N° di pagine: 274
La recensione:
... Per lei, era come bagnarsi dalla testa ai piedi in un tepore autunnale, un respirare a pieni polmoni l'aria libera in riva al mare, un sentirsi compenetrare il sangue da correnti balsamiche.
Giacinta è un romanzo poco conosciuto; le intenzioni di Luigi Capuana, penso, sono state diverse quando lo scrisse. Il fatto che una giovane donna, negli ultimi anni del XIX secolo, fosse stata violentata, non aveva il diritto di scegliere di intendere o volere, risultava davvero scandaloso. Quello di Capuana è stato infatti quel tentativo di seguire i canoni zoliani. Un tentativo che miseramente fallisce in cui l'analisi patologica dovrebbe costituire l'argomento principale del romanzo.
Quanto le mie considerazioni al riguardo e dar loro un'identità più definita e non più influenzata da un quarto di secolo di vita a fianco di amici d'inchiostro dalle mille sfaccettature, diventa sempre più evidente il mio desiderio di accrescere il mio bagaglio letterario con la lettura di tanti altri classici. Capuana mi aveva presentato la sua Giacinta come una banalissima ragazza di cui non molti sono riusciti a prendere in considerazione. Nel giro di una manciata di giorni sarei tornata nella mia città natale. Che altro avrei dovuto fare se non creare un progetto, un'idea che mi permettesse di giudicare Giacinta come si deve?
Eppure la visione scorta da questa Giacinta, quella cioè di otto anni fa, quella di una me un pò meno matura e avvezza a questo tipo di riflessioni, sfidando l'ipocrisia della società borghese dell'epoca, ma finendo per esserne vittima, affondando le radici nella vacuità, nell'ipocrisia di certe apparenze e il peso di certe convinzioni, fu determinante nel ritrarre la vita - o la morte?! - di una vita deteriorata dal trauma e dall'incapacità di trovare la pace. Così immortale nella sua cruda violenza, in quelle conseguenze psicologiche infette a questa piccola/grande donna dotata di un carattere nevrotico, multiforme, cinico e straziante, definita da Roberto Brocchio come costituita di un volto scolpito nel bronzo. Un delirio o deliquio mentale che scatenò nel teatro come trionfo della commedia e la più completa vittoria del realismo.
Capuana pareva essere dotato di preziose qualità di artista e osservatore fedele e coscienzioso del cuore e delle cose umane, giudicato non tanto per il mancato verismo quanto l'intollerabile immoralità di un ingegno convinto, sincero contrassegnato da audacia e novità di intenti, fece di questa piccola creatura o per meglio dire il suo approccio un caso clinico e oggettivo volto ad analizzare le patologie psicologiche e sociali, distaccandosi dalla tradizione narrativa precedente per una maggiore aderenza al vero. Fatto umano che, oggetto di studio, esame, sviscerato, posto agli occhi esterni senza illecebre di volgari, sensuali ornamenti, ci è offerta come una forma casta depurata da una concettosa e alta società, dalla crudeltà della natura, che pur quanto ammansita da una dolce e spensierata possibilità di essere assennata, seria e solenne, quando l'arte le chiederà un battesimo o un atto di conflitto sprofonderà in quel luogo nel quale non giungeranno nemmeno il brusio di pettegole, gente di paese incapace di pensare ai fatti propri.
Gaetano Miranda difese la moralità di Giacinta conferendo a quest'opera quella forma di magnificenza di cui solo l'arte, così grande, non ha mai potuto racchiudersi dentro certi limiti o certe barriere, né è stato meno morale nel tratteggiare soggetti così morali. Perché quello delle parole è un'arte libera che conferisce grandezza, sorride solo agli eletti e spesso li uccide affinchè essi possano comprendere, ammirare i mediocri raggruppati nella folla. Ma a suscitare ammirazione, non quanto per la stessa Giacinta, quanto l'idea di voler rappresentare qualcosa che eccita ma allo stesso tempo inquieta. Audace perché mossa da intenti, da forme astruse di amore che niente e nessuno gli ha mai donato. Annullamento di ogni sintomo patologico che tuttavia avrà sede e corpo nel farsi sede di una malattia globale che investe ogni momento della sua esistenza.
Certo che questo fu un bel modo per la lettrice che è in me ad allietare le mie sensazioni, quello di Capuana è forse quel romanzo che mi ha dato numerose risposte, risposte a quel naturale desiderio di giustizia e di armonia che la gente ha in sé.
