venerdì, maggio 27, 2022

Gocce d'inchiostro: Belladonna - Dasa Drndic

Le vicende tratte in queste pagine furono più complicate del previsto. Accettai il proposito di leggere questo romanzo semplicemente perché, in un pomeriggio di inizio maggio, in uno dei miei tanti e spericolati giri in libreria, lo vidi nel bel mezzo di una carrellata di nuove uscite. La copertina, la trama, la bellissima libreria posta come cover fu un richiamo fragoroso che non cessò di esserci se non quando me ne accaparrai una copia digitale. Al momento, ho promesso a me stessa che non acquisterò libri cartacei. Però una piccola opportunità mi permise a leggerlo in ebook, e una volta mio non ci pensai due volte a leggerlo. Senza dubbio il mio percorso fra le sue pagine non è stato eguagliabile ad altri romanzi, forse all’esperienza che vissi con Vasilij Grossmann nel suo bellissimo Vita e destino. Perché la sua è stata una lettura che si è imposta con la mutezza di un silenzio gigantesco, in mezzo al nulla, riempiendo i miei polmoni dall’invisibile ragnatela di una guerra che avrebbe prostrato in due il popolo. In tutto questo, qualcosa di estremamente sigillato, pietrificato, immobile come un disegno, avrebbe giaciuto sotto una lava di silenzio, intessuto di passi impercettibili che sibilano morbidi e si riversano in istituti ovattati dal silenzio.
Una degradazione dell’anima che regna come un’armonia beata, un’unità solidale ai margini della vita, una mancanza di respiri il cui ritmo è così frenetico ma breve in cui il passato bussa perennemente alla nostra porta con una certa prepotenza, così spettacolare, infausto, misterioso, famigliare, sognato, indolore, in un tempo a rallentatore che scorre oltre la realtà e di notte si muove dietro il riflesso di qualche specchio.

Titolo: Belladonna
Autore: Dasa Drndic
Casa editrice: La nave di Teseo
Prezzo: 22 €
N° di pagine: 416
Trama: Quando l’università decide di fare a meno di Andreas Ban, uno psicologo che non esercita più e uno scrittore che non scrive più, l’ex professore si ritrova con una misera pensione nel suo appartamento in un piccolo paese della Croazia. Circondato da libri, fotografie, risultati di esami medici, lettere senza risposta e scatole di ricordi, cerca di salvare dall’oblio le storie di famiglia, dei suoi amici perduti, degli ex pazienti. Storie irrimediabilmente intrecciate con l’ombra dell’occupazione nazista nella seconda guerra mondiale, con l’implosione della Jugoslavia e con la vita luminosa delle città d’Europa – Amsterdam, Trieste, Venezia – così vicine e al tempo stesso così lontane dai Balcani.
Andreas Ban sfida la malattia che indebolisce il suo corpo per scavare nei suoi tanti passati: ironico, ribelle, romantico, alla deriva in una società che opprime il pensiero critico e dimentica i propri errori. E mentre tutti, intorno a lui, sembrano ricordargli che il tempo scorre sempre più in fretta, Andreas si ritrova improvvisamente con nuovi e insperati motivi per ricominciare a vivere.

La recensione:

 

Non sai mai orientarti nella storia, non sai mai dov’è la verità. In ciò che è successo davvero o in ciò che avremmo voluto che succedesse. La storia è una seduttrice pericolosa.

 

