Non vivo in negativo, quanto alla giornata. La mia anima appare sempre luminosa, confortevole, calda, perchè motivata dall’idea che la vita bisogna viverla, a seconda di ciò che ci dona. Momenti in cui siamo presi dal brio, dal brivido o dall’eccitazione di una nuova forma di avventura; attimi in cui le sorprese date si rivelano più insidiose di quel che si crede. La conoscenza del mio sé, del mio essere, è la radice della comprensione e della saggezza. In età adulta si comprendono tante cose. Tanti dilemmi di cui un tempo ero protagonista, i miei occhi si colmavano di tristezza, distorti da nuove forme di consapevolezza. Ogni gesto o azione, adesso, è ben ponderato, intavolato, previsto. Niente è lasciato al caso, quanto soggetto a riflessioni, metodologie… Ho scelto di leggere questi cinque libri in un lasso di tempo a dir poco breve, motivata dal desiderio di conoscere a fondo i loro autori. Alcuni, già conosciuti in passato. Altri, mai letti il cui respiro caldo è ancora percepibile.. Testi di cui serberò un bel ricordo, altri un po ' meno. Ma che, nell’insieme, rendono più chiaro, più nitido le mie emozioni su carta….
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Titolo: Mendel dei libri
Autore: Stefan Zweig
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 7 €
N° di pagine: 56
Trama:
La storia di un uomo che forse non ha letto tutti i libri, ma che tutti li conosce. Il sovrano di un mondo parallelo - un mondo di carta.
La recensione:
… così da quel tavolino quadrato Jakob Mendel, attraverso le sue lenti, immergeva lo sguardo nell’altro universo, quello dei libri, anch’esso in eterna rotazione e in un continuo rigenerarsi, in quel mondo sovrastante il nostro mondo.
Di amici librosi, di carta e inchiostro, le mie strapiene librerie, ne contengono un numero a dir poco spropositato. Spropositato… non è un aggettivo scelto a caso. La mia camera, il mio santuario magico, la mia stanza tutta per me, custodisce i resti di memorie antiche, perdute o attuali, che solo mediante un semplice gesto è possibile cogliere l’essenza di un intero mondo: la liberazione dall’illusione che la vita, quella di una creatura piccola ma dotata di una tempra monolitica, non sia così grigiastra, una forma scolorita che niente e nessuno potrà rischiarare. Rischiarata dalla constatazione, la consapevolezza che i libri, la letteratura sono la soluzione. Cogliere la loro splendida essenza, carpire la loro anima, non appena si leggono storie di uomini o donne che sono totalità, dualità fra creatore e creato, fra chi vede e ha già visto, fra se stesso e Dio ( il creatore ) il lettore, chi legge, si accorge anche che tutto questo è dotato di una sua particolare magia: si vivono esistenze separate, per molti solo immaginifiche, illusorie, ma è nelle esistenze degli altri, cogliendo il respiro degli altri, che riesco a dare un senso alla mia vita,. La mia vita ha un suo senso, un suo perché, senza cui niente potrebbe essere.
Il problema forse sono io, che non riesco a scovare la felicità in questo mondo contingente e in continuo mutamento senza il respiro della letteratura, in cui si tenta di essere al passo con i tempi, col prossimo, cogliere quelle forme restrittive di felicità che sono date da impulsi o distrazioni esterne, per prendere coscienza della perfetta idea di serenità, equilibrio che solo la parola scritta, la magia delle parole sa donarmi? Negli ultimi tempi la realtà in cui vivo, quella odierna, è divenuta una limitazione. Pur quanto gli innumerevoli tentativi, vi sono situazioni o eventi di cui purtroppo o per fortuna, io non ho alcun potere. Costretta a vestire i panni di osservatrice attenta, vigile e paziente, la constatazione che una piccola onda non debba diventare oceano per rendersi conto di cosa sia. Quale sia la sua funzione, la sua utilità nell’essere oceano. Parte di un grande e gigantesco cosmo, anima solitaria e silenziosa che non molto tempo fa ha scovato il suo spazio felice, la sua piccola isola di felicità tra fiumi di carta e inchiostro, pagine bianche che rappresentano la vita. Non c’è da cogliere la sua origine, c’è semplicemente da capire il motivo.