Verista, dedicato a Zola, senza però assumere la formulazione letteraria naturalista, scivolando in sconfitte personali, suscitando critiche appassionate per l'arditezza del soggetto da cui Emilio Trevis definì come immondo, tratteggiato come moto coscienzioso, sbagliato poiché quella pianta di commediografi che avrebbero dovuto revisionare, metterlo in scena, in Italia non ancora fiorita, comportò a conseguenze divisibili, studiando l'influenza che suscita nell'anima femminile e non sfuggendo al dominio dell'arte. Concepita dal suo autore in quella possibilità di porla in forme di osservazioni che meritano di essere volti, osservati, resi, fenomeno di scena nel quale entrarono in relazioni più tematiche del senso, dell'intelligenza, del sentimento tipico del teatro, così comico e tragico non esulando del tutto da questo luogo quanto definendolo inadatto. Reso insufficiente per essere iscritto in teatro. Quanto saturo di quell'aria malsana, mefitica di personaggi odiosi, antipatici privi di sentimenti nobili, superiori, sereni, quasi volgari e ignobili. Innescando un dibattito culturale e di costume da cui è possibile scorgere un ingranaggio a filigrana di ripensamenti sui testi nel tentativo di sovvertire o semplificare il lavoro di altri autori, in un'epoca impreparata a recepire le novità, ma con effetti tipici della tradizione moderna.
Documento umano che Capuana esalta, esamina impersonalmente, concepito dopo la lettura di Madame Bovary, e la revisione di un fatto di cronaca intessuto con le teorie del naturalismo francese e all'indagine psicologica. Descrivendo questa ragazza come un caso clinico che più che una visione oggettiva dell'ambiente si concentra sulle "patologie morali " e sulle motivazioni inconsce che portano la protagonista alla rovina. Dalla necessità di rappresentare il vero, l'amore che diviene ossessione e quindi malattia. Una visione scientifica, nel quale l'autore può intervenire, analizzare ogni aspetto biologico, sociale, denunciando i mali del secolo, porsi dinanzi agli occhi del mondo non disperandosi quanto non potendo penetrare nel cuore della debolezza del suo cuore. Sottolineandone la coerenza, la razionalità, enfatizzando i personaggi in una tela dai colori sgargianti che mirano alla semplicità, alla caricatura popolare, non modellandosi da sé quanto agendo dall'interno, teso a ripristinare quelle forme veriste, e non così indelebile quanto reso a svelare, discostare quel velo di un mondo dello spettacolo calvo. Imbastendo una sintassi di caduti, privi di limitazioni che ricostruiscono la storia come espediente per cogliere ogni cosa in cui l’amore è visto, o teorizzato, da diverse angolazioni: personale, quello della vergogna di Giacinta per essere stata oggetto di violenza; illusoria perché pur quanto i tentativi innumerevoli di rifarsi una vita con Andrea saranno invani; psicologico perché la malattia di cui è affetta Giacinta con freddezza clinica accentua il pathos della narrazione, mostrando l'ineluttabilità del destino; domestico, infine, perché reso ancora più evidente, più patetico da parte della famiglia, che anziché confortarla, la indurranno o costringeranno ad abbattere questi fantasmi del passato tenendo conto delle conseguenze di certe azioni.
Non penso il mio percorso con Capuana si concluderà qui. Ma, adesso, desidero proiettare i miei interessi letterari su qualcos'altro. Ho visto spiriti che hanno cercato di tenersi per mano, ma inutilmente, corpi di gente sofferta e patita, un mucchio di cose che non credevo di poter vedere … e ciò mi è bastato.
L'autore si era premurato di conoscere la mia opinione, io ero venuta in questo posto con l'intento di rubargli una toccante storia d'amore. E sotto certi aspetti ho avuto ragione. Eppure, Giacinta non si discosta più di tanto dal verismo italiano e a modo suo mi ha benedetto in un modo che io però non ho apprezzato.
La produzione italiana della giovane Giacinta, nata dalla realizzazione di fatti realmente accaduti nel XIX secolo, aveva raggiunto livelli inimmaginabili, adempiendo alla sua realizzazione, in un quadro prettamente realistico in cui si sono mossi schiere di anime contrite ma dannate che camminano nella lotteria della vita.
Da me ritenuta semplicemente come una marionetta docile fatta di carne e ossa, che già dopo qualche ora smise di parlarmi, favorì in questo modo la mia curiosità di rispolverare un classico della letteratura italiana come questo, condensato in meno di duecento pagine, non conquistando propriamente il favore del pubblico. L'Italia aveva costruito la propria identità nazionale affrontando sfide economiche, sociali e politiche come il brigantaggio, la questione meridionale e il completamento editoriale, diffondendo il positivismo, l'estensione del diritto di voto e la leva obbligatoria. Un paese prettamente agricolo con un divario produttivo tra gestione capitalista del Nord e quello feudale del Sud, Capuana investì in questo senso mediante quell'invisibile ponte fra generazioni di letterati e le nuove moderne istanze novecentesche, di cui l'arte resta immutata, autonoma, riproduce la verità da una prospettiva fissa, volgendo quelle forma chiusa di borghesia ipocrita alla possibilità di poter perdonare le azioni criminose di una giovane dal passato traumatico, conseguenza di un profondo senso di colpa e di giudizi sociali che puntavano all'impersonalità. Riservando un posto eminente nella storia del teatro drammatico nazionale, in un ambiente modesto, casalingo, fra gruppi di personaggi che non li si può definire troppo buoni o simpatici, limitazioni di forme d'arte che mirano a modificare o mutare la realtà.
