sabato, ottobre 17, 2026

Gocce d'inchiostro: Il frutto più raro. La scoperta della vaniglia - Gaëlle Bélem

Non meno importante, se così la si può definire, fu questa lettura, accolta sul finire del mese di settembre, ormai slegata del tutto dalla mia esistenza, diventata una semplice entità che lentamente sta per evaporare. L’uomo diviene piccola entità nel quale può vestire i panni di un uomo di colore, spogliandosi dunque delle sue fattezze e bruciare simbolicamente assieme a lui nell’avvento di una nuova rinascita o venuta. Ma comprendo solo ora, che riporto queste poche righe, come si sia sentita la sua autrice. I desideri, i sentimenti che si dibattevano nella sua gabbia toracica e che, di origini afroamericane ma nata in Francia, scoprì come il suo figlio di carta e inchiostro - un figlio però << prestato >> - la scoperta di una celebrazione di bellezza nobile e indolente il cui luogo in cui potè propagarsi e diffondersi fu un’isola, una specie di utopia nel quale potersi rifugiare da un contesto ipocrito e meschino della società europea.


Titolo: Il frutto più raro. La scoperta della vaniglia

Autore: Gaëlle Bélem

Casa editrice: EO

Prezzo: 18, 50 €

N° di pagine: 208

Trama: Nel XIX secolo, nella colonia francese dell’isola di Bourbon (oggi Réunion), nasce Edmond, un ragazzo creolo figlio di schiavi. Orfano dalla nascita, viene accolto e cresciuto dal colono francese Ferréol, un botanico vedovo e appassionato di orchidee, che gli trasmette l’amore per le piante. Nella tenuta di Ferréol, Edmond si accontenta di lavorare come giardiniere, nutrendo in segreto il desiderio di seguire le orme del padrone e osservandolo attentamente nel suo lavoro, per raccoglierne gli insegnamenti. Il suo destino sembra segnato, ma Edmond ha un talento e una determinazione capaci di sfidare la sorte e, a dodici anni, fa una scoperta straordinaria che cambia per sempre il destino dell’isola. Nel 1841 scopre un metodo per impollinare manualmente la pianta di vaniglia, un’impresa mai riuscita a nessuno prima di lui. La scoperta di Edmond è rivoluzionaria e scuote le fondamenta sociali ed economiche della colonia francese, rendendo finalmente possibile la produzione su larga scala di vaniglia che, ancora oggi, è il simbolo della Réunion. Nonostante l’impatto epocale della sua scoperta, la vita di Edmond non prende però la piega che ci si aspetta. Resta uno schiavo, privo del riconoscimento per il suo talento e, anche dopo l’abolizione della schiavitù, il suo futuro è tutt’altro che promettente. Attraverso la storia di Edmond, raccontata con ironia e passione, Gaëlle Bélem ricostruisce quella di La Réunion, dall’arrivo dei primi coloni europei al decreto del 1848 che pose fine alla schiavitù. Una storia dolce e amara, che celebra il coraggio di chi osa sfidare il proprio destino.

La recensione:

L’isola La Reunion fu la destinazione, la scoperta primordiale di un viaggio che ho intrapreso, quasi inconsapevolmente, qualche settimana fa. Niente mi avrebbe distratto dal raggiungere questo posto, questa meta. Niente del suo passato, simbolicamente ricordato mediante il respiro ampio della letteratura, la lettura, lo studio di altri romanzi, simbolicamente << dimenticato >> da chi visse, metaforicamente parlando e non, un frammento di storia che questo testo, ancora una volta, espugna rendendo omaggio nel raccontare la vera storia di Albius Edmond, giovane schiavo che scoprì il metodo manuale per impollinare la vaniglia. Incuneato nell’Oceano Indiano, descritto come una sorta di giardino dell’Eden tropicale, così lussureggiante e sfolgorante e incontaminato, conferisce una sorta di forma d’incanto che tuttavia stona con la violenza della schiavitù e del colonialismo. Come nel racconto biblico dell’Eden nel quale il frutto rappresenta la fine dell’innocenza e l’inizio della sofferenza umana, il dolce aroma della vaniglia sarà profondamente corrotto da ogni forma di sfruttamento e di ingiustizia. 

Nella stessa isola, il sommo poeta Charles Baudelaire plasmò alcuni temi legati all’esotismo che caratterizzano i suoi capolavori. Il suo fu un viaggio in cui tentò di dissipare quei costumi dissipati e a stretto contatto con una realtà diversa da quella del resto del mondo. Perché contrariamente all’idea romantica di vivere un viaggio romantico con entusiasmo, chi legge assiste alle vicissitudini di Edmond con insofferenza e malinconia, perchè esiliati, incapaci di integrarsi con i coloni locali che l’avrebbero reso simile a tanti altri.