Ma come coglierne ogni increspatura, ogni essenza, come trovare l’origine di ogni cosa, se non affidandosi alla coscienza? Come potrebbe essere nutrita la mia coscienza senza la linfa vitale della letteratura? Riconoscere il mio Io, nel bel mezzo di una totalità incommensurabile? Impossibile identificarsi individualmente, quanto dalla necessità di essere spinto, pungolato da qualcosa di sconosciuto e potente.
In Mendel dei libri c’era un piccolo uomo, una piccola creatura che ama stare seduto imperturbabile, emblema di sapere, onore e gloria, artista diligente, dotato di un tipo di concentrazione indefessa e assoluta, rivestito in un bozzolo anodino, celato dietro lenti spesse da vista che alimentano quella sostanza grigiastra del suo cervello. I libri, la letteratura erano l’unica forma possibile che avrebbe contrastato la caducità della vita, certe forme di oblio che potrebbero renderci ignoranti, incauti a scoprire e cogliere l’essenza di ogni cosa, perseguendo in un pellegrinaggio di crescita, di vita e morte che meramente indicano l’ovvio: le passioni sono il vero nutrimento per l’anima,
Questo piccolo libricino dalla copertina accesa come l’atmosfera calda in cui siamo immersi, mi era stato consigliato e definito come lettura da spiaggia. La brevità di un testo, a volte, non concilia né tantomeno concede la possibilità di poter comprendere la sua essenza. Mendel era un uomo solitario che il suo autore, quando scrisse di lui, professava un tipo di credo laico che tuttavia lo indussero ad essere soggetto a quelle forme crescenti di antisemitismo, che per una creatura del suo calibro sarebbe divenuto sempre più prezioso e uniforme. In forme esistenziali a cui si tenta di attingere mediante qualcosa di elevato, moderato in cui i libri, la letteratura avrebbero esercitato un certo magnetismo. Oggetto di una scienza sconosciuta, la conoscenza del Sé da cui non è stato difficile riconoscersi.
Abbracciare questa vita la cui sussistenza è miscelata all’amore per l’arte, la fede, l’intelletto. Il diletto o il piacere di comprendere e capire se stessi, nel quale ho potuto vedermi, riflettermi come rimirando allo specchio, il mio Io aveva colto un adeguato strumento di conoscenza. E questo strumento è la letteratura, la magica sensazione di cogliere l’essenza di quella melodia, quel suono che non solo mi dà opportunità di vedere, sentire ciò che ad occhi e orecchie umane è invisibile, quanto cogliere il mondo del proprio Sé. Nel romanzo, quello di un uomo comune la cui esistenza si era intrecciata a quella della sottoscritta e mediante cui la letteratura, i libri, le parole, il suono splendido che sprigionano nascono dall’esperienza di noi stessi, del mondo, in una dualità infinita fra conosciuto e sconosciuto, che tuttavia esiste perché alimentata dalla coscienza. La nostra coscienza che è senza limiti, fuori dal tempo e dallo spazio, e che come una minuscola particella in un universo vasto e infinito ha pervaso ogni cosa, ogni lembo della mia pelle, completamente esposta, in ogni forma e sfaccettatura.
Valutazione d’inchiostro: 5
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Titolo: Bartleby lo scrivano
Autore: Herman Melville
Casa editrice: Neri Pozza
Prezzo: 20 €
N° di pagine: 112
Trama: «Mi sento di affermare che chiunque voglia provarsi a dare di Bartleby lo scrivano una lettura univoca o, dio ce ne scampi, un’interpretazione definitiva, non è che un illuso. Perché Bartleby ci sfugge come la sabbia al vento tra le mani». Cosí Enrico Terrinoni, autore di questa nuova traduzione, ci introduce a una delle opere piú enigmatiche di Herman Melville, un testo su cui tantissimo è stato scritto, nel tentativo di scioglierne l’ambiguità intrinseca, e che tuttavia a ogni lettura solleva domande sempre nuove, spalanca al dubbio, all’angoscia, all’insensatezza. Nel racconto, inizialmente pubblicato in due puntate sul Putnam’s Magazine nel 1853 e per intero nella raccolta The Piazza Tales nel 1856, un avvocato di successo di Wall Street assume uno scrivano per alleggerire il carico crescente di lavoro del suo studio legale. Rispettabile ma misero all’aspetto, il pallido e pacatissimo Bartleby prende servizio subito, mostrando uno zelo indefesso che colpisce favorevolmente il suo titolare. Diversamente dagli altri impiegati, è un lavoratore molto silenzioso, impenetrabile nei suoi stati d’animo. Questo, fino al momento in cui tutto cambia: Bartleby a un tratto comincia a sottrarsi al suo compito, fino ad arrivare al rifiuto totale di svolgere una qualunque attività. Inizia così la lenta discesa lungo un piano inclinato che porterà lo scrivano incontro al suo triste destino. A corredo della presente edizione, i toni seppia delle splendide illustrazioni di Antonello Silverini danno un volto e un corpo ai luoghi e ai protagonisti di questa storia metafisica, che ha aperto il cammino alla letteratura esistenzialista e dell’assurdo.
