I romanzi di Vladimir Nabokov hanno sin da sempre destato un certo fascino in me. Sono sempre stati un polo d’attrazione, e quindi la migliore soluzione per accrescere questo interesse è ridurre la distanza e leggere qualche altro romanzo, uno dei tanti nella lunga lista dei libri ancora da leggere, la migliore che potessi mai sperare, così bello che non va inteso come facile, perché è destino a volte attribuire alle parole una certa semplicità, ma anche nelle circostanze più positive, soprattutto in un posto come la Russia stanliana, dove la vita sembra quasi per lasciare lo spirito di un uomo comune, dove una lunga e attenta riflessione sul senso del tempo e della conoscenza causarono sconquassi alla salute – alla mia -, senza contare il manipolo di sensazioni constatate …. Chi l’avrebbe mai detto che questo romanzo fosse così potente? Tutto ciò che lessi nel giro di una manciata di giorni subì un certo effetto, molte delle quali riconducibili a quello che esprimerò in questa recensione, anche se le parole, in questo caso, servono ben poco. Ma inevitabili, poiché coscienzioso e consapevole, vergato da parole che sono il massimo della fiducia, della bellezza dell’arte, in una transitoria perdita di coscienza che colpisce forte, col suo ammaliante carisma, evidenziando con semplicità il Bene perfetto e illusorio.
Autore: Vladimir Nabokov
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 18 €
N° di pagine: 222
Trama: Il protagonista di questo romanzo, Cincinnatus C., ha un difetto: è opaco, nel senso che i suoi pensieri e le sue sensazioni non sono trasparenti agli occhi di coloro che lo circondano, perciò produce "un'impressione bizzarra, come di un ostacolo oscuro e solitario in un mondo di anime trasperenti le une alle altre". In quel mondo, che non è un paradiso, come gli altri sarebbero inclini a pensare, ma il suo beffardo capovolgimento, l'opacità non è solo un difetto, ma una grave colpa, forse la più grave: è segno che rivela la "turpitudine gnostica" del singolo. In quel mondo si viene condannati a morte non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Scritto nel 1934 a Berlino un romanzo chiaroveggente che ha per oggetto la società totalitaria.



