
Gira e rigira,
romanzi intensi e densi di contenuti approdano nel mio salotto virtuale con una
certa cadenza. Ad ogni modo, e per fortuna, sino ad oggi non ne sono rimasta delusa, però mi manca lo slancio, l’ispirazione in cui confido per il suo
approccio, quella scintilla di interesse che mi faccia leggere quel determinato
romanzo perché mi affascina – o mi chiami, come piace definirlo -, anziché per
<< dovere >>. Questo romanzo, la cui copertina è già di per se
bellissima, è stata una lettura molto bella che ho accolto con una certa
diffidenza mediante una reading challange a cui sto partecipando da inizio
anno. L’espediente è di conoscere, approcciarsi ad autori sconosciuti e non,
inerenti a delle tracce, che promettono viaggi spericolati e mozzafiato da cui
ne esco quasi sempre guasta. Da quant’è partecipo è stato così, e anche con il
romanzo di Klaus Modick la sua lettura è stato meno facile del previsto ma
denso, ricco di svariati punti di vista fra letteratura, arte e pittura, che
riscrive il mondo di Rilke mediante l’occhio di poeta. Ci si accosta alla sua
aura mistica, quasi inavvicinabile, disegnando nel nulla parole, caricando voci
che hanno una loro figura, riproducono qualcosa di buon gusto e pregio. L’individuo
è un essere senziente venuto al mondo forse perché ha completamente perso la
sua direzione. Cosa fare per rinascere da un mondo così piatto e vacuo?
Titolo:
Concerto di una sera d’estate senza poeta
Autore:
Klaus Modick
Casa
editrice: Neri Pozza
Prezzo:
15 €
N°
di pagine: 240
Trama:
All’inizio del secolo scorso a Worpswede, nel nord della Germania, si erge una
dimora che, con le pareti bianche e le finestre chiare, spicca fra le tante
fattorie tozze e cupe della regione. È circondata di rose e, soprattutto, di
betulle e si chiama perciò Barkenhoff, la casa delle betulle. Dal tetto fino
alle cantine, non c’è stanza né oggetto dell’edificio che non sia stato
elaborato o modellato dal suo creatore: Heinrich Vogeler, il << principe
azzurro di Worpswede >>, il re dello Jugendstil, lo stile nuvo che ha
elevato ad arte l’ornamento; un giovane uomo che si aggira nelle campagne
intorno alla casa in completo da bohèmien Biedermeir, con tanto di colletto
rialzato e fazzoletto da collo, cilindo e bastone da passeggio. Vera e propria
opera d’arte totale, Barkenhoff ha attratto presso di sé i maggiori artisti e
letterati dell’epoca. Tra tutti, il poeta uniuto da un intenso sodalizio
spirituale con Vogeler: Rainer Maria Rilke, il giovane Bohèmien che ha dato del
filo da torcere a tutti a Worpswede, andandosene in giro con la camicia fuori
dai pantaloni e declamando versi nella sua stanza, mentre picchiava sull’assito
i suoi stivali rossi a ritmo indolente e irregolare. Invitato per l’Esposizione
d’arte della Germania nordoccidentale, Vogeler è in partenza per Berlino, dove
si presenterà nel suo travestimento da << principe azzurro di Worpswede
>>. E la granduchessa o il granduca, con indosso l’uniforme di gala, gli
consegneranno la Gran medaglia d’oro per l’arte e la scienza per il suo
Concerto, un quadro celebrato da un esperto come un inno sonoro alla pace della
sera, un momento di festa, di gioia di vivere meditativa. L’esperto non sa che
l’opera rappresenta per Vogeler l’esatto opposto: una tragica assenza e un
follimento. La tragica assenza è quella di Rilke. Il poeta, nel dipinto,
avrebbe dovuto sedere fra paula e Clara, là dove si è seduto quando è comparso
per la prima volta al Barenhoff, un genio enigmatico e precoce le cui parole e
sguardi facevano struggere le due donne. Il posto, invece, è vuoto, in un’opera
che sancisce deliberatamente la fine del sodalizio tra un artista e un poeta
che non si limitava a poetare. Il fallimento è quello dell’intera famiglia del
Barkenhoff, la comunità di artisti andata in pezzi quando le dolci parole del
poeta, per il quale le donne erano amanti o, nella migliore delle ipotesi,
muse, sono improvvisamente apparse solo come vuote ideologiche, prediche di un
ciarlatano.