Comprendo perfettamente i motivi perché Vita
e destino sia stato considerato come quella lettura comparabile a Guerra e pace
di Lev Tolstoj. Perché, sebbene il capolavoro dello scrittore ottocentesco
russo non l’ho ancora letto, ho accondisceso al desiderio di leggere questo
mastodontico romanzo senza nemmeno cercare di capire se questa lettura facesse
o meno al caso mio. Se fosse necessario spendere del tempo prezioso nella
lettura di un romanzo difficile, ma bellissimo e necessario, uno scontro
bellico nel quale si perde completamente la cognizione del tempo, nel quale la
ragione per cui ho desiderato rimanerci è stata una certa intimità che ha sedimentato
inconsapevolmente nel mio cuore per la triste consapevolezza di aver dovuto
combattere pur di ristabilire una certa forza, un certo predominio, col
medesimo vigore di un tempo.
Ed ecco che anche io sono sopravvissuta a
questa permanenza, a questa faida mastodontica e indistruttibile, - dato che io
non ci penso due volte a contrastare niente e nessuno -, accettando di lasciare
le storie che devo ancora leggere e vivere, che necessitano di essere lette da
tantissimo tempo, per rinchiudermi come un piccolo bozzo in un mondo di vetro,
trasparente e diafano in cui non vi è posto per la desolazione, la
comprensione, alcuna requia. Ho respirato meglio in mezzo a persone unite dalle
stesse fatiche, gli stessi dolori, popolani di un mondo a cui sono state rotte
le catene, reali e indistruttibili.
Vita e destino è una storia che resterà
impressa nel mio cuore non tanto perché narra dell’ennesimo scontro brutale
nazista e sovietico, avvenuto sotto cieli azzurri e freddi, bensì perché si
ripete sempre e ovunque in soffocanti urla di protesta, di denuncia, di
rivalsa, fra lo schioccare delle pallottole, polvere densa, corpi marci e
putrescenti, in una sequela di immagini che sono l’essenza della vita stessa.
Titolo: Vita e destino
Autore: Vasilij Grossmann
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 18 €
N° di pagine: 750
Trama: << “Il libro segue con
ottocentesca, tolstojana generosità molteplici destini individuali spostandosi
da Stalingrado ( città doppia: simbolo di difesa e libertà contro la violenza
nazista e insieme luogo – emblema dell’Urss staliniana; solo nella “ casa di
Grekov” si vive secondo onore e senza gerarchie ) ai lager sovietici e ai
mattatoi nazisti, da Mosca ( le stanze del potere, le celle della Lubjanka )
alla provincia russa. E raccontando la “ crudele verità “ della guerra, le
storie intrecciate di eroi e traditori, automi di partito ed esseri pensanti,
delatori, burocrati, intriganti, carnefici, martiri, personaggi fittizi e
reali, inframmezzando la narrazione con numerosi dialoghi ( di ascendenza,
questi, dostoevskiana ), Grossman continua a interrogarsi sull’essenza di
sistemi che uccidono la realtà – di conseguenza anche gli uomini –
falsificandola, sostituendola con l’Idea. Al posticcio e menzognero “bene” di
Stato lo scrittore può opporre soltanto, per quanto ardua e apparentemente
impossibile in tempi disumani, la bontà individuale, rivendicando –
sommessamente, ma con tenacia – l’irripetibilità del singolo destino umano. Giacchè
“ Ciò che vivo non ha copie … E dove la violenza cerca di cancellare la varietà
e differenze, la vita si spegne “ >>.

