sabato, settembre 19, 2026

Gocce d'inchiostro: Anima spezzata - Akira Mizubayashi

Una sera, prima che le vacanze estive si concludessero, fui chiamata da un vecchio, un uomo che mi esortò ad ascoltare la sua storia. Di storie, una lettrice curiosa e insaziabile come la sottoscritta, non riesco a saziarmene nè tantomeno a domare quella sete imprescindibile di sapere e conoscenza che solo la buona lettura sa donarmi, e rinnegare, volgere le spalle a una simile proposta, un invito che mi avrebbe condotta in un luogo che sin da sempre desta in me un certo fascino, fu uno dei migliori rimedi se non opportunità di colmare quello spettro della noia che in quel periodo vorticava come uno sciame impazzito sopra la mia testa. La mia venuta, il nostro incontro, non è stato dei migliori, lo confesso, ma se io e Akira Mizubayashi  non ci fossimo incontrati, scontrati, ora non sarei qui a riporre queste poche righe, Ogni romanzo, nel bene e nel male, è meritevole di attenzioni. Dietro a semplici risme di carta vi è un lavoro lungo, un processo meticoloso di arte, precisione e cultura, e Anima spezzata non ha potuto diffondersi, la melodia che ha sprigionato non ha potuto infondersi nè tantomeno sovrastare quel silenzio assordante che si respirava tutt’attorno, dominando quella violenza irruenta che era stata aizzata contro il popolo cinese.

Titolo: Anima spezzata

Autore: Akira Mizubayashi 

Casa editrice: La nave di Tesero

Prezzo: 18 €

N° di pagine: 240

Trama: A Tokyo, nel 1938, quattro musicisti dilettanti appassionati di musica classica occidentale si incontrano regolarmente per suonare. Il quartetto è formato dal giapponese Yu, un insegnante di inglese, e da due studenti e una studentessa cinesi. Questi ultimi sono rimasti a Tokyo nonostante l’invasione giapponese della Manciuria e la spirale di violenza e odio razziale che aveva provocato. Una tranquilla domenica pomeriggio, però, la musica è brutalmente interrotta dall’irruzione di alcuni militari. Il violino di Yu viene distrutto da un soldato e i quattro, sospettati di complottare contro l’Impero, vengono arrestati. Nascosto in un armadio, Rei, il figlio undicenne di Yu, ha assistito alla scena, ma sfugge alla violenza dei soldati grazie a un tenente che lo lascia andare e gli affida il violino in pezzi del padre. Giunto in Europa grazie a un amico francese del padre che lo adotta, Rei decide di studiare da liutaio. Dopo anni di dedizione e sacrifici è ormai un ottimo artigiano, specializzato nella costruzione e nel restauro dei violini, e ha una sua bottega a Parigi, dove vive con la compagna Hélène, una rinomata archettaia. È proprio lei a raccontare a Rei la storia di una giovane e talentuosissima violinista giapponese, Midori Yamazaki, che, in un’intervista, aveva dichiarato come l’amore per lo strumento le fosse stato tramandato da un nonno militare. Incuriosito dalla coincidenza, Rei decide di scriverle per provare a riannodare i fili del suo passato. “Anima spezzata” è un romanzo commovente e delicato che affronta le questioni della memoria, dello sradicamento e della difficile elaborazione del lutto. Una trama coinvolgente che unisce Oriente e Occidente tra l’alba della seconda guerra mondiale e il nostro presente. Akira Mizubayashi fa diventare la letteratura e la musica materia stessa della vita, arrivando a sfidare persino la morte e il passare del tempo.

