Da due o tre minuti,
osservo questa pagina bianca in attesa che qualcosa o qualcuno di magari più
coscienzioso della sottoscritta bussino alla mia porta in attesa …. In attesa
di qualcosa. Si, perché per scrivere delle volte c’è bisogno di qualche
miracolo, e da quant’è l’ho abbracciata ho compreso come delle volte ce ne sia
bisogno. Perché nonostante sia vero che scrivere è un’arte solitaria, ci induce
a rinchiuderci in un isolamento forzato, bisogna saperne cogliere ogni sua
straordinaria essenza. In questo caso, nei riguardi della lettura di un romanzo
che ho concluso da qualche giorno, la risposta fu immediata: come si sarà
sentito il suo autore?
Non c’è niente da fare. Avrei dovuto sapere, che quel silenzio oppressivo che attanagliò persino le mie viscere e che mi confinò ai bordi di una storia che si presenta come una commedia in cinque atti ma che in realtà, priva di trama, è una biografia di chi la scrisse, mi legò in qualche modo al personalissimo mondo dell’autore. Per me completamente sconosciuto, ma in futuro da attenzionare perché desiderosa di leggere altro di suo. Ed ecco che, mediante lunghe descrizioni sul luogo eletto come casa, in un flusso di pensieri che impediscono di far notare come ci sia un’assenza della stessa, da uno stato di abbandono sarà possibile scorgere la creazione, frutto delle stesse origini dell’autore che donano una certa insicurezza.
Appiccicatosi mediante una patina di staticità, un forte inadempimento che ci invita ad apprendere e intraprendere questo viaggio con una certa consapevolezza, quasi una promessa d’avventura, una ricompensa non proprio lontana dal futuro.
Non c’è niente da fare. Avrei dovuto sapere, che quel silenzio oppressivo che attanagliò persino le mie viscere e che mi confinò ai bordi di una storia che si presenta come una commedia in cinque atti ma che in realtà, priva di trama, è una biografia di chi la scrisse, mi legò in qualche modo al personalissimo mondo dell’autore. Per me completamente sconosciuto, ma in futuro da attenzionare perché desiderosa di leggere altro di suo. Ed ecco che, mediante lunghe descrizioni sul luogo eletto come casa, in un flusso di pensieri che impediscono di far notare come ci sia un’assenza della stessa, da uno stato di abbandono sarà possibile scorgere la creazione, frutto delle stesse origini dell’autore che donano una certa insicurezza.
Appiccicatosi mediante una patina di staticità, un forte inadempimento che ci invita ad apprendere e intraprendere questo viaggio con una certa consapevolezza, quasi una promessa d’avventura, una ricompensa non proprio lontana dal futuro.
Titolo:
L’enigma dell’arrivo. Un romanzo in cinque parti
Autore: Vidiadhar S. Naipaul
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 24 €
N° di pagine: 412
Trama: «Un addio di famiglia la mattina, a migliaia di chilometri di ditanza: un addio al mio passato, al mio passato coloniale e al mio passato asiatico e contadino. Subito dopo, l'esaltazione: la vista di campi e di montagne che non avevo mai veduto; il mare increspato che sembrava strisciare; poi le nuvole viste dall'alto; e pensieri sull'inizio del mondo, pensieri di tempo senza inizio né fine; l'intensa percezione della bellezza. Un lieve panico, poi; in parte perfino simulato; quindi una perdita d'identità. Un diario censurato, vero solo per metà, ma anche per metà intensamente vero, scritto in una stanzetta buia dell'Hotel Wellington a New York. E già l'impressione di essermi perduto, l'impressione di una verità non del tutto affrontata, di un mondo che avevo visto così grande e che la notte era ritornato piccolo un'altra volta.»
Autore: Vidiadhar S. Naipaul
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 24 €
N° di pagine: 412
Trama: «Un addio di famiglia la mattina, a migliaia di chilometri di ditanza: un addio al mio passato, al mio passato coloniale e al mio passato asiatico e contadino. Subito dopo, l'esaltazione: la vista di campi e di montagne che non avevo mai veduto; il mare increspato che sembrava strisciare; poi le nuvole viste dall'alto; e pensieri sull'inizio del mondo, pensieri di tempo senza inizio né fine; l'intensa percezione della bellezza. Un lieve panico, poi; in parte perfino simulato; quindi una perdita d'identità. Un diario censurato, vero solo per metà, ma anche per metà intensamente vero, scritto in una stanzetta buia dell'Hotel Wellington a New York. E già l'impressione di essermi perduto, l'impressione di una verità non del tutto affrontata, di un mondo che avevo visto così grande e che la notte era ritornato piccolo un'altra volta.»

