L’idillio che ho abilmente costruito in questo sesto mese dell’anno
sta per cadere. Questo mese, così terribilmente caldo e appiccicoso, è passato
davvero in fretta e presto avrei dovuto prendere atto di quel momento in cui avrei
dovuto separarmi dal mio amato Hardy e dai suoi personaggi per i saluti di
<< commiato >>, come sono solita dire quando tralascio l’avvicendarsi
di autori ancora per me sconosciuti per esplorarne quelli amati e conosciuti. Per
me trattasi di uno stato di prolungamento o meno il visto di soggiorno nel
mondo dei normali, per me avere un biglietto di entrata e uscita per un altro
giro di straordinarie emozioni. Questi viaggi, queste mie spericolate
avventure, recentemente mi condussero in una lunga e dorata torre, recentemente
in un bosco in cui risiede silenziosamente un villaggio, una comunità di contadini
che vivono come isolati da forme indispensabili e utili per il loro fabbisogno. Di
nuovo la campagna, la brughiera, un paesaggio verdeggiante e scintillante
immerso in un chè disincantato, allegorico, apparentemente quieto da cui mi è
stato difficile discostarmi a fine lettura, poiché non esula nient’altro che l’intento
di poter vivere serenamente anche quando non è così.
Sotto gli alberi non è un’opera “completa” del ciclo hardiano,
nel senso che esula da quei filoni, quelle dottrine artistico/ sociali che contraddistinguono
le sue parole, salvando ciò che è possibile salvare, impedendo qualunque
effetto negativo possa capovolgere ogni cosa. Accostata quasi alla tradizione
popolare, alla fabula, scritto con maggior delizia, in una piacevolissima vicinanza,
massima di vita fra la gioia in cui l’anima si desta, si confonde, respira, si
avvolge nel suo piccolo grembo come una brezza estiva sfuggita dal tempo e all’epoca.
Fratture, rumori dell’anima, scricchioli generati da zoppicanti ingranaggi
temporali in cui spicca la suggestione del tempo.
Titolo: Sotto
gli alberi
Autore: Thomas Hardy
Casa editrice: Fazi
Prezzo: 17 €
N° di pagine: 236
Trama: Dock Dewy, figlio di un carrettiere e suonatore di violino, fa parte del coro della parrocchia di Mellstocj, piccolo paesino immerso nella campagna inglese. Il giorno in cui il coro si esibisce alla scuola del paese, s’innamora a prima vista di Fancy Day, l’affascinante direttrice. Ma non è l’unico: dovrà infatti vedersela con numerosi altri pretendenti, fra i quali il nuovo vicario, il giovane e intraprendente Mr Maybold. Questi, oltretutto, animato da un desiderio di modernizzazione, è anche intenzionato a sostituire il vecchio coro e i suoi anziani membri con un organo meccanico. La battaglia per la sopravvivenza del coro sarà dura e costellata di peripezie. Ambientato in una splendida campagna inglese, “otto gli alberi”, dai toni allegri e idilliaci, è il più divertente tra i romanzi di Hardy e attinge con grande capacità affabulatoria alla migliore tradizione umoristica inglese. Tuttavia, la storia non manca di un retrogusto amaro, pervasa dalla consapevolezza di un mondo che, suo malgrado, sta diventando anacronistico.
Autore: Thomas Hardy
Casa editrice: Fazi
Prezzo: 17 €
N° di pagine: 236
Trama: Dock Dewy, figlio di un carrettiere e suonatore di violino, fa parte del coro della parrocchia di Mellstocj, piccolo paesino immerso nella campagna inglese. Il giorno in cui il coro si esibisce alla scuola del paese, s’innamora a prima vista di Fancy Day, l’affascinante direttrice. Ma non è l’unico: dovrà infatti vedersela con numerosi altri pretendenti, fra i quali il nuovo vicario, il giovane e intraprendente Mr Maybold. Questi, oltretutto, animato da un desiderio di modernizzazione, è anche intenzionato a sostituire il vecchio coro e i suoi anziani membri con un organo meccanico. La battaglia per la sopravvivenza del coro sarà dura e costellata di peripezie. Ambientato in una splendida campagna inglese, “otto gli alberi”, dai toni allegri e idilliaci, è il più divertente tra i romanzi di Hardy e attinge con grande capacità affabulatoria alla migliore tradizione umoristica inglese. Tuttavia, la storia non manca di un retrogusto amaro, pervasa dalla consapevolezza di un mondo che, suo malgrado, sta diventando anacronistico.

