Un paio di anni fa, sugli scaffali di una libreria zeppa e colorata, una delle librerie più vicine della mia città, scovai un romanzo di Irène Némirovsky. Un testo dalla copertina dolciastra come i cuori che avrebbero dovuto abbellire uno scenario amorfo e bisognoso di nutrimento, il cui titolo Due stanziava ai bordi di una storia che, ricordo, dopo che lo portai a casa, lo divorai in meno di niente. La sua autrice, nel giro di qualche settimana, era divenuta quel vascello, quella piccola isola felice in cui immergermi e da cui questa intrusione nel suo splendido mondo, necessitava di essere ripetuto. Da quell’anno, Irène Némirovsky divenne quella piccola isola felice in cui potei rifugiarmi, nel tempo, quando più mi piace, e, recentemente, con una raccolta di racconti che ignoravo esistesse. Eppure necessari perché da questi testi, questi piccoli soffi di un cuore pulsante e pregno di romanticismo, ho potuto poi fare testo mediante il coinvolgimento culturale di altri testi, la conoscenza di altri autori. Eppure Re di un ora è la prova scientifica, o, per esagerare, sentimentale, di un cuore che è alla continua ricerca di attenzioni, quelle nobili cure che solo un’artista, una nobile e austera sfinge come l’autrice, nel giro di qualche minuto, raccogliesse nel palmo delle sue piccole mani queste ipotesi.