C’era una guerra, uno scontro bellico terribile e devastante che avrebbe prostrato il popolo in due, e le quasi cinquecento pagine che compongono questo straordinario e bellissimo quadro non furono da me divorati repentinamente come credevo. Queste quasi cinquecento pagine servirono a scandagliare ogni cosa, ad orientarmi nell’oscurità, in una mitezza sepolcrale affinchè le pareti con cui è rivestito avrebbero schiacciato ogni cosa. Persino me stessa, in giorni rafforzati che si sgretolano gradualmente in polvere e interrompono il respiro. Ed è stato così che ho rovistato nelle vite degli altri allontanandomi dalla mia. Sebbene, alla fine, Belladonna è stato raccontato affinchè non nascesse niente e nessuno, rifiutandosi di crescere, maturare, andarsene, diffondendo il suo dolce/amaro aroma, scavando nella potenza dei ricordi affinchè si smetta di pensare, di rievocare qualunque cosa.
Quasi cinquecento pagine servirono a pagare un dazio che francamente non credevo di dover scontare: la curiosità talvolta sa essere infima. Il mio approccio è avvenuto esclusivamente perché affascinata dalla trama, dalla copertina. Il suo richiamo potente fu un eco altisonante che sovrastava persino l’Etere. Dovevo in qualche modo zittire quella vocina interiore che mi spingeva ad abbracciare una storia che francamente non conoscevo. Non conoscevo la sua autrice, né Trieste, altro suo romanzo celeberrimo, cosa che rese l’autrice conosciuta, senza che tuttavia necessitasse di esserlo, senza aver bisogno di presentazioni. Queste quasi cinquecento pagine però mi servirono per conoscerla, per famigliarizzare con la sua autrice ma anche con lo stile, interpretare il suo linguaggio arcaico, infiltrarmi in questa struttura bellico/ religiosa che come un’ideologia serve come coperta per le pratiche legali a difendersi da qualunque assalto esterno, infondato, obsoleto e consumato, in cui il piccolo mondo pietrificato in cui ci si dibatte prende vita nel momento in cui la paura, il timore serpeggia nell’anima di creature che camminano lungo la lotteria della vita occupando posizioni molto più base della stessa gerarchia. Privi di libertà, nonostante vi è stata inferta una certa sicurezza, che distrugge ogni cosa quasi un filosofare malinconico, una poesia soffocata dal frastuono assordante che pulsa dentro di noi devastando ogni cosa, frantumando la nostra anima in minuscoli pezzettini, schiacciato solo da uno spazio monotono monocromatico limitato che paralizza. Un paesaggio falsamente reale che mi ha risucchiata, demolita, divorato il mio piccolo mondo interiore perché questa è una ferita che non guarirà nel presente come la presenza del dolore. Ridotto in piccoli frammenti che altro non sono che piccoli residui di ciò che è distrutto, avanzo di ciò che è svanito.
Generalmente certe letture, quando il loro richiamo è così forte e sovversivo da annientare qualunque impulso, rivelano un tipo di rigidità che sprona a cristallizzare nell’eterno. In modo insulso vengono abbracciate pensieri, dogmi filosofici, reportage, indagini, consultazioni distribuiti in paragrafi di vita su mensole il cui ricordo cozza con la realtà, perdendo la loro importanza quando vengono estratti. Svanendo tuttavia dal loro ambiente, perdendo colore, flessibilità, irrigidendosi come cadaveri in forme di impasse di ciò che è stato e ciò che ora è caos.
La nostra esistenza è più inventata e immaginata che reale, produttrice di qualcosa che sedimenta nell’animo. Ricordi, sensazioni che si disfano quando vengono toccati, tutti i resti bruciati da una vita precedente. Le parole sono custodite dall’assoluto, che promuovono il culto della fine a cui la tradizione si inchina mentre pazzi sono quelli che dubitano della realtà circostante. Rivelano ciò che non è evidente, ciò che non è finito, cercando qualunque motivo possibile per l’esistenza di idee opposte e che dubitano di farsi strada in ogni sistema stabilizzato. Andreas vive nell’illusione che il tempo sia immobile. Man mano che avanza a tentoni in qualcosa di inimmaginabile persino per lui, quasi inoltrandosi in un tunnel di parole e macerie, scova forme di vita che conversano fra loro con facilità che evocano la beatitudine di un sogno seguito da un pericoloso battito cardiaco aritmico. I giorni sono composti dall’avere al non avere. L’ingiustizia della vita avrebbe potuto partorire qualcosa di più forte, un senso per l’estetica complicato e decadente che lo avrebbe mantenuto radicato. La società libera e democratica, tecnologicamente avanzata, avrebbe retto istituzioni che limitano la libertà, reprimendo l’individualità, la creatività, proibendo però l’acquisizione di nuove esperienze. Il tempo è alleato al passato come una pergamena che avverte il mondo sotterraneo del futuro in un mondo che ossessiona tutto ciò che è antico.
