lunedì, novembre 02, 2026

Gocce d'inchiostro: Uccellini - Anaïs Nin

Essendo una donna d’avanguardia, Anaïs Nin si vide quasi sempre proiettata fuori dal mondo e con ciò anche la religione, il credo che abbracciò. Lo stesso con il quale concepì il sesso - termine che all’epoca suscitava ancora scalpore -, che non era, secondo lei, una vera e propria provocazione, ma piuttosto un modo di esplicare la vita. Il suo modo di riprodursi, per giunta non fondato da nessuno, senza un particolare intuito, quanto mediante un processo spontaneo, corporeo, senza un particolare insegnamento che alcun libro avrebbe potuto darci completamente se non dal semplice atto in sè. Una saggezza che il tempo ha sedimentato non solo nel suo cuore, nella sua coscienza, nella sua anima come una seconda pelle, tanto meno considerarla come una forma proibizionistica che doveva essere violata. Quanto strumento di conoscenza.

Il sesso, l’arte dell’esplorazione del corpo, ogni parte completamente nascosta e ora messa a nudo, dinanzi agli occhi di un mondo nel quale l’uomo finisce a restare con una limitata visione del sè, Uccellini fu concepito come liberazione e rivendicazione della sessualità femminile vista come espressione di libertà interiore, creatività e profonda soggettività. Esplorando il desiderio sessuale dal punto di vista delle donne, sottraendolo allo sguardo puramente maschile o pornografico e unendolo a una forte introspezione psicologica. Abbattendo le catene di una cultura repressiva, mostrando la sensualità senza i vincoli della colpa o della volgarità.


Titolo: Uccellini

Autore: Anaïs Nin

Casa editrice: Bompiani

Prezzo: 13 €

N° di pagine: 160
Trama: "Quanto a me, il mio vero lavoro di scrittura fu messo da parte quando mi misi alla ricerca dell'erotico. Queste sono le mie avventure in quel mondo di prostituzione. Metterle in luce sulle prime fu difficile. La vita sessuale di solito è avvolta in molti strati, per tutti noi — poeti, scrittori, artisti. È una donna velata, mezzo sognata."

La recensione:

Sull’identità del sesso ci sarebbe da fare un discorso a parte. Si diceva che la parola << sesso >> fosse un tempo oggetto di denigrazione. Un tabù, una violazione dei canoni del linguaggio tradizionale e che giudicava il “comportamento” di una certa schiera di persone, quanto parola che non suscita poi così grande oggettivazione. Alcune immagini precisa, quanto più immagini. Se parliamo di sesso, ad esempio, in epoca moderna, immagino la mia mente compiere voli pindarici: corpi sudati e accaldati, frasi sussurrate in un coito frenetico e umidiccio, essudazione di liquidi corporei unti e umidicci. Immagini che balzano nel mio cervello, con la medesima frequenza per cui la Nin accoglieva i suoi amici di nottata sul suo letto… e da uno scrigno segreto di nozioni, parole, voci tirava fuori una splendida figura di creta. “ Io? Che cosa avevo creato? Questa entità così cretosa può assumere una corporatura, può diventare solida. Può diventare il corpo di qualcosa.. ?” 

Il corpo, che a volte costringe ad essere percorso come da scariche elettriche, ma anche dalla mente che non riesce a ritrarsi da certe congetture. E allora cosa ci sarebbe stato bisogno? Di un altro IO che vestisse uno o più ruoli. Duplice o multiplo, illimitato e onnipresente in tante forme o assetti di vita? Il comune denominatore di questi IO deriva da una consapevolezza superiore, maggiore, rinchiuso in un unico essere. Quello di una donna la cui consapevolezza fu derivazione di tante cose…

Questo fu il cammino e l’idea che a un certo punto avrebbe funto da elemento universale, trascendentale per Anaïs Nin. Questo sarebbe stato lo slancio, l’effetto innescato ad un certo punto, quando tutto le fu più chiaro, montato o generato dal nulla anche per via di alcuni episodi drammatici e familiari… come la bella storia che vi è narrata ne La casa dell’incesto.

Una leonessa che, partorendo, ha perso vita ma ne ha generato un’altra. Un’altra vita, che è il suo doppio, che assieme a lei cresce, impara, conosce, si domanda il perché della sua esistenza, della sua venuta. Lo specchio del suo fantasma nel quale riposa la conoscenza. Da qui la sua enorme importanza. Perché andando di pari passo in ogni zona o spazio del cuore umano, l’autrice poté risiedere dentro di lei, come una specie di Dio. Un creatore che non è in balia di alcuna forza suprema esterna, quanto di una volontà insopprimibile, veritiera che le da concretezza, certezza. Funge da guida, stimolo alla ricerca di se stessa, in un assoluto rapporto di dipendenza, come donna e discepola del suo guru o della sua guida.

Nell’aver divorato un romanzo dopo l’altro di Anais Nin resta comunque saldamente ancorata quella certezza che il suo desiderio di scardinare ogni margine di limitazione, di tabù nel quale l’uomo o la donna potesse essere libero, privo di quei dogmi o paradigmi imposti ancora dalla società patriarcale, ci ponesse dinanzi a dei limiti che una donna come lei avrebbe dovuto rispettare. I suoi testi, però, fungono da esempio di come tali limiti, tali barriere siano state superate, valicate. Fra figlia e padre manca il rapporto che possa esserci fra un genitore e un figlio; tra padre e figlia manca quel sentimentalismo cieco che valica ogni impulso sessuale o mancato razionalismo. Solo in un rapporto con se stessa, fra anima e spirito, non sarebbe mancato niente; suo padre le aveva sottratto tutto, ogni rimasuglio di felicità. E ciò che ne conseguì fu un processo di catarsi, che solo il tempo, la psicoanalisi, la nevrosi, Otto Rank, Henry Miller, avrebbero acquietato.. o rivalutato. E non ci sarebbe stato alcun problema a rinascere, a guarire come da una lenta e agonizzante malattia, se gli spettri del passato - così saldamente attaccati al suo spirito, alla sua coscienza - non sarebbero stati esorcizzati. Questa è la ragione per cui la Nin si sentì sempre guasta….

Sotto certi aspetti, una non umana che rispetta la sua figura di donna mediante la conoscenza, la consapevolezza del proprio sé in tutta la sua interezza. Il corpo, unica forma utile a colorare, abbellire ogni forma, struttura o storia è ciò che si rispetti un modello di conoscenza in cui l’artista si adopera il ruolo o il compito di far ciò che vuole. In questo caso, scovare nel sesso, nel rapporto carnale, nella ricerca di un proprio IO che libero di certe restrizioni avrebbe potuto diventare etereo, sfavillare davanti agli occhi affinchè non si potesse semplicemente restare a guardarlo. Sebbene delle volte un po volgarmente, altre volte implicito come un saluto amichevole, in una manciata di mesi gettata ai suoi piedi costernata di non poter fare altro che ascoltarla, seguirla, aspettare che anche la sua anima leggiadra potesse sfolgorare di una certa luce.

Valutazione d’inchiostro: 4

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