La lettura di questo romanzo avrebbe funto da primo
approccio con una delle autrici più lette degli ultimi anni, e la lettura
de Il buio oltre la siepe sarebbe stato il metodo ideale per colmare
una delle più grandi lacune che mi trascinavo da anni e anni. Solitamente amo
sguazzare con incoscienza in storie di vita che profumano di vecchio. Harper
Lee, così come John Steinbeck e tanti altri autori, hanno ritratto abbastanza
per vedere oltre le pagine, troppo immischiati in qualcosa a cui non si riesce
a dare voce.
I miei spericolati viaggi mi conducono quasi sempre
in situazioni che amo particolarmente, né mi auguro mai di procrastinarne il
momento. Solo non vorrei più sentirmi nella condizione di dover scegliere se
sia giusto o meno farlo, e questa mia ultima lettura mi ha permesso di
comprendere come almeno una volta nella vita bisogna sforzarsi di colmare certe
lacune. Il buio oltre la siepe non rivela niente di arduo,
impossibile da comprendere o impossibile da sciorinare in poche parole, e
sebbene ciò che è descritto è raccontato mediante figure giovani, acerbe ma
consapevoli di ciò che li circonda, spiccano fra anime inquiete descritte
magnificamente, attanagliati dal dolore e dal peso di combattere qualcosa più
grande di loro: il razzismo, le diversità sociali, l’allontanamento da ciò che
reale e concreto a ciò che è possibile. Quella ritratta in questo romanzo è un
tentativo di ricucire lo strappo che si è aperto sul mondo tanti anni fa, e che
disgraziatamente non è mai stato rammendato che, scritto mediante conversazioni
che avvengono esclusivamente nella mente dei personaggi, dipingono Scoutt e la
sua famiglia a combattere caparbiamente una guerra che non avrà mai fine. E
l’istruzione, dettagli che si stanziano in mezzo al nulla come porte spalancate
nel tempo, la rivendicazione di diritti che sembravano fossero dimenticati,
sono tutti tentativi che dovrebbero enunciare quella lotta perpetua per la rivendicazione
della nostra identità.