La recensione:
"Ah, ecco la felicità corteggia la luce, ecco perchè crediamo il mondo sia lieto: ma l'infelicità si nasconde e si isola, ecco perchè crediamo che non ci sia infelicità. "
Nella frenesia del giorno, in squarci di vita quotidiana in cui i libri, la letteratura riescono a cogliere un frammento della mia vita, della mia storia, fui affidata alle cure, alle attenzioni così alacri di un piccolo grande uomo che fu generato, ispirato da alcuni concetti filosofici dati da Emerson mediante alcune forme di misticismo, in una connessione tra spiritismo, uomo e cultura. Bartleby. il suo nome, era uno spirito inquieto che dovette attingere a quelle forme di ispirazione che erano insite nel suo animo, attingendo alle proprie intuizioni interiori, pur di credere nel potenziale e nella possibilità di conformarsi ciecamente alle convenzioni sociali o religiose. Ogni essere umano possedeva una scintilla divina interiore in cui poter entrare in contatto diretto con la verità universale attraverso l'esperienza pura.
Tratto dal pensiero di Charles Lamb, che nei suoi testi fuse l’intimità, la memoria, l’amore per il teatro elisabettiano, miscelando malinconia e umorismo, valorizzando la quotidianità, l’importanza di nutrire la fantasia, la difesa delle forme di individualità contro le convenzioni sociali, osservando e criticando i vizi umani, suddividendo ironicamente l’umanità tra chi presta e prende in prestito, Bartleby era rappresentazione dell’essere per sé che si ritira dalla partecipazione sociale. In un profondo stato di alienazione, ricerca di un significato che culmina nella sua totale inazione, in quanto incarna perfettamente una certa condizione di disperazione esistenziale che si contrappone ai paradigmi di una società che si appropria di uomini che rispecchiano un programma, un ordine preciso. Ma ripudiando ogni cosa, non nutrendo alcun stimolo o sofferenza perché affetto da un dolore passeggero, quanto sperimenta un’assoluta mancanza di astrazione radicale del mondo. Il suo rifiuto, << preferirei di no >>, è manifestazione di una volontà che si annulla, sintomo di uno spirito che si sta consumando in una morte interiore. Alienandosi completamente dal sistema sociale ed economico si fonde quel parallelismo alle teorie kirkeghiane, quelle che pongono l’uomo in una condizione paralitica che non vuol adattarsi, non vuol realizzarsi in questo mondo finito, scegliendo l’esilio e la reclusione. La sua parabola culmina nella prigione newyorkese, dove si lascia consumare dall’inerzia e dalla mancanza di nutrimento e, il suo decesso, massima espressione di quel fare della morte una forma di liberazione finale nonché esito tragico di un’anima che non riesce a scovare la pace.