Ogni passaggio dall’una all’altra stagione della vita di Edmund è marcato formalmente da un rito di scoperta, di conoscenza di questo frutto nel corso del quale, come un processo di iniziazione, da una morte simbolica nasce la vita, dal niente può nascere un tutto. A suo modo, l’autrice descrive i postumi di una società prostata dal colonialismo, perseguendo le << sue >> mete - tutte esclusivamente personali e accademiche - istituzionalizzando questo passaggio, questa continua scoperta mediante poi un ultimo passaggio della vita di Edmond: la sua morte. Legato da un’inaspettata affinità e da un certo contrasto con Baudelaire, costretti a vivere profondi attimi o momenti di prigionia. Edmond, per via della schiavitù che lo indurranno a scovare la sua libertà interiore, spirituale e intellettuale nella natura, esprimendosi mediante il linguaggio dei fiori e delle piante. Baudelaire, invece, privato della stessa libertà di scelta da parte del patrigno, intrappolato nella sofferenza e nella noia coloniale. Ma con una evidente differenze: il significato diverso di questo frutto. Per l’autore francese tale frutto era la poesia, il lirismo, l’esotismo, l’ideale estetico che riesce a strappare dal fango la realtà coloniale. Per Edmund, la vaniglia, un’orchidea sterile che nessun scienziato era riuscito a fruttificare, a comprenderne il suo splendido miracolo creativo generato dal nulla. La storia celebra il poeta parigino mediante opere di critici famosi come Eugene Crepet, il genio del povero schiavo e dimenticato, denigrato a cui spetta una bruttissima fine: morire in povertà. L’autrice tenterà di unire entrambe le orbite nel dare o conferire la stessa dignità o immortalità letteraria data a Baudelaire, ma attribuisce al romanzo una natura ibrida ( a metà dal romanzo storico e biografico documentato), una mole imponente di dettagli archivisti sulla botanica, sulla storia coloniale della Reunion, sulle reti commerciali del XIX secolo che consumano l’anima di chi legge come una lenta agonia. La storia di Edmund, così pregna di tristezza, miseria dell’anima e ingiustizia, è esorcizzata dallo stile ironico, tagliente, disincantato e a tratti faceto nel costruire una specie di barriera emotiva tra il lettore e il protagonista nel quale mi sono disgraziatamente sentita fuori e a cui ho potuto attribuirgli poco fascino, poca caratterizzazione. Quanto percependolo come simbolo storico o figura passiva intrappolato in una struttura sfilacciata in cui i capitoli intermediari faticano a legarsi, armonizzarsi fra loro, disperdendo l’interesse che la scoperta di questo frutto e di Edmond aveva sortito al principio. Ma profondamente critico e volto a criticare, depennare ogni forma di colonialismo, cancellare la memoria storica mediante una parabola di riscatto e dell’ingiustizia, la scintilla dell’intelletto e della creatività che nascono in Edmond esplicano come esse possano nascere, generarsi in condizioni più disagiate e come la macchina coloniale e capitalista si appropria del lavoro, dell’invenzione di un uomo di colore che potesse arricchire i grandi proprietari terrieri bianchi.

La storia spesso evidenzia come tali vittorie siano riportate da vincitori che prevalgono mediante la sottomissione dei più deboli. La Belém, mediante metaletteratura, ci induce a riflettere e a comprendere come il compito della letteratura sia quello di restituire la parola e la dignità a chi è stato dimenticato, indicando così ne Il frutto più raro quell’atto di giustizia per cui Edmond potrà essere ricordato. Ma se avesse proiettato la sua attenzione su questo, su questa forma di riscatto di cui poteva essere soggetto Edmond, avrebbe potuto diventare simbolo eterno di resilienza e dignità e non figura poco approfondita, quasi relegata che il tempo cancellerà presto dalla mia memoria.

Inorgoglita dall’aver respirato una bella atmosfera coloniale in cui è stato possibile calpestare le stesse terre che fanno da sfondo a questa storia, ma da cui emerge una costante attrazione e forme di repulsione per questo mondo violento, abbacinante che acutizza un forte senso di violenza e ribellione verso le istituzioni morali e borghesi. E se da un lato l’isola conferisce una mera idea di paradiso sensoriale, dall’altra rappresenta quell’inferno sociale della schiavitù. Archetipo di ideale: un altrove lussuoso, quieto e zeppo di voluttà nel quale Edmond scoprirà cosa voglia dire vivere. Contrapporsi alla grigia e opprimente realtà annunciata dal secolo.

Valutazione d’inchiostro: 3

0 commenti:

Posta un commento

You can replace this text by going to "Layout" and then "Page Elements" section. Edit " About "
 

Sogni d'inchiostro Template by Ipietoon Cute Blog Design and Bukit Gambang