La recensione:

L’argomento con cui Akira Mizubayashi fa diventare la letteratura e la musica materia stessa della vita, arrivando a sfidare persino la morte e il passare del tempo, esortando innumerevoli lettori ad abbandonare le vecchie buone abitudini di soggiornare fra le pagine di un romanzo per non più di una manciata di giorni, fu conseguenza di una mancata capacità di dominare il mio istinto di non essere in balia di questa malia vertiginosa che - stando a quanto dicevano le recensioni nipponiche - aveva fatto strage di cuori. La letteratura nipponica, quella giapponese, solo in alcuni casi è stata capace di dominare il mio istinto. Porre questo mio incorruttibile senso di diffidenza, distacco, in una zona remota del mio spirito perchè cibarsi di una storia che vibrasse di simbolismo, le sue tematiche fossero così care all’autore da sposarle ben più di un semplice istinto di autoconservazione, quella in cui la letteratura avrebbe dovuto promulgarne ogni sapere scientifico o sensoriale, era di fare di tale arte o disciplina una forma di ornamento per la stessa anima. Successe tanti anni fa, in una notte in cui fui sballottata sulla riva della spiaggia lucente e cristallina, tradendo la mia fede irreprensibile di sposare un unico genere letterario e delle mie preferenze di lettura. Ma all’epoca non conoscevo Murakami Haruki. Non avevo idea che il suo modo semplice e surreale di parlare di letteratura, le sue maniere non particolarmente avvenenti e garbate, avrebbero presto o tardi donato qualcosa. Molto più di un semplice sussulto, quanto giungendo dritto al mio cuore. Non me ne capacitavo al principio, quando lo conobbi all’età di 21 anni, non ne sono certa tutt’ora che ho valicato la soglia dei 34. Murakami Haruki era il mio surrogato dinanzi alla solitudine, un mondo opaco e grigiastro dal quale fuoriesce una certa luce. Una luce che ai miei occhi sprigiona un tepore, un calore che, se osservata a lungo, potrebbe abbagliare persino i miei occhi deboli,

Nella mia carriera di lettrice, dunque, confidare che sopraggiungesse un’altra epifania come questa, leggere e scovare testi di autori che avevo solo sentito nominare, non avrebbe potuto essere il miglior espediente se non approccio per valicare quelle barriere del possibile. Dove tutti osannavano il capolavoro, il mio diniego era visibile in viso. Non ponendomi nella condizione di giudicare o criticare un testo, senza prima leggerlo, quanto facendone testo solo dopo averlo assimilato.

A destare la mia attenzione fu il silenzio. Questo romanzo ha riposato sulla soglia di una finestra luminosa dall’aria luminosa e vaporosa in un costante fracasso a cui la mente ci ha fatto l’abitudine già da un pezzo. Poi, improvvisamente, quella parte di me che resta all’erta anche quando l’altra riposa si rese conto che stava succedendo qualcosa di nuovo e si allarmò. Il rumoroso, insolito spettacolo messo in scena in questi giorni fu indetto da un’autore giapponese che, fra il quieto e l’ordinario, offrì al mio sguardo la struttura di un esoscheletro letterario che necessita ben più di una semplice rifinitura e che nonostante tutto non ha raggiunto il mio cuore. Una minuscola barchetta si stanziava dinanzi alla frastagliata cresta di un monte roccioso, lontanissimo da me, immerso nella luce, la cui anima presto o tardi si sarebbe levata nell’etere fra le voci altisonanti di altre voci, altri suoni.

Durante il processo di lettura, più volte mi sono chiesta cosa sappiamo effettivamente della musica? Qual è la sua provenienza? Cosa fare per scavare a fondo nella sua anima, per scrutarla attentamente? Quella della musica è una delle tante argomentazioni spirituali di cui non si ha una vera e propria risposta. Perché scrivo questo? Perché a certe risposte dell’anima non c’è fondamento. L’uomo è sempre l’uomo e i suoi mali sono gli stessi. Eppure è capace di distinguere ciò che è dotato di un anima e ciò che non lo è, un fatto davvero eccezionale. Sortisce un certo effetto, ma non sappiamo di più. Non sono un’esperta in questo settore. Il solo responsabile è l’anima. Ed io amo parlare di cose o forme che possiedono un anima..

Questo romanzo, così come tanti altri romanzi che ho letto in passato, possiede un anima. L’anima di chi legge, di chi sente, vede, ascolta, i cui messaggi furono sferzate negli occhi per i quali non vidi una vera e propria origine. Quasi sempre rimandati nei casi in cui si ritiene necessario un intervento letterario. Il segreto che l’autore attribuisce, un segreto che per alcuni è divenuto importante, meritevole di attenzioni, fu quello di aver colto quella forma tradizionale di cui era soggetta la musica. Le medesime per cui Adorno aveva esplicato nei suoi saggi nel porci la musica in relazione a quell’unità organica del classicismo che si riducesse a frammenti, momenti isolati che esplicano la frattura, la rottura della realtà sociale. Perchè i dettagli sonori non si armonizzano spontaneamente con tutto, riflettono l’alienazione dell’uomo nella società, nel pieno dell’ultranazionalismo nel quale la Cina divenne unico spazio di libertà e fratellanza, censurata dalle milizie militari, forma di salvezza nonchè ponte di continuità con la memoria.