Una vocina interiore suggerì alla mia coscienza di ascoltare questo piccolo essere, questa piccola creatura, che una mattina di inizio giugno attaccò la mia coscienza come un gancio. Dicendomi di poter fare quel che volevo, persino ad assistere in silenzio nel momento in cui si sarebbe spogliato di ogni identità sociale per ridursi a nuova vita, quella esistenza biologica che è esclusa dalla pienezza della vita politica e attiva. Abbandonando ogni diritto e ogni potere, scovando la pace forse nella sua tragica morte. Ma questa piccola e atipica creatura, molti lettori non l’hanno compreso, aveva salvato la vita a tutti noi. Il suo rimuoversi da questa vita capitalista, sistematica che procede su un sistema rigido che tuttavia tenta di ribellarsi passivamente e priva di violenza, diviene affermazione di esistenza, autodeterminazione e libertà nel scegliere di non agire pur di non essere sottomesso a un sistema disumanizzante. Lavorare come copista di lettere morte rende l’uomo ingranaggio di un sistema isolato il cui comportamento mette in luce il vuoto, l’assurdità del lavoro meccanico. La società incapace di coglierne ogni forma di disperazione, la solitudine umana che lo avvolse in quelle forme passive di mistero che si trascineranno finchè non esalerà l’ultimo respiro.
Una volta accettata l’idea che la morte fosse parte della vita di questo nobile copista, quest’anima malinconica, indefessa ma vacua e dalla consistenza lattiginosa, mi sono sentita incapace a poter fare alcunché se non restare a guardare o, in questo caso, a leggere, avendo l’impressione che quello che avevo letto fosse frutto di un sogno. Bartleby era nato morto, e quello che ci è dato in queste pagine era solo una mera illusione. Un’allegoria di un testo filosofico sulla libertà di essere diversi, alienati e impossibilitati a sottrarsi dalle regole imposte, definito però da chi in precedenza ha letto di lui come uno dei migliori predecessori della letteratura esistenziale, dell’assurdo, caposaldo del pensiero esistenzialista, che condivide una profonda riflessione su quelle forme di disperazione che spesso sono insite nel nostro cuore, che pur quanto innumerevoli siano stati i tentativi, l’impossibilità di conciliarle alle aspettative del mondo è una mera, brusca chimera.
Melville, esplicando un messaggio significativo, esplorando l’IO e il suo conflitto in forme di ribellione con il senso di vuoto, ci pone dinanzi alla constatazione di come a volte persino la nostra coscienza sia incapace a spiegare le profondità dell’animo umano. In forme di negazione infinita, che sfugge a qualsiasi spiegazione e logica.
Valutazione d’inchiostro: 5
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Titolo: La magica medicina
Autore: Roald Dahl
Casa editrice: Salani
Prezzo: 10 €
N° di pagine: 128
Trama: George ha una nonna egoista, prepotente e insopportabile, che lo disgusta raccontandogli come sono buoni da mangiare bruchi, lombrichi e soprattutto scarafaggi, che scrocchiano così bene sotto i denti, e lo spaventa lasciandogli credere che lei possa essere una strega. Cosa può fare allora il povero George se non preparare una magica medicina che cambi almeno un po' il carattere della nonna? Mescola in un enorme pentolone tutto quello che trova in casa, dal deodorante alla polvere antipulci, dall'olio del motore alla cera da scarpe. La nonna cambia, eccome! Peccato però che George non riesca a ricordarsi gli ingredienti e le dosi del suo magico beverone...
La recensione:
Con altre letture avrei perso una manciata di minuti, se non giorni, per fagocitare, assorbire per benino il messaggio che era celato fra le loro pagine. La mia testa, in questi casi, sembra emettere uno strano rumore: una grande centrifuga avrebbe rigettato parole, voci, suoni. A volte in maniera del tutto inconsapevole, altre con fra le orecchie ancora la voce melodiosa del suo autore o autrice. Più sofisticata, dolce e sensibile di questa voce, però, rifiutandosi di connettersi al mio mondo, quello splendido e concreto dei classici, questa semplice ma appassionante lettura non andò ad incenerirsi contro la luce di un tramonto tardivo, un sole gigantesco svettava dalla collina dietro l’edificio del mio palazzo, cercando la sua parte di essere fondamento nonché costrutto di un sistema non ancora chiaro ma già evidente di crescita intellettuale e interiore, che presto o tardi mi avrebbe dovuto curare dai mali di un mondo in cui sono disgraziatamente costretta a vivere.
