Titolo: Estate a Baden Baden
Autore: Leonid Cypkin
Casa editrice: Neri Pozza
Prezzo: 16 €
N° di pagine: 224
Trama: «In un campo ampiamente attraversato come la letteratura della seconda metà del XX secolo, sembra improbabile che esistano ancora capolavori in attesa di essere scoperti. Eppure una decina di anni fa, rovistando in un bidone di tascabili usati dall’aria malmessa davanti a una libreria di Charing Cross Road, a Londra, mi sono imbattuta proprio in un libro del genere, Estate a Baden-Baden, che potrei annoverare tra i frutti più belli, originali ed entusiasmanti di un intero secolo di narrativa e paranarrativa». Così scrive Susan Sontag nella prefazione di questo sorprendente romanzo, la cui originalità sta nel modo in cui passa dalla narrazione autobiografica del mai identificato narratore, imbarcato in un viaggio nel desolato paesaggio sovietico contemporaneo, alla vita itinerante dei coniugi Dostoevskij. Estate a Baden-Baden appartiene a un sottogenere di romanzo raro e particolarmente ambizioso: il racconto della vita di una persona di grande talento realmente esistita in un’altra epoca, intrecciato a una storia al presente, quella del romanziere che medita, cercando di accedervi sempre più a fondo, sulla vita interiore di un personaggio destinato a diventare non solo storico ma monumentale. Oltre a narrarci le vicende di Fëdor Dostoevskij e della moglie Anna che – appena sposati – partono per un viaggio di quattro anni alla volta della Germania, dove lo scrittore russo sperimenterà la propria ossessione per il gioco d’azzardo, perdendo tutto nei casinò di Baden-Baden, Cypkin – che non vide mai pubblicata, nel corso della propria vita, una sola pagina della sua opera letteraria – ci offre anche un corso intensivo su tutti i grandi temi della letteratura russa.
La recensione:
Nell’immediato concepimento di un amore travolgente, fervido, focoso come quello della letteratura, non troppo lontano dalla mia realtà quotidiana, in uno spiazzo che ora è diventato il mio santuario magico, unico luogo che niente e nessuno potrà valicare, nel corso di una manciata di anni - più di quindici, da che ho memoria - ho ospitato diversi autori. Figure che, come una schiera di anime, si sono attorniate nel mio cerchio, si sono assediate nel mio santuario magico, chiedendo nient’altro che un briciolo d’attenzione. Ogni tanto è capitato che qualcuno di questi si << piantasse>> con una certa irruenza con tende o cianfrusaglie di ogni tipo, mettendo su uno spettacolo che è divenuto ancor più memorabile. Ma, in entrambe le situazioni, tali spettacoli con le loro emozioni fecero per la prima volta vibrare le corde del mio cuore. Mi fecero scoprire tante cose, vedere tante altre, lasciare certi segni indelebili nei miei ricordi.
Ma anche io, quanto sono cambiata strada facendo! Come sono diventata scettica, diffidente, esigente, curiosa ma selettiva, e ciò non toglie che il seme della letteratura - che giorno dopo giorno continua a crescere - diverrà presto una bellissima pianta. Mi piace essere pronta ad affrontare ogni sfida. Barricarmi dietro una corazza inossidabile che contrasti ogni superstizione, ogni credo. Perché è questo uno degli aspetti più belli della letteratura: buttarsi nel vuoto, incuranti dell’atterraggio. E quando ciò accadde con questo romanzo, con questa lettura, non ci fu nulla che mi fece atterrare bene! La mia è stata tutt’altro che una caduta morbida. E la vera ragione dietro cui si può semplificare tutto questo deriva esclusivamente da un unico fattore: questa storia non ebbe la capacità di farmi provare quello che tanti altri lettori hanno provato prima di me. Perché questo flusso di coscienza straripante e irruento come un fiume, a volte frammento da squarci biografici, ha prevalso sentimenti contrastanti. Intanto, la constatazione che si trattasse di un racconto ibrido che può apparire come una biografia. La registrazione scrupolosa di un diario di viaggio del suo autore e di quei sentimenti che hanno albergato nel suo spirito, nel suo cuore, quando lesse e conobbe Fedor Dostoevskij. Una figura segnata dalle umiliazioni e dal senso di rivalsa, l’isolamento artistico e la sofferenza elevata. Tutto quello che emerse dal sottosuolo illuminato dalla parola scritta che come un piccolo ingranaggio dà avvio a un particolare funzionamento della memoria, il superamento del confine fra passato e presente, in un doppio alternarsi spazio temporale che è incarnazione di ogni sogno irraggiungibile. Antitesi di un superuomo dal volto satanico che avanza inflessibile e demoniaco sulle assi di legno malferme di una strada immersa nel fango e nell’oscurità.
Una lettura sensoriale che si prova maggiormente nei romanzi << originali >> di Dostoevskij, dove la più grande folla di lettori affamati e smaniosi dell’autore russo si era riunita in un incrocio di anime: uno scambio che però a me non ha suscitato niente. Quanto confusione, fastidio a non potermi svegliare da questo romanzo/ sogno in cui l’autore immaginò la propria vita affianco all’autore russo, in un’accozzaglia di vari mondi reali che sono descritti, evocati, creati mediante impetuose allucinazioni associative in cui l’alternarsi di una narrazione biografica al punto di vista di un uomo comune che stringe un rapporto, una relazione con Dostoevskij non riesce ad andare oltre questo continuo rimandare al passato. Dove i più curiosi avranno sicuramente saputo perdersi perché ogni immagine interiore corrisponde a ogni immagine esteriore che evoca una realtà molto più vera e profonda del romanzo in sé e di quella percepibile dai nostri sensi.
Estate a Baden Baden è certamento questo il senso di ogni simbolo, immagine, la scelta di adoperare uno stile puntiglioso, perentorio, metodico in cui si rivela un certo interesse per quelle forme patologiche come la nevrosi di cui Dostoevskij fu affetto. Un racconto che ci aiuta ad andare al di là della stessa carta, a guardare oltre il visibile e nel quale l’autore si affidò nel ricorrere a quei momenti bui della sua vita, quando dalla letteratura tentò di scovare consolazione, una bussola, una via di fuga.
Di questo mito o rito eterno, che avrebbe potuto farsi strada nella mia anima se non nel mio cuore, i simboli rintracciabili sono stati rimpianzati artificialmente da uno spettacolo che è finito così com’è iniziato: nel nulla, Mediante un semplicissimo gesto: guardare con gli occhi di un altro la realtà della vita quotidiana di un uomo comune che in fin dei conti tanto comune non fu mai, la realtà della memoria, della materia che recede per far posto a quella che i miei sensi purtroppo non hanno percepito, ma che non è per questo meno vera: la sola in cui accadono i << miracoli >> e in cui ciò che il mio animo non ha assimilato o assorbito, entra senza dolore nelle braccia di altra gente.
Valutazione d’inchiostro: 2


Non conosco; ottima recensione, grazie
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