
In media, ho
procrastinato la lettura di questo romanzo per un anno intero, una storia che
con draghi, leggende e rituali vari, da cui non ho mai nutrito alcun fascino -
e confermo la mia poca attitudine a questo mondo inesplorato e per me
invalicabile, il romanzo di Samanta Shannon così essenzialmente grosso e
voluminoso che ha reclamato la mia attenzione sul finire dell’anno -, ebbe
sfogo solo durante le vacanze natalizie. Cementò un’amicizia, fra la mia anima
e quella del romanzo che si instaurò sin dal principio, raccontando una storia
avvincente, ammaliante ma non perfetta, bellissima o indimenticabile da cui
però ho appreso molti particolari sui draghi e il mondo recondito di Tolkien:
per esempio che i draghi crescono e vivono fra di noi come forme di vita
inestimabili, un manipolo di figure le cui vicende si snoderanno in un
brillante affresco. Il viaggio infatti è stato assolutamente entusiasmante, e
quindi denota un certo apprezzamento nei miei riguardi, ma non così bello come
credevo in quanto la scintilla che avrebbe dovuto scoccare non è scoccata. Io,
lettrice onnivora di romanzi classici e di narrativa contemporanea,
impossibilitata ad instaurare quel legame che molti all’esterno hanno giudicato
mozzafiato, pur quanto innovativa, dai forti echi classici, non trascende nulla
di essenziale, irrinunciabile da invadere persino le mie viscere. Ci si sente
coinvolti perché schiacciati da una realtà che sta sorgendo nel suo splendido
fulgore, in cui il fuoco e la luce celeste misurano una serie di equilibri, ma
è proprio di equilibrio di cui è povero. L’effetto devastante avrebbe dovuto
detenere un certo potere: prevalere su chi è più debole, ma per quanto mi
riguarda non è bastato per sentirsi partecipi sino alla fine, trasportata per
vie traverse a farmi entrare in un mondo antico, quasi onirico. Eppure è stato
piacevole ascoltare la storia che Samanta Shannon si porta dentro e che le ha
sottratto tre anni della sua maturità individuale perché alla fine ho goduto
tanto a leggerla, a sentirla raccontare, anche se in effetti il problema non
sta nel modo per come è stato raccontato ma sui pilastri su cui si regge il
tutto. Ma detentore di una fama che non svanisce, ha risentito delle mie
spericolate incursioni. Subentrata in un ruolo che era destinato ad essere un’avventura
inebriante nelle sue peculiarità discutibili.
Titolo:
Il priorato dell’albero delle arance
Autore:
Samanta Shannon
Casa
editrice: Oscar Vault
Prezzo:
26 €
N°
di pagine: 816
Trama:
La casata di Berethnet ha regnato sul Reginato di Inys per mille anni. Ora però
sembra destinata a estinguersi: la regina Sabran Nona non si è ancora sposata,
ma per proteggere il reame dovrà dare alla luce una figlia, un’erede. I tempi
sono difficili, gli assassini si nascondono nell’ombra e i tagliagole inviati a
ucciderla da misteriosi nemici si fanno sempre più vicini. A vegliare
segretamente su Sabran c’è però Ead Duryan: non appartiene all’ambiente della
corte e, anche se è stata istruita per diventare una perfetta dama di
compagnia, è in realtà l’adepta di una società segreta e, grazie ai suoi
incantesimi, protegge la sovrana. Ma la magia è ufficilamente proibita a Inys. Al
di là dell’Abisso, in Oriente, Tanè studia per diventare cavaliere di draghi
sin da quando era bambina. Ma ora si trova a dover compiere una scelta che
potrebbe cambiare per sempre la sua vita. In tutto ciò, mentre Oriente e
Occidente, da tempo divisi, si è ostinato a rifiutare un negoziato, le forze
del caos si risvegliano dal loro lungo sonno.