lunedì, gennaio 26, 2026

Gocce d'inchiostro: La persecuzione delle sorelle Mansfield - Xenobe Purvis

Mi è sembrato tutto così strano, avvolto in una cortina di turbamento o perplessità, ma non dissi ne scrissi alcuna parola, sulla mia immancabile agenda, nemmeno quando avevo letto una cinquantina di pagine. Di cosa si trattava? Se non fossi stata incuriosita dal tema che espugnano queste pagine, non penso avrei scoperto l'uscita della sua pubblicazione, non penso sarei stata così interessata da scovarla da sola. La lettrice ambiziosa e curiosa che riposa silenziosamente in me, col tempo, ha subito diversi cambiamenti. Ogni anno, una nuova opera, una nuova storia,  hanno rivelato aspetti che l'anno scorso o tre anni fa non riuscivo a vedere. Ogni volta sorpresa di cogliere certi cambiamenti in onore di opere scarne ma ricche di contenuto. In momenti svariati della mia vita, dipingendo su semplici fogli bianchi disegni di ogni tipo, forma e colore, che nel momento in cui prendono vita fanno il proprio dovere. Questi rinnovati aspetti che adesso mi preme evidenziare sono i punti focali della prosa semplice ma diretta delle cronache di vita di una ragazza che vive di letteratura, divora romanzi su romanzi come se niente fosse, e che in tristi mattine di metà o inizio gennaio danno un aspetto più gaio a tutta la sua personale produzione.

Ho avvertito quasi lo sghembo satanico dell'orribile entità che popolerà ben presto queste pagine, la cui natura è meramente illusoria, jacksoniana, il suo modo riservato di uscire allo scoperto solo nel momento più adatto e, chiaramente, nessuna idea di quello che poteva essere. Da dove essa deriva, o quale sconcertante spiegazione che ne esplichi la sua provenienza. E non logorando, né tantomeno scalfendo il mio spirito da dentro. Orrore che si è aggiunto ad altri orrori, altre delusioni letterari, che tuttavia è stato creato con certe immagini, tenuto a bada grazie al filo della routine e alla vita in generale, sottraendolo dall'unità dell’incompletezza più totale della concretezza, scritto con parole che hanno avuto una sua importa. Perchè soggetto a diversi giochi di vita, condotta lungo una strada da cui non ci sarà alcuna via d'uscita. Un'opera i cui protagonisti sono figure recise, solitarie, quasi folli, dalla personalità vivacissima, dominati da un istinto disumano che si mescola ai grandi conflitti interiori della letteratura classica che io amo particolarmente.

Titolo: La persecuzione delle sorelle Mansfield

Autore: Xenobe Purvis

Casa editrice: Mondadori

Prezzo: 20 €

N° di pagine: 216

Trama: A Little Nettlebed si raccontano molte storie sulle sorelle Mansfield: che sono arroganti, bugiarde, indisciplinate. Ciascun abitante del piccolo villaggio ha da dire la propria sul loro conto, ma su una cosa tutti concordano: le ragazze sono strane, e, quindi, pericolose. Con l'arrivo di una delle estati più torride di sempre, poi, comincia a verificarsi una serie di eventi singolari: un enorme pesce argentato - o forse un mostro di fiume - si arena sulla riva del Tamigi, gli animali si fanno frenetici, gruppi di corvi si radunano sui tetti delle case, e qualcuno giura di aver visto le cinque sorelle trasformarsi in un branco di cani e latrare nella notte. I sospetti viaggiano in fretta di bocca in bocca, portando a galla paure, pregiudizi e anche un pizzico d'invidia. Cosa nascondono le ragazze Mansfield? Qual è la loro vera natura? Che le voci siano fondate o meno, a Little Nettlebed sta accadendo qualcosa di innaturale, e, come sempre capita in questi casi, serve un capro espiatorio.

La recensione:

Esistono romanzi che, immersi nella pace del giorno, talvolta, seducono ma non rovinano l'animo, facendo di questa ennesima immersione in un mondo che ha le fattezze della nostra, una parvenza, una mera visione, in cui disgraziatamente l’anima non trova conforto nemmeno nella consapevolezza che sia un libro.