Pensavo che questa magica medicina di cui fa cenno il titolo fosse somministrata anche a me: veloce e indolore, come bevendo un sorso d’acqua, annacquando ogni ricordo, ogni pensiero nefasto, scolorendo ogni cosa, ogni forma di certezza, come cavalcando un cavallo bianco di una giostra. Chi di noi due avrebbe avuto la meglio? Io o George, che per mettere a tacere la nonna egoista, prepotente e insopportabile, che lo disgusta raccontandogli come sono buoni da mangiare bruchi, lombrichi e soprattutto scarafaggi, che scrocchiano così bene sotto i denti, e lo spaventa lasciandogli credere che lei possa essere una strega, cosa può fare allora il povero George se non preparare una magica medicina che cambi almeno un po' il carattere della nonna? Naturalmente << inventare >> una cura, una miscela disgustosa e melmosa che troneggerà come unica opportunità, ancora di salvezza.
George, come Matilda, gli Sporcelli, il GGG sono rinchiusi in una cornucopia, in un mondo di sapere e conoscenza che con i suoi rumori, i suoi problemi, desideri e gioie, fonde tutta l’esteriorità immaginifica su cui poggia la struttura ben solida del mondo dahliano. Chi si appresta a inoltrarsi in questo mondo non può restare fuori, non può lasciarsi contagiare dal ritmo quasi sempre sempliciotto ma ilare di un mondo, le cui vicende colme di assurdità, magia e fantasia, sono forme accettabili di autocoscienza. Su un verso, una lettrice abbastanza grandicella per questo tipo di storie, sorride nel constatarne la semplicità ma venendo a patti anche col mondo non sempre ospitale nel quale è costretta a vivere, rintanata e rinchiusa come in un piccolo bozzolo, il semplice suono di una storia che si divora nel giro di una manciata di minuti conferisce sempre qualche cosa: in questo caso, una grande gioia. Respirando dalla cima di un tempio la visione di un mondo, un universo che ha fattezze umane, visibili ad occhio nudo ma non sempre congeniale i cui veri supremi, i patroni di ogni cosa sono i bambini. Il mondo della fanciullezza, del fantastico, della spensieratezza, della semplicità, tutti presi indistintamente dallo stesso destino, ma non come una condanna impossibile da depennare quanto conformità ed unione.
Valutazione d’inchiostro: 4
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Titolo: Una solitudine troppo rumorosa
Autore: Bohumil Hrabal
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: 11 €
N° di pagine: 122
Trama: A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Laozi, di Hölderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche, di Goethe. Professionista per necessità della distruzione dei libri, Hanta li ricrea incessantemente sotto forma di messaggi simbolici, rinnovando a ogni istante il prodigio del pensiero creativo che sgorga spontaneo al di là e nonostante i modelli canonici della società e della cultura.
La recensione:
Siamo come olive, soltanto quando veniamo schiacciati esprimiamo il meglio di noi.
La lettura di questo testo fu riesumata, la scelta di questo aggettivo non è casuale, dalla polvere del tempo. Risultato di una lotta incessante, uno scontro tra la via del Tao ( naturale, lenta e umana ) e la modernità socialista ( artificiale, rapida, disumana). Nei panni del suo figlio di carta, Hanta, il suo autore apprese come il tempo fosse finito e si fosse fuso al flusso della sua stessa opera. Risultato di due vicende parallele che a un certo punto si erano, per caso, incrociate. La realtà mescolata alla fantasia in cui niente è dato al caso.
A metà degli anni settanta, Bohumil Hrabal per mantenersi gli studi di legge, bloccati dalla tradizione cecoslovacca, svolse svariati mestieri. Magazziniere presso una cooperativa di consumo, addetto alla preparazione del malto in una fabbrica di birra, copista presso lo studio di un notaio, grande bevitore e dalla personalità fuori dagli schemi, mosso da un’unica massima di vita: il mondo interiore è un mondo profondamente rumoroso in una netta contrapposizione fra sporcizia e santità di idee filosofiche nel quale l’uomo non si dà pace nel scovare ogni forma di pace e libertà che possano aiutarlo, redimerlo da ogni entità o cattiveria. Nell’enorme o gigantesca lotta contro quei sistemi autoritari o meccanici che vorrebbero reprimere l’individuo attraverso l’azione politica e la resistenza intellettuale e spirituale, come il filosofo Nietzsche combatteva una battaglia interiore contro la mediocrità del suo tempo aggrappandosi alla cultura trovando nella solitudine l’unico spazio in cui preservare la propria integrità intellettuale, trasformando l’isolamento in un’occasione di elevazione spirituale.