Stando così le cose, non è poi molto strano o innaturale che fra le sue pagine io non abbia scovato una parvenza kafkiana. Le creature realizzate da Capuana respirano, ma non prendono vita. E i miei tentativi di "capirli" non avrebbero potuto emettere altro che un piccolo battito.
Tutto questo infatti ho potuto constatarlo quando tornai in me con una certa tranquillità. Sotto la trama bucolica e verdeggiante di questa storia, gruppi di anime non mi avevano accolto come desideravo. Ma la bellezza delle loro anime si è accordata al frenetico e appassionato ritmo del mio cuore, che emette piccoli sussulti quando si imbatte in storie d'amore intense e passionali, facendomi cadere inebetita in uno stagno di parole e gioie infinite.
Eroina dal carattere indeciso, ma appassionata e sincera da cui dipesero le ragioni per cui, senza amore, il matrimonio nella classe borghese non doveva essere dettato da ragioni sentimentali, ma era più che altro un mezzo di sistemazione sociale sia per gli uomini che per le donne, quella di Giacinta è una sorta di convenienza fra anime, una dote, l'unico mezzo diinterazione con le classi medie alte.
Dramma di nervi e sentimenti nonché opera tesa a gettar una certa luce sulla realtà, Giacinta ricalca ben poco delle tematiche degli autori romantici. Delinea una prospettiva precisa sul percorso individuale della stessa protagonista e, scritta sotto l'influenza dei dettami letterari naturalisti, si dimostra incapace di seguire i canoni zoliani.
Tragico percorso di un'eroina folle, sentimentale e inetta, Giacinta è il primo personaggio femminile della letteratura novecentesca che spicca tra le figure maschili. Eroina, vittima e peccatrice è un personaggio caparbio e orgoglioso, portatrice di disordini e irrazionalità.
- ... Ah, come siamo pazze noi donne! Come ci fabbrichiamo colle stesse nostre mani una terribile rete di disinganno...
Già la colpa non è nostra... Siamo deboli! Bisognerebbe avere un briciolo di ragione in più!
Mirando a ricostruire la psicologia della protagonista Giacinta con una vasta minuziosità di dettagli. Fuggendo nell'apparente silenzio della natura, nel muto silenzio di una vasta dimora, nell'ineffabilità di un sonno eterno, col cuore colmo di una indicibile tristezza.
Valutazione d'inchiostro: 3 e mezzo


Ciao Gresi, conosco il romanzo ma non l'ho letto. Non so se potrebbe piacermi, magari prima o poi gli darò una possibilità...
RispondiEliminaFammi poi sapere, Ariel!! Sarei curiosa di conoscere il tuo parere ☺☺
EliminaDi Capuana ho letto solo Scurpiddu, un libro per ragazzi. Questo mi manca, ma sembra interessante.
RispondiEliminaIo invece l'ho conosciuto grazie a questo romanzo, altrimenti non penso avrei mai letto qualcosa di suo :)
EliminaDovrei leggere più classici, mi attirano soprattutto quelli poco conosciuti forse perché non ne conosco trama e finale fin dai tempi della scuola. Giacinta lo segno, mi incuriosisce.
RispondiEliminaGresi, approfitto in questo post per chiederti una cosa. Vorrei iniziare a leggere Murakami, ma non so da dove iniziare. Mi consigli? :) Magari un titolo che ti è piaciuto particolarmente o che ti è rimasto nel cuore. Grazie!
Non avevo letto questa risposta, altrimenti ti avrei risposto subito :) Di Murakami ci sono un mucchio di romanzi davvero molto belli con cui partire, ma, così su due piedi, ti consiglio La ragazza dello Sputnik :)
EliminaNon conosco; ottima recensione, grazie
RispondiEliminaIt is quite a feat to dive into a classic that you expected to dislike and come away with so much to think about. That poor girl Giacinta really had the weight of the world on her shoulders, and it is heartbreaking to see how the hypocrisy of her time just boxed her in. It just goes to show that even if a book doesn't quite hit the mark the author intended, it can still hold up a mirror to the harder parts of human nature. Do you find that these older stories often give you a better perspective on the problems we still face today?
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