Questa ennesima lettura conferma come quei romanzi che seguono, persistono le irrespirabile scia culturale instillata da Shirley Jackson, non fanno per me. Perlomeno non sono di mio gusto quelle storie in cui l’idea di una maledizione affondi le sue radici nel passato, creando un’atmosfera gotica tipica delle narrazioni ottocentesche. Nei romanzi concerni a un tipo di seduzione amorosa che è sconosciuta all’uomo primitivo/moderno, dalla mente corrotta dinanzi all’odio e all’impurità.

 Il talento di Xenobe Purvis, esordiente americana di origine giapponese, è innegabile. Il suo è un percorso letterario che affonda le radici solo da qualche anno, dopo la laurea e aver conseguito un corso di scrittura creativa, e, alle spalle, un discreto numero di saggi pubblicati in svariate riviste. Piccoli slanci, sussulti del cuore che sono un breve esempio di costanza, amore e dedizione. Ancora facilmente udibile dal rumore sincopato dei suoi pensieri. Le mani che battono furiosamente su una tastiera ancora nuova, una data di scadenza da rispettare, la stesura di un romanzo che è come un salto nel vuoto: tutto o niente. Possibile e impossibile.

Gli ultimi giorni del mese di novembre del 2025 mi videro quasi sempre impegnata in letture che, spinta dalla solitudine, mi condussero in luoghi o forme di vita che in un modo o nell'altro mi impediscono di rispettare la mia tabella di marcia. Una lettrice che ama la letteratura più della sua stessa vita e riconosce nella scrittura forme di vita intrinseca a quella del suo creatore o creatrice, l'esperienza momentanea di essere una creatura appena approdata in un luogo apparentemente bellissimo, suggestivo e inquietante, galleggió sull'onda del necessario, lontano da quegli autori che avevo ossessivamente rinchiuso nel mio cerchio. Ma quel pomeriggio, il pomeriggio in cui tutto ciò accadde, mi ricordai i motivi per cui questo romanzo strizzava l’occhio << a qualcos’altro >>, che per qualche secondo si stanzió nel mio cerchio, come se di questo posto dovessi abbandonarne la permanenza il primo possibile. Risalente a quando sei anni fa fui come folgorata dal desiderio di fare visita ad Hill House, splendido maniero inscenato da un'autrice che è la musa ispiratrice del re dell’horror, villa fatiscente che seguì e assistette alle innumerevoli vicende di personaggi che si conformano perfettamente al loro ruolo la cui visione illogica delle cose li rese sempre più uniti e unanimi. Fossi stata obbligata a leggere L'incubo di Hill House, all’epoca, spostata da una stanza remota e polverosa ad un altra, con un guazzabuglio di eventi che coincidono col desiderio di scovare una via di salvezza in un mondo che ti stringe nella sua morsa, penso che avrai mandato tutto all'aria.. In realtà confidavo che ciò non accadesse, nemmeno con un romanzo la cui parvenza era molto simile, ma questa landa deserta in cui ero sprofondata non poteva essere più deludente. Ombrosa, appiccicosa, fumosa, ma priva di quel brivido che ti percorre lungo la schiena. Appollaiata, tutt'intorno, da figure che hanno una loro importanza che nel silenzio solenne e nel battito compulso dei loro cuori sfrecciarono via e si fagocitarono nelle viscere di questa storia lasciando tutt'intorno un senso di fluttuante insoddisfazione. 