Più o meno, questa la trama di un romanzo breve che è raffigurazione di un superuomo che imbastì la sua eternità come Gesù esorcizza la realtà mediante preghiera mirando alla possibilità che ci si assoggetta a quelle leggi naturali mediante conoscenza. Creatura animata che necessitò di essere curata da atti di ribellione volti al regime comunista e che volle amalgamare e criticare il pensiero critico, denso e apparentemente disimpegnato come espediente potentissimo per ridicolizzare la burocrazia totalitaria, preservare la libertà dello spirito umano.
Il buon Nietzsche lo spinse ad impegnarsi a riversare una fetta della sua esistenza a cogliere come simbolo di virtù suprema, così debole e flessibile, tutto quello che era parallelismo alla flessibilità di Hanta, il suo figlio di carta, che di fronte alla brutalità di tale regime totalitario e alla massificazione che era dotata di una certa resistenza, con fluidità, didascalie, chiacchiere, esplicò in queste pagine un pensiero colmo di cultura.
La copertina in bianco e nero, quella dell’Einaudi del 1993, ritrae un dipinto del ceco Tichý che incarnava nei suoi quadri la figura dell’emarginato geniale, del reietto solitario ed eccentrico che viveva ai margini della società. L’artista, elevandosi da tutto quello che sarà scartata e definito come oggetto di scambio, ripone in Hanta quelle speranze o possibilità di salvare i libri, la cultura dalla distruzione, dal macero, così come Tichý che recuperava materiali di scarto per costruire macchine fotografiche con cui catturare una bellezza imperfetta e sognante. Profeta lirico che ha dato vita a un libro liturgico che tenta di amministrare la solitudine in un mondo soffocante e appiccicoso simile a quello kafkiano.
Leggere Una solitudine troppo rumorosa in un periodo così afoso come quello della stagione estiva ha funto da proposito per vivere, osservare attentamente uno di quei posti in cui un viaggiatore, una lettrice che di lui - cioè di Hanta e del suo creatore - non aveva mai letto niente può sentirsi ammaliato, avvertire sulla pelle l’effetto di un’emozione che possa condurla a toccare l’apice del piacere. L’amore per i libri, il << lusso >> di poterne avere a dismisura, negli ultimi tempi dai prezzi non propriamente modici ma plausibili, inculca nella coscienza di un lettore che ama cibarsi di parole, arte e suoni un’unica splendida constatazione: la letteratura, l’arte delle parole non potrà mai estinguersi. Perchè pur quanto si creda di poter cadere dritti dinanzi alla malinconia, allo sconforto, non può di certo credere di essere caduto nella bocca dell’inferno o in una riproduzione animata di quel che è un luogo oscuro e nefasto, se ad ammansire il suo spirito è il respiro caldo di voci perdute e non che aliteranno sempre al suo fianco.
NIente, in nessun altra parte del mondo, la letteratura accenderà, alimenterà la sua anima con quelle scintille di colore, forza dalle più accese sfumature, che pervadono il suo corpo, riempiono il suo cuore, quando siede su un letto o su una morbida poltrona e compie un unico ma rilevante gesto: aprire un libro, sprofondare in una realtà che ha le fattezze della mia, le cui storie sono grumi di sapere, coscienza che raspano fra le pareti della coscienza, vivendo di tali increspature, tali deformità.
Da qui la lettura di questo testo si è mosso come un treno in partenza dal suo paese: quella che in una notte rumorosa e sferragliante si scontrò con quella del mio cuore, con i suoi innumerevoli esempi di vita, unico mediante cui è possibile accettare ogni paradosso filosofico di vita, assecondando quel naturale flusso di ogni cosa, accettando il proprio destino, scovando la bellezza anche nella distruzione, nell’azione del non agire. Hanta vive di una forma di creazione di cui anche io amo contornare la mia anima: legge delle grandi gesta di filosofi tedeschi in cui la vita non è solo forma insita di biasimo e solitudine, quanto esperienza mistica e poetica in cui quel silenzio interiore che cozza col fragore di un mondo che si contrappone ai canoni imposti dalla società, accettando il destino esattamente per come è: un Fato distruttivo e devastante in cui si tenta di adeguarsi col suo flusso, in cui l’atto di salvare i libri è atto d’amore, esplicazione di una forma d’arte incommensurabile che niente e nessuno potrà mai arrestare. Facendo di ogni atto di devastazione forma di preservazione, rinascita.
