’inconscio supera la logica e la fredda razionalità perché la letteratura doveva essere nutrita dalla vita interiore e dal desiderio. La gioia avrebbe richiesto accettazione, trasformazione, trasfigurazione di ferite che non avrebbero dovuto essere celate, nascoste quanto curate mediante la realtà quotidiana, l’oscurità della vita.

L’IO, la femminilità, la nevrosi, la libertà, i rapporti interpersonali erano alcuni di quei tratti caratteristici della sua prosa nel quale riversa un certo legame con i giovani, scova una certa forza per combattere e sopravvivere con coraggio, creando un mondo, un sistema che sia in grado di tenere su quelle speranze, quelle che avrebbero reso più gradevole questo mondo. In alcuni momenti, mediante la scrittura di certi racconti - come quelli che sono presenti ne Il delta di Venere - che commissionati da un misterioso collezionista negli anni 40 firmò col nome di Anfitrite. Omettendo poesie e sentimentalismi che si fondessero o focalizzasero sul sesso, raggiungendo i limiti della libertà, non raccomandando alla liberazione quanto a quei cambiamenti che avvengono esclusivamente dall’interno, concordando a poter mettere in coesione gli eccessi, le stavaganze di una certa estremizzante vita bohemiana come il bisogno eccezionale di una elite borghese educata, colta, aperta, liberale. Un mondo popolato da belli e dannati, eccentrici, fuoriclasse, viziosi, falliti ritratti come macchioline nerastre che copiose imbrattano una tela dai colori sgargianti. Ammantati dalle atmosfere più torbide ed esotiche, che valorizzano le opere di Lorrain, accostate alle riflessioni personali della sua Creatrice, riconoscendo quelle possibilità in cui le perversioni estetiche, la frammentazione dell’identità, gli stati di sogno ( immaginari piaceri ), si nutrivano di queste atmosfere decadenti che interiorizzano il culto della maschera, dell’artista ambiguo che esplora quei desideri inconfessabili.

Come la raccolta precedente, questi diari rivelano una prosa esoterica e visionaria da cui l’autrice fu ispirata all’approccio dalla sperimentazione ( approccio che le fu dato anche da Henry Miller ), rievocando ogni paradigma o preconcetto di amore intenso, la possibilità di ritrarre certi mondi onirici mediante strumenti di fuga e autoesplorazione, distanti dalla squallida realtà quotidiana. Concentrandosi al contrario in quella realtà interiore, il sogno e le sue forze ancestrali, aprendo quelle chiavi che possano essere apertura per la psicoanalisi, i desideri profondi, la psicologia femminile. Letteratura e arte divengono strumento di autocreazione, salvezza, nel quale l’isolamento è strettamente legato al processo di creazione e connessione emotiva.

Evadere dalla realtà avrebbe funto da espediente per superare i limiti della vita reale, creare quei luoghi dell’anima in cui ogni cosa sarebbe stato soggetto a creazione o rinascita.

Valutazione d’inchiostro: 4

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