Ero stata catapultata in un luogo che avrebbe potuto destare il mio fascino dove la capitale inglese era soggetta e asservita dal predominio di re Carlo, facendo di questa città un luogo strategico per proclamare un tipo di potere assoluto in cui la monarchia non avrebbe esplicato alcuna autorità nè tantomeno il consenso del Parlamento nelle sue azioni di governare. Una serie di macchinazioni imprescindibili che fra fazioni parlamentari si scontrano nel mondo d’origine, di dirigere o proiettare l’Inghilterra ad attuare norme utili a beneficiare del paese di re Giacomo nel diffondere l’anglicanesimo le cui teorie e riforme erano simili a quelle dei protestanti. Movimenti puritani terrorizzavano il più ortodosso calvinismo in cui Dio è raffigurato mediante la Bibbia, essere infallibile pregna di fede e lealtà. L’incessante lotta fra classi sociali, la proclamazione di un’idea di libertà che non esiste più come forme di impulsività individuale, il suo sentirsi perennemente intrappolato in una realtà in cui sogno e realtà si mescolano. Metafora di paure represse, segreti mal celati che impediscono qualunque via di fuga.

Sono solo queste concezioni saldamente legate e avvolte in una spessa patina di disagio, insoddisfazione dell'animo che pesano sullo spirito di quattro sorelle che timorate da tutti, persino da Dio, sono possessori di menti umane, furono corrotte di crudeltà e impurità. Forma mutante e mutevole di continuo cambiamento, gioco di fantasia e realtà, che ridondante aleggia in una marinaresca contrapposizione fra Bene e Male. Il concetto di vita che intercorre nel mezzo di un qualcosa che recide del tutto nel farsi scorrazzare a destra e a manca nei corridoi luminosi della coscienza? Come moltitudine umana, entità di carne e ossa, separata dall'oblio più assoluto di catturare il pensiero astratto?

Una brillante funambulista armata di carta e inchiostro, ritta davanti a una polverosa macchina da scrivere, introdusse al pubblico una forma già conosciuta e diffusa di psicologia, di cui Shirley Jackson fece di arte e scienza fusione di un unico essere. Un essere animalesco, quasi privo di fondamento da cui la fiaba oscura che esplora la paranoia e la collettività, la fragilità della reputazione femminile, sono evocate e mescolate in una poltiglia. In un incubo vertiginoso che tuttavia non suscita alcunché, se non ambiguità, incertezza, insoddisfazione. Moderno approccio molto simile all’originale, ricco serbatoio di riferimenti culturali legati alla paura, alla conformità, alla comunità, alla donna e al soprannaturale.

La ricerca di un capro espiatorio che esplora il confine fra verità e fantasia, la difficile e impossibile confusione di ruoli o aspettative sociali generate, nate dall’interesse che l’autrice serbò a cinque figure femminili che, in un impreciso periodo storico, abbaiano come cani. Letteralmente. E la cui carenza di contenuti quanto squarci di frammenti storici che ne conferiscono solo un’idea, la mente invasa da chiacchiere di corridoio che passarono nel mio animo non toccando proprio per niente. Il fascino che avrebbero dovuto donarmi queste sorelle timorate esclusivamente perchè possessori di un cervello, di una mente, in un contesto o periodo storico che è soggetto a cambiamenti, mutazioni in cui la condizione femminile è recriminata, assoggettata da forme di predominio da cui sembrava non ci fosse alcuna via d’uscita o di scampo. Comportando alla alienazione di diritti o forme di libertà da cui l’uguaglianza e la possibilità di denunciare il maschilismo sociale sono una conclusione prevedibile, una patina di mistero così appiccicosa che per quanto i tentativi di scrollarcela di dosso, staccarla come una patina dal nostro corpo, siano stati innumerevoli, non debella la certezza nè tantomeno la conferma che questo si sia trattato di un esordio ambizioso, abile, intelligente la cui assurdità ed oscurità che tuttavia non trascende nei limiti dell’orrore o dello sconcerto, ne esalta il tono simbolico.

Quanto discostato ampiamente dalla concezione di bellezza o ammaliamento, poiché il risultato è una fiaba oscura di sussurri e sospiri la cui morale ha un che di amorfo, ambiguo e che, quando giunse alla fine, non poté meritarsi nemmeno quell'applauso soffocato che, anche se in minima parte, ha messo a nudo la mia anima. Scoprendosi insoddisfatta ma non disgustata, e umanamente isolata da quel coro esaltante che era stato inscenato, creato, a proposito.

Valutazione d’inchiostro: 3

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