La solitudine di cui fa cenno il titolo è simbolo di isolamento, che cerca di scovare Hanta nel rispecchiare quelle forme nocive di alcune forme di desolazione pacata ma densa, dipinta da Cézanne nel suo celebre dipinto, La casa dell’impiccato, simboleggiano qualcosa destinato a perire (l’arte e la cultura nella forma più pura ), opponendosi alla distruzione.
Sede d’esilio, di malinconia, di forme atipiche di salvezza che ci avrebbe preservato dall’oblio, dinanzi al progresso disumano della modernità - quello che avrebbe annientato ogni forma di riflessione e artigianalità - a favore della fredda e inarrestabile industrializzazione, ci si pone dinanzi a forme di privilegio che è volto esclusivamente a pochi eletti: isolandosi dalla massa sarebbe stato possibile partorire tante cose. Un atteggiamento fiero, aggressivo, vissuto come una fortezza spirituale di cui Hanta non avverte tutto questo affidandosi ai libri, alla cultura, al pensiero astratto ma ponderando quei filosofi che hanno tentato di cogliere la supremazia del mondo, nel quale l’uomo è un essere sottomesso, un animale che nel silenzioso rumoreggiare dei suoi pensieri, i libri o la parola scritta affinano l’individualità del suo essere. Un piccolo Superuomo che dovrà preservare la memoria dall’oblio e da cui il mondo esterno reagisce con distacco, con compassione e universalità.
Sottomettersi al potere supremo di entità nevrotiche, malvagie, avrebbe equivalso ad accrescere quel culmine drammatico e inevitabile di un certo isolamento intellettuale. Per alcuni critici definito “dolce” perchè custodito dentro i libri, godendo di ogni singolo istante nel colloquiare con Kant, Hegel o Nietzsche, ignorando il fetore della macchina da presa che sopprime ogni cosa: mentre il corpo compie gesti meccanici, la mente si rifugia in un mondo parallelo fatto di citazioni e visioni. La vera follia consiste nell’inutilità, da parte del regime comunista, di amare la cultura così com’è: forma stravagante, introversa e malinconica che si rifiuta di integrarsi nell’efficienza della macchina sociale mediante cui il sacrificio finale non rinuncia all’anima.
Superare i propri limiti equivale a elevarsi verso il cielo come Icaro sopraffatto dall'euforia, ignora gli avvertimenti paterni volando troppo vicino al sole: il calore scioglie la cera, provocando la tragica caduta, Hanta sa che ciò avrebbe comportato ad un allontanamento dalla sporcizia e dalla miseria ma a non poter disumanizzare quell’idea appropriata all’idea di lavoro come atto o gesto di consumo quanto mutando tale condizione in un’opera d’arte spirituale. Ma se l’uomo, dotato di coscienza, mantiene la sua integrità mediante la possibilità di criticare o giudicare se stesso, aggiudicandosi o autoflagellando - a seconda dei casi - ci si potrà << muovere >> liberamente in questo delicato equilibrio tra emarginazione, censura e sotterfugi creativi che, come il povero Hanta, al principio anche io non ho potuto non farmi contagiare dal suo tono malinconico, greve, nel quale inconsapevolmente si è andato a cercare o scovare una medicina per ogni malanno. Una cura che potesse alleviare quelle forme ignominiose di cattiveria, l’incuria di un tempo devastante e distruttivo che non lascia scampo a niente e nessuno, di cui nessuno è scevro di quella magnetica forza, la forza della letteratura, delle parole da cui tentiamo di colmare la nostra inutile esistenza, scovare quel piccolo rifugio di libertà, in un ricettacolo di misteri e poteri miracolosi.
Valutazione d’inchiostro: 5
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Titolo: Fame
Autore: Knut Hamsun
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 13 €
N° di pagine: 192
Trama: I solitari deliri e le tortuose riflessioni di un giovane scrittore errante nella vita urbana, accompagnato dalla sua inesorabile antagonista, la fame. Un romanzo che sta sulla soglia della grande letteratura del Novecento.
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Ottimo recap, grazie
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