Titolo: Le delizie della signorina Ashikawa
Autore: Takase Junko
Casa editrice: Marsiglio
Prezzo: 16 €
N° di pagine: 128
Trama: È possibile che il cibo, quando è condiviso, abbia un sapore migliore? Davvero mangiare insieme rappresenta un momento di felicità?
Nitani, impiegato ligio e ambizioso in una grande azienda dell’area metropolitana di Tokyo, non ci crede proprio, anzi: l’idea che il suo tempo possa essere in qualche modo condizionato da pranzo e cena gli è insopportabile.
E se bastasse una pillola per nutrirsi, lui sarebbe l’uomo più felice sulla terra.
Tra una pausa a base di noodles istantanei e un corso di aggiornamento, Nitani comincia a sviluppare un’antipatia mista ad attrazione per la graziosa Ashikawa, la collega colpevole ai suoi occhi di fare solo il minimo indispensabile e, allo stesso tempo, in grado di impersonare con la sua fragilità che invoca protezione la figura della moglie perfetta, così come vuole l’educazione con cui è cresciuto.
Oltretutto, per farsi perdonare le frequenti assenze in ufficio, Ashikawa prende l’abitudine di preparare per i colleghi deliziosi ed elaborati dolci fatti in casa.
E in una società che impone ritmi professionali impietosi, la sua diventa una scelta rivoluzionaria, in cui la rivendicazione della cura di sé e degli altri e la ricerca dell’appagamento passano anche attraverso l’amore per il cibo.
Le delizie della signorina Ashikawa mette in scena le contraddizioni di un paese diviso tra regole ed eccessi, tradizionalismo e ribellione, dove è quasi impossibile trovare un equilibrio tra la carriera e il privato; una scissione che si riflette anche nel modo in cui ognuno sceglie di fare la spesa.
Un romanzo gustoso, che intreccia il fascino pop della cucina del Sol Levante a un’ironica satira contemporanea, finendo per rivelare una ricetta per una vita più serena.
La recensione:
Il mio percorso con i libri, specialmente quelli che lasciano un segno del loro passaggio, nella risacca disomogenea del tempo, una ferita purulenta che non potrà rimarginarsi nell’immediato, non si concluderà tanto facilmente. Per meglio dire, nemmeno in estate, con la calura estiva, un vento africano che sembra inondare non solo il nostro corpo ma anche il nostro spirito, arresterà questo processo di miglioramento, di crescita, autoanalisi che la lettura dei romanzi, di testi ancora da leggere e vivere diffondono come un eco altisonante e prorompente fra le stanze luminose della mia coscienza. Sotto a un tetto di fogli bianchi ricoperti di inchiostro, una bella folla si addensa attorno al palcoscenico artificiale della mia vita: erano spiriti che si tenevano per mano, molti di loro continuano a farlo, a dire il vero, che con moderata pazienza, un silenzio che invade le coscienze di chiunque, aspettano quel momento propizio per cui io possa accorgermi di loro. Qualcuno, un pò più temerario e incurante del giudizio o pareri esterni, avanza con la possibilità di offrire qualcosa: non una semplice storia, quanto uno scambio reciproco di anime. Alcuni riescono egregiamente nel loro intento, sebbene il tarlo della diffidenza pervade il mio spirito come uno spirito inquieto; altri invece perdono rigore e intensità sin dal momento in cui decido di accoglierli. Alla fine, si tratta sempre di scelte: all’ingresso di certi piccoli/ grandi templi dedicati a niente di particolarmente noto sono stati messi, stipati, con una certa cura dei fondamenti, dei resti umani - resti di altre vite, altre entità - di cui mi è stato affidato il compito di custodire. Prima scovare, come una reliquia sacra, e poi nascondere. Inserirla in piccole fessure della mia coscienza, a cui ho esclusivamente l’accesso.
Alcuni di questi resti, nonostante il mio alacre desiderio di acchiapparli, domarli, sfuggono al mio tatto spargendosi come lumi di olio in un cortile: questi piccoli esseri, dalle fattezze più assurde, inseriti come in una cavità da cui trapela sempre qualcosa di atipico, si mischiano alle zaffate dolciastre di altre storie, altre vicende vissute non troppo tempo fa, che sul rumoreggiare giocoso di altri esseri si sono levati gorgheggianti come piccoli pifferi, leziosi e azzimati, suonando con maestria e perdizione qualcosa, una melodia a cui spettava a me coglierne il suo messaggio. Come se fossi stata incantata da questa melodia, delle volte capita che sia animata da una volontà esterna, accucciati in un angolo, riesco a cogliere i desideri di cuori silenziosi, quasi del tutto invisibili di giovani in balia di un destino avverso o sconosciuto.
Suoni, luci, odori, immagini: il mondo con le medesime fattezze di quello in cui vivo, ma con una struttura diversa. Un esempio di universo simile al mio, ma dotato di una struttura particolare è stato quello che ho vissuto, ho visto, fra le pagine di questo romanzo, così profondamente autentico, vero che esplica un messaggio realistico ma triste: la produttività, il lavoro esorbitante di attività risucchierà noi, povere creature, in un limbo da cui non vi è alcuna via di fuga?
La sua autrice, qualche anno più grande di me, depone bene questo aspetto non celando nè tantomeno pensando di farlo con un profondo senso di disagio, un certo tipo di tristezza che non è unicamente personale quanto unanime e il renderci conto che anche per me delle volte sembra così è una condizione poco attendibile di fede e fiducia nell’avvento di un futuro più prospero. Ma se si facesse un passo indietro, ripercorriamo quel cammino in cui si tentò di cogliere la saggezza perduta, è inutile impietosirsi perché a volte certe cose, certi avvenimenti accadono senza che noi possiamo farci niente. Non esiste un passato in cui l’uomo, pur quanto coraggioso e determinato, possa arrestare la continuità di un flusso inarrestabile che non ha una sua origine, o una medicina per i suoi malanni moderni. Non c’è scorciatoia affinchè si debba sopravvivere, se non lavorando o ottenendo un certo compenso. Ma se fossero attenuate quelle modalità per come ciò avviene, senza esagerare né pretendere alcunchè, ci sarebbe un pò di speranza, uno squarcio di salvezza.
L’autrice indica questa forma possibile di << rinascita >> nella consapevolezza di un mancato processo di irreversibile arresto, ma non nell’attitudine dell’uomo nel poter condividere i suoi drammi, il peso di certe fatiche, con tanti altri suoi simili, mediante un’unica arte: quella della cucina. Un tepore non propriamente piacevole, in questo periodo dell’anno, la soglia di un luogo in cui amore e diletto convergono in un’unica appiccicosa massa: sognare, alienandosi dalla vita, anche se molti non ricordano più come si fa. Impossibilitata ad essere inebriata dall’essenza che trasudano certe leccornie perché la loro provenienza è propriamente idealistica, fantastica, nel cuore di personaggi, figure di carta la cui struttura apparentemente solida diverrà poi fragrante, fusa al corpo come una seconda pelle.
Scrivere un romanzo richiede tempo e tutti coloro che amano leggere sanno quanto sia impossibile cogliere la bellezza e la magia che sono racchiusi in queste pagine perchè la sua scia non risulterà così invasiva, invadente, penetrante come si crede. Quanto esprime rapidamente ciò che è l’esperienza di tutti noi: quella di lavoratori indefessi che per poter smorzare il ritmo costante, martellante del lavoro, della produttività si aggrappano ad ogni idillio, persino domestico, pur di sopravvivere.
Valutazione d’inchiostro: 3


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