Delle volte credo di essere pazza. Si,
forse lo sono. Sono una pazza che ama i libri, la letteratura. Ama inebriarsi
di storie che in un certo senso non le appartengono, ma sono uno specchio in
cui può riflettersi la sua anima semplice e appassionata. Lo so. I libri, più
di qualunque altra cosa al mondo, mi fanno questo effetto. È una malattia
incurabile che negli anni si è intensificata maggiormente. Sono consapevole di
ciò e anche di come, nel tempo, come e dove mi abbia portato. È nato un
sentimento e poi è divenuta passione, ossessione. Mi ci sono persa nel magico
mondo delle parole, e da lì non ho più voluto sottrarmi. Da questo magico
mondo, la mia libreria vanta ancora qualche romanzo non letto. Storie di autori
conosciuti e non che mi hanno percorso l’animo, in un momento imprecisato del
loro acquisto compulsivo, indifferente della loro potenza. Ma ecco che, qualche
anno fa, precisamente prima che nascesse la Pandemia, mi misi in gioco e decisi
di smaltire la pila della vergogna. Sarebbe stato un percorso lungo, ma… chi se
ne importa? L’importante era raggiungere il mio obiettivo. Valicare il
traguardo. Tanti romanzi sono stati letti da quel giorno a adesso. L’altro giorno
fu la volta di un romanzo di Roth, ora di un’autrice di cui quasi un anno fa
conobbi mediante la lettura di un romanzo che era per me sconosciuto. Questo invece
si mostrava più forte, più insidioso di sentimenti ed emozioni umane da sembrare
quasi un gesto di comprensione ai più sensibili, e quando la dolce Mary
raggiunse il mio cuore ogni cosa fu più chiara. Una volta incontrata non le
avrei mai più potuto volgere le spalle, se non avessi scoperto cosa mi avrebbe
riservato. Il risultato? Assolutamente straordinario, triste ma zeppo di
sentimenti in cui il cuore ha goduto del pathos, della forza che anima i cuori
dei personaggi dell’autrice. Mossa nel bel mezzo di gruppi di anime che mi
hanno fagocitato nel loro insieme.
Così passano i giorni e le tanto attese sono giunte anche per me. Adesso che ripongo queste poche righe, sono nel loro vigore, ma voi che le leggete, non se ne scorge più nemmeno l’ombra. Succede che, ad un certo punto, in una banalissima mattina di metà agosto, fui chiamata da Elizabeth Gaskell. Prima fu la volta del suo intensissimo e bellissimo Mary Barton, ora di Ruth. Era da tempo che languivano sui miei scaffali, e credo che questo fosse il momento più che ideale per lesinare del tempo a mia disposizione. In fin dei conti, leggo ogni cosa che compro. Si tratta solo di questione di tempo e non reputo necessario relegare in una zona remota certe letture. Certe storie che, una volta, mediante aperte, non sono semplici racconti quanto mondi di inesprimibile bellezza. Valuto la necessità di viverci al loro interno, scandagliare ogni momento in loro compagnia e ponderare tutte le conseguenze, i pro e i contro. E, in questo caso, non aver preso in considerazione l’idea che la vita che stava sbocciando era così opaca, quasi amorfa, ma trattata con estrema cura. L’uomo non dovrebbe lasciarsi irretire dal peccato quanto adempiere a compiere buone azioni, mediante cui l’autrice rifacendosi alla parabole del Nuovo Testamento fissa dei temi particolari di cui persino l’uomo moderno dovrebbe prestare fede. Parabola umana estremamente sensibile e drammatica che annienta qualunque intento maligno e recriminoso.
Titolo: Mary Barton
Autore: Elizabeth Gaskell
Casa editrice: Elliot
Prezzo: 19, 50€
N° di pagine: 378
Trama: A Manchester, negli
anni dell'Inghilterra vittoriana, vivono due famiglie proletarie: i Barton e i
Wilson. Mary Barton, orfana da poco della madre, lavora come sarta, abita col
padre John, fervido sostenitore dei movimenti sindacali, ed è corteggiata sia
dall'onesto e affettuoso Jem Wilson che dal ricco e insidioso Henry Carson. La
volontà di emanciparsi economicamente, una punta di vanità e la paura di
diventare una delle tante "donne perdute" del tempo portano Mary a
non accettare l'affetto sincero di Jem per assicurarsi un matrimonio più solido
con Henry. Una scelta che le costerà cara...