Originariamente, la lettura non procedeva spedita come credevo. Un lavoro ben ponderato, riflessivo, efficiente, è solo una parte dell’intera opera. Ci sono stati temi trattati che hanno fatto vibrare il mio cuore di una melodia tutta sua, che man mano che si procede con il suo ritmo lento e sincopato hanno sortito un certo fascino che via via è andato a scemare. E per questo credo che Anima spezzata sia una storia che sicuramente tocca le corde dei più sensibili, ma non scalfisce quello dei più coriacei, in cui le continue irruenze militari che stonano con l’anima del romanzo in se. L’idea di associare il tutto a una melodia dal suono enigmatico, esprime qualcosa di terribilmente nostalgico. L’inverno, l’aria secca e umida sono alcuni di quegli elementi che coincidono con Yu, piccolo grande poeta giapponese che da sempre desidera perseguire il suo sogno: diventare un ottimo artigiano nella restaurazione dei violini. Quasi una farfalla che fatica ad uscire dal barattolo, ma che se indirizzata a poter trovare quella giusta vibrazione – limpida, ampia, lontanissima dal terrore agitato – affinchè essa possa spiccare il volo, risplendere, libera di sprigionarsi.

Oramai sono abituata a questi esperimenti e questo romanzo, a dire il vero, subentrò repentinamente mediante la chiamata del suo autore che tuttavia ha innescato in me un meccanismo di autodifesa, di benessere e pura magia. Anima spezzata diviene ricerca, atto di divenire e lodare Dio in cui si tenta di immergersi in un luogo, un caso specifico e da cui si tenta di raccapezzarsi. Una specie di cura che avrebbe potuto fungere da medicina per l’anima e che su di me ha avuto un effetto negativo e non sorprendente perché come immaginavo non è entrato nel sangue..

Una lettura insoddisfacente, arida come la sabbia dorata di un deserto che non considero indimenticabile o necessaria, ma che in un certo senso ha alimentato l’amore per il Giappone e per Murakami Haruki a cui mi fiondo quasi sempre spedita, senza pensarci per più di un secondo, quando incappo in delusioni come queste.. Parlare però con Yu e il suo autore non mi ha resa indifferente: ha sortito effetti che non credevo. Ha relegato infausti pensieri in una zona remota del mio cervello. E non uscendo proprio allo scoperto, piuttosto ascoltando ciò che avrebbero dovuto dirmi, e che hanno poi egregiamente fatto, con coraggio e sicurezza nel riporre irreversibili squarci di anima al prossimo, mettere a nudo se stessi, conferendo quelle giuste e adatte nozioni per cui è stato così importante imboccare una strada, quella della musica classica, e il rapporto intrinseco che avrebbe potuto instaurarsi. E quello che ci fa presente l’autore è che ognuno di noi va alla ricerca di una melodia, di una parte del nostro spirito in cui l’anima può sentirsi beata e che, come il mito di Orfeo, rappresenta in un certo senso il nucleo di questa collaborazione che ne evidenziano i motivi. E, in particolare, cercare qualcosa che è sempre difficile ottenere: la libertà. Abbattere qualunque barriera, valicare qualunque muro affinchè si possa rimediare alle mancanze del passato. La musica conferisce bellezza, conforto, parsimonia, finché ogni cosa vada al suo posto.

Allegoria della stessa musica, del paesaggio ritratto in copertina o, addirittura, del titolo posto, nonché riflessione sul talento, sull’anima, sull’emozione, sulla creatività colmo di una certa determinazione, che tuttavia cozza con l’aura drammatica e malinconica che trapelano dalle sue pagine.

Valutazione d’inchiostro: 3 -

1 commenti:

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