Per questo e tanti altri motivi ho accettato di leggere qualcosa che si è rivelata non solo una bellissima esperienza di lettura, ma una stessa esperienza, che fiaccata dalla presenza costante di un mondo utopico e bellico, uno stato totalitario che sopraffaee ogni cosa, tocca non solo nel corpo ma anche nella mente, conciliando la speranza di vivere al di là della linea della vita, oltre la bellezza, in un deserto che calpesta, tipi silenziosi abituati alla sofferenza, alla spartizione, infangati in un abbraccio di gioia grottesca, quasi desiderosi di essere salvati poiché amanti della vita. Dominati da una decadenza interiore che, anche se evidente a distanza, è incastrata in una mossa viscosa che soffoca, ingloba, risucchia, incastra in masse.
Divoro romanzi come se fossero Nutella. Mi domando dove gli anni, l’esperienza mi porteranno, dopo aver bevuto così tante parole, vissuto così tante esperienze, vestito i panni di figure di carta e inchiostro che vivono solo nella mia testa, ma in cui sono stata testimone della leggibilità dei ricordi in cui ho annotato e affinato il filo del passato, abbracciando realtà simili alla nostra o moderne che mi spingono quasi sempre verso l’Infinito, lottando contro qualunque respiro che infuria, devasta, soffoca, sibilla mentre lo si cerca di dominare. Belladonna, immortale e nociva proprio come la pianta, è un romanzo che non ha una sua identità né una sua voce. La letteratura e la vita sono pieni di spezzature e macerie umane, figure mosse da un abile cantastorie che raggiungono storie di sessualità e nascita, seppellite e scoperte in cui passato e presente spuntano inaspettatamente in un abbraccio febbrile, di amore e odio, cecità e passione, sogghignando nei sogni, aspettando che qualcuno dia loro movimento sotto culle di immobilità.
Quasi un esperimento letterario che è subentrato con prepotenza e impetuosità, in maniera del tutto frammentaria, immersivo, come diapositive senza un legame cronologico in cui i temi sono la malattia necessaria della memoria, le atrocità commesse dai nazisti durante la guerra. La sua autrice scrisse queste pagine quasi per una silenziosa minoranza. Non credo che un lettore debole possa leggere qualcosa di questo tipo, che guarda indietro anziché avanti, proiettato sempre più nel modernismo, nella mediocrità che uccide lo spirito indipendente dal fatto che non deve obbedire a niente e nessuno. Perché nel mondo in cui sono stata proiettata non è stato possibile ribellarsi ad alcunchè, piuttosto assorbire il tutto con un tipo di filosofia che coincide con la visione di un piccolo uomo e la sua piccola vita. Spezzata da qualunque forma di amore, diserzione, assenza di suono, violenza.
Dissacrante, introspettivo, violento come un disastro atmosferico, Belladonna recide tante vite, qualunque legame. Ma, per quanto mi riguarda, ha presentato quel ponte di comunicazione, quell’atto di condivisione più grande di quel che avevo sperato, ritrovandomi nella stessa situazione di Andreas da cui cerca di fuggire da quando è nato. Dubito però, che se gli fosse presentata l’opportunità, avrebbe accettato volentieri e baciato qualunque Divinità che gli concedesse tale opportunità. Figlio di un Dio che forse si è dimenticato di lui, non avendo alcun diritto di ribellarsi, minacciato di essere trascinato continuamente alle soglie della Morte, ripudiato da chiunque, adesso ripagato con la stessa moneta.
 

In un attimo solo c’è tempo per decisioni e revisioni che in un attimo solo invertirà, e dopo? Le ho già conosciute tutte ho già conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè.

 

Valutazione d’inchiostro: 5

2 commenti:

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