La
morte di Zafon ha distrutto il mio universo personale, poco più di un impatto
al suolo ma dalle dimensioni gigantesche per crudeltà del destino, e la
pubblicazione di questa raccolta di racconti postumi che funse da beneficio per
qualunque anima appassionata dello scrittore spagnolo, ospita un insieme di
storie, sul finire del 1900 o agli albori, una popolazione in parte che io come
tanti altri lettori ebbi modo di conoscere anni fa, una fetta della quale
compongono questa Città di vapore. Uomini e donne le cui gesta convorgono con
questioni relative a Il cimitero dei libri dimenticati, nessuno però che non
riesca a non rievocare questa bellissima e inspiegabile magia di questo
santuario magico, e solo meno di duecento pagine mi resero monocromatica alle
vicende ritratte. Perché anche dopo tanto tempo, a distanza dell’ennesima
rilettura, il ricordo di Carlos Ruiz Zafon perpetuerà nel tempo, nel mio cuore
mediante ogni romanzo scritto, ogni frase riversata su fogli o pagine bianche. Come
tentativo per sentirsi vivi anche quando si è consapevoli che non è così,
donando la vita in tutti i sensi.

