giovedì, marzo 19, 2026

Gocce d'inchiostro: Quando ero piccola leggevo libri - Marilynne Robinson

Ci sono libri che, a volte, per un che di indefinito, vanno assaporati lentamente rubandoci ore preziose del nostro tempo. Altri, invece, -  e non pochi, a dire il vero - che vanno masticati per digerirli completamente. E alcuni che vanno divorati in un solo boccone, poiché il nostro bisogno di immergersi tra le loro pagine diviene quasi impossibile da scacciare. Infilare il naso tra le pagine di un romanzo sconosciuto di un'autrice che conobbi, per caso, qualche anno fa, che ci catapulta in una realtà che presto sarebbe diventata nostra - personale, veritiera, diffamante e oltraggiosa - nonostante esso possa essere un po' scomodo, conferisce allo spettatore un immediato senso di familiarità che ne mitiga almeno in parte gli aspetti negativi. A tal proposito il mondo creato dalla Robinson non appare di certo più accogliente o diverso dalla prima volta, ma più familiare ora che ne conosco i meccanismi. Ora che, in anni e anni di letture di svariato tipo, il mio bagaglio culturale ha potuto arricchirsi, essere colmo di tanto… ma proprio tanto! In un percorso, spesso accidentato e non semplice, che ho però compiuto piacevolmente, dandomi la possibilità  di leggerla dentro. Individuando i suoi più intimi pensieri, ma non scrutandola impunemente come dal buco della serratura col timore che possa riconoscermi, quanto da riflessioni profonde, argute, istruite che bruciano ancora nella mia testa come stelle roventi.


Titolo: Quando ero piccola leggevo libri

Autore: Marilynne Robinson

Casa editrice: Minimum Fax

Prezzo: 18 €

N° di pagine: 249

Trama: Non tutti sanno che tra "Le cure domestiche", il romanzo di esordio con il quale Marilynne Robinson divenne una celebrità negli Stati Uniti, e "Gilead", la sua seconda opera narrativa, premiata con il Pulitzer e primo capitolo di una magnifica trilogia completata da "Casa" e "Lila", sono trascorsi ben ventotto anni: dal 1980 al 2008. E non tutti sanno che in questo trentennio o poco meno la Robinson, ben lungi dal rimanere inattiva, si è cimentata ripetutamente con il genere saggistico, regalando ai suoi lettori una serie ininterrotta di perle. Spaziando dalla meditazione teologica a riflessioni illuminanti sulla letteratura, dal ricordo autobiografico alla disamina di un'intera nazione e delle sue trasformazioni, i saggi di "Quando ero piccola leggevo libri" affrontano da un'angolazione nuova e complementare i grandi temi che sono al centro della sua narrativa – il clima politico e sociale degli Stati Uniti, la centralità della fede religiosa e la generosità di sguardo che ne deriva, la natura dell'individualismo americano e il mito del West – e compongono il ritratto intimo e ricco di sfaccettature di un'autrice che è considerata un vero e proprio classico contemporaneo.


La recensione: 


<< Sono talmente grata perchè, in un modo o nell’altro, ho imparato a pensare che la solitudine dovrebbe essere anche un piacere sensibilizzante e chiarificatore, e che è un legame fra persone più autentico di qualsiasi tipo di vicinanza. >>



Una figura sulle prime inavvicinabile e imperscrutabile, che vagava sotto il mio sguardo attento ma confuso, sebbene di lei e di un suo romanzo lessi qualche tempo fa, non sembrava incutere negatività quanto un certo rispetto. Di storie, di saggi, di personali e profonde riflessioni sul senso della vita, su ciò che attanaglia la nostra misera vita, il desiderio di poter riscattarsi, redimere la propria anima di peccatore, generalmenrte a queste letture non atteribuisco niente di certo o scontato. Ma li scopro e li conquisto, anzi, mi conquistano, perchè pian piano quella patina incongrua, incompresibile,contornata di buio, assume una certa luce.

Classe 1943, nella sua carriera di scrittrice, ma anche di professoressa universitaria, saggista, abile tessitrice di parole, Marilynne Robinson sa che, sull’argomento, ci sarebbe materiale sufficiente per scrivere la scenografia di un film grottesco. Sa che, se fosse dipeso da lei, come diceva il suo amato Walt Whitman, il mondo non avrebbe dovuto trovarsi prostrato in due, in una suddivisione fra credenti passivi convinti di aver dimostrato una raffinatezza morale dichiarando fallita ogni impresa, e poi quei credenti attivi che vedono, scorgono uno squarcio di barlume di speranza in un affrettata liquidazione del patrimonio culturale. Solo così sarebbe stato possibile attingere a quelle profonde forme di unione con Dio attraverso l’anima, fra fondamenti neoplatonisti e spirituali, al distacco e al silenzio. Purché quella divinità che alberga dentro di noi, in relazione al mondo esterno, fosse scovata mediante stimoli esterni.

Entrare nei << suoi pensieri >>, rintanarsi in un piccolo angolino, confondere la realtà con quella immaginifica, personale di chi scrive, due mondi nettamente distinti e netti che implodono ed esplodono, quando meno lo si aspetta, qualcosa per cui vale la pena lambiccarsi il cervello con questo marasma di riflessioni agnostiche, personali, nel quale Dio è una creatura inavvicinabile - per i più credenti, decisamente atea -, la scrittura diviene ponte di collegamento fra uno o più svariate argomentazioni, che, in una manciata di giorni, nonostante la mole alquanto ridotta, interpretarle si è rivelato più difficile di quel che credevo. Qualcosa per cui valesse la pena colmare quel senso di vuoto e incompiutezza che attanaglia tuttora la sua autrice, mediante risposte che la scienza, in età moderna, non riesce a dare o conferire. La vita sa sempre come porci dinanzi a delle posizioni di inferiorità. Leggere, a volte, è come varcare degli scogli: si tenta di andare oltre, di non soffermarsi sull'apparenza, sulle meraviglie a cui potremmo assistere una volta varcata la soglia di magici mondi. Ma vi sono romanzi dotati di un’anima, uno spirito così criptico, splendido e sofisticato, che conferiscono bellezza, possibilità già solo dall’atto, la possibilità di sedere alla poltrona, aprire il romanzo e leggere. Perlomeno, tentare di farlo! Perchè, in realtà, non sappiamo a cosa potremmo andare incontro. Quali sorprese potrebbe riservarci, la vita, ora che il destino ha per noi mischiato completamente le carte.

La lettura di questo secondo romanzo, secondo per me che della sua autrice qualche anno fa lessi una storia di tutt’altra pasta, mi ha colta del tutto impreparata. Credevo che mi fosse stata donata un’opportunità, un’occasione: quella di perdermi tra le pagine di una storia ancora non letta e vissuta da cui avrei poi dovuto preoccuparmi di lenire le ferite inflitte al mio  povero cuore. Quanto sorprendermi ad essere china sulla scrivania, con la mano posta sulla fronte, una penna stretta nella mano e il mio immancabile bloc notes sotto il naso, in attesa che quelle parole che avevano ronzato nella mia testa, potessero non solo aggrapparsi sulla mia testa quanto invadere persino il mio spirito. Ho atteso pazientemente, e, seppur con qualche difficoltà, qualcosa la