I romanzi che hanno una provenienza antica, remota, il cui eco assordante darebbe fastidio a chi non è avvezzo, o abituato alla percezione di certi suoni, di questa magia, questa percussione e ripercussione dell’anima, poggia su una struttura solida, durevole per il periodo storico di cui è incentrato, lo stile quasi poetico di cui è amalgamato, le immagini che come impazzite danzano ai nostri occhi come diapositive irrequiete, e una lotta costante, faticosa con o contro, dipende i casi, la natura. Questa lettura, che ho desiderato giungesse a casa, qui, fra le pareti colme di librerie fin troppo piene, aveva una struttura forte, ma una figura esile, asciutta, senza alcun strato adiposo; di quelle storie dotate di una certa corporatura, i cosiddetti mattonazzi, non se ne scorgeva nemmeno l’ombra. Ed evidentemente un dettaglio inutile, di poco conto, dato che la sua essenza si consumava, era esaltata e tradotta da quella capacità negativa keatsiana, in un allegoria storica nel quale si possono condividere due realtà opposte ma impossibili da staccare: cattolicesimo e protestantesimo, ibridazione pacifista e conciliante, consapevolezza di nuove forme di diversità e conflitto. In una misura cospicua di cui Beth, la protagonista, sarà prodotto del corpo di un luogo o realtà storica che è impossibilità di condivisione, coesione, integrarsi nella propria natura alla ricerca di una sua funzionale identità strutturata.
Tirolo: Morte e usignoli
Autore: Eugene McCabe
Casa editrice: Fazi
Prezzo: 18 €
N° di pagine: 240
Trama: Nell'Irlanda rurale di fine Ottocento, la giovane Beth vive una cupa esistenza intessuta di ipocrisia e rancore. Le sue giornate trascorrono tutte uguali, tra la cura della casa e altre mansioni, nel tentativo di evitare un padre che, quando alza un po' il gomito, le riversa addosso tutto il suo disprezzo. Gli unici pensieri che la consolano sono il ricordo della madre, morta in un tragico incidente, e quell'isola a forma di pesce che scorge oltre la collina, ora di sua proprietà. Quando il sole sorge per l'ennesima volta e Beth si prepara ad affrontare il nuovo giorno con la solita rassegnazione, nota dalla finestra un uomo fermo al centro del cortile. Liam Ward è lì perché ha bisogno di aiuto con una delle sue mucche, e Beth si offre di assisterlo. Quello che inizialmente alla ragazza sembra un amore frutto di un incontro fortuito, grazie al quale inizierà a rincorrere il sogno di un futuro diverso, si rivelerà invece un tradimento imperdonabile, che scatenerà in lei un folle desiderio di vendetta. Non c'è possibilità di riscatto in questo dramma consumato nelle paludi irlandesi, e nemmeno la promessa di una nuova vita riesce a spezzare il cerchio di odio che racchiude tutti i personaggi in un abbraccio mortale.
La recensione:
In misura tanto cospicua, spesso gli autori producono il corpo di un'opera per far fronte alla possibilità che la letteratura, in questo caso irlandese contemporanea, tratti ed evidenzi nelle politiche sociali una volontà di storicizzazione di un classico, in questo caso Ode a un usignolo di John Keats, ma anche del romanzo che ne è una riscrittura. Discutendo o mettendo in oggetto qualunque possibilità, nozione o canone estetico nel passato come nel presente. In questo modo analizzando quelle reazioni e relazioni fra letteratura e storia nazionale, e viceversa, il messaggio keatsiano racchiuso nella realizzazione del discorso nazionale che trascende la storia, divenendo globale percorso di convivenza.
Si capisce perché la sua parvenza così remota, lontana fu espugnata da frammenti per intero della poesia Keatsiana, da cui è stato possibile rintracciare forme di personificazione sensoriali in cui le immagini evocate o trasmesse divengono ponte fra reale e identità. Da Keats esaltò e tradusse quella capacità negativa, tipica dell’autore, in un'allegoria storico nel quale possono convivere realtà cattolica e protestante, ibridazione pacifista e conciliante, consapevolezza di nuove forme di diversità e conflitto. Beth, che ci è presentata mediante la percezione di odori, voci o sensazioni, dal suo profumo che designa giovinezza, se ne evince quei criminosi momenti in cui la ragazza rievocò la violenza inflitta alla madre, e di come il mondo in cui fu costretta a vivere e a conviverci è una culla di sofferenza, che mediante la letteratura l’autore ci invita a non dimenticare bensì a superare quella patina di sofferenza copiosa che caratterizza l’Irlanda, generato dall'odio, e che simboleggia i suoi fantocci di carne e inchiostro: Beth e suo padre. La Morte svolge un ruolo fondamentale da si cui crede di poter scovare beatitudine, fine materiale della vita e non mezzo per raggiungere la pace che comporta alla non uccisione dell’Altro - Beth sogna spesso di uccidere il patrigno e di infliggergli medesimo trattamento dato alla madre, quando era legata a lui - quanto il sogno di uccidere ponendo però fine a tale idillio come illusione di pace. Anelito a un tipo di libertà che è solo illusoria quanto conforme all’attaccamento per un luogo, una terra d’origine dal quale può attingere conoscenza, riflessione. Da un futuro incerto e poco attendibile. Beth ricava ben poco. Ma dal passato, da ciò che dovette subire pur di sopravvivere può trarre ispirazione, beneficio per un presente migliore, conoscibile. Frutto di un’ibridazione o miscela fra cattolicesimo e protestantesimo che sa di odio, di ostilità che separano le due comunità religiose quanto impossibilitata a soppiantare o riconoscere quelle colpe che riverberano però in entrambi i fronti, consapevole che l’uomo è un essere primitivo che vive nella menzogna e nel tradimento. Nell’inconspoaevolezza di incorrere in una rinascita che tuttavia è solo illusoria, vana e terrena.
Dando voce a ogni personaggio, senza però schierarsi dalla parte di nessuno. McCabe dona in Morte e usignoli espressione di conflittualità in cui non vi è nulla di veritiero nella storia dell'Irlanda nascosta nell'incertezza, nell'impossibilità di risoluzione, una pluralità di voci che la fronteggiano.
Sulla provenienza di un testo apparentemente moderno come questo, i giudizi sono diversi, ma tutti concordi nel sottintendere che questa riscrittura del poema di Keats fosse un tentativo di scovare la pace. Come il poeta Keats trasse benessere dell'usignolo, che avrebbe dovuto condurlo all’idillio, la letteratura iralnderse aveva la possibilità di svolgere un ruolo culturale attivo, fertile, positivo nel conflitto fra protestanti e cattolici, nel quale letteratura e arte potrebbero interrompere quei conflitti religiosi che intercorrono nell’Irlanda del Nord. La letteratura offriva ben poche soluzioni a queste dicotomie irlandesi, se non illusioni temporali che tendessero alla conspaevolezza, all’esistenza descrivendo la realtà imparzialmente e riconoscendo e recuperando un passato da cui non ci si disfarrà mai del tutto. Soggetto e oggetto divengono interrogativo di evasione perché l’unica possibilità era quella di accettare ogni opposizione e diversità. Identità cattoliche e protestanti con diritto d’esistenza che accettino il ruolo di ognuno, nella continua ricerca di vivere in un mondo che è un continuo movimento, non abbandonandosi alla possibilità che ciò che può avvenire possa divenire quanto “esaltando” la realtà storico così com’è, in un’unione impossibile che è forma di rancore, risentimento, attitudini dell’animo che possono attenuare ogni cosa, momentamenteamete, e non depennare.
Sulla mortalità e l’immobilità di cui è pregno, le sue immagini sono simboli della poesia keatsiana: l’assenza di uccelli, la morte che incombe e la rigidità di certe restrizioni che ostruiscono Beth, molto simile a quel tipo di morte di cui è << infatuato >> Keats. Unico rimedio medico medievale accostato al veleno, che anticipa la sensazione di torpore che emana tutto il romanzo. Descrivendo questo paesaggio, questa piccola cittadina, Clandula, come quel luogo, quel giardino dell’Eden o paradiso in cui Beth a fatica potrà disfarsi. Mondo obliquo che è rinchiuso nella menzogna, nella sopravvivenza, conferiti dalla natura e dalla vegetazione, ma di cui una lettrice come me, amante dei classici e della buona letteratura, non ha potuto fare a meno di accogliere con interesse, fascino. Pensando di dover << tradire >>, per una manciata di giorni, quelle splendide forme pittoriche hardyane di cui il romanzo di McCabe sembrava espugnare, quanto abbracciare una forma sconosciuta di riscrittura classica in cui il folletto della poesia si espone al rischio di un estraniamento puro nelle esibizioni di un artista realmente esistito, Percy, che riunisce queste forme di conflitto ma a fine spettacolo li abbandona alle loro incomprensioni Suscitando autentica tristezza, simbolo di letteratura o arte capace di unire credi, strati diversi di società. Una specie di mago che attenua questa conflittualità, dimenticando ogni conflitto, ma reso illusorio ed effimero.
Come una lenta litania, questo poema ha eseguito con cura quel possibile ruolo di designare nella poesia la possibilità che l’uomo può riconoscere ciò che ha dinanzi, l’eternità di questo uccello cantato. Dal vino o whisky, per Keats unica forma di oblio o ottundimento sensoriale se ne potrebbe attingere forme di salvezza, in quanto l'ottenebramento dei sensi potrebbe attenuare ogni forma negativa, ma in questo testo metaletterario che si interroga continuamente sulla natura alla ricerca di una sua struttura, ho avvertito il dolce tocco di una storia che è racchiusa nell’apparenza, nella sopravvivenza, nella possibilità di scovare la pace il cui sviluppo non cela il disprezzo di una donna come Beth a sentirsi inferiore di agire o fare alcunchè non considerando riprovevole nemmeno i peccati di cui si macchierà. Quanto respirare quest’aria così malsana di cui la letteratura avrebbe dovuto depurare con cura, disinvolta e priva di soggezione a quelle convenzioni di cui l’autore iralndese tentò di scrollarsi di dosso.
Valutazione d'inchiostro: 5


Non conosco; ottima recensione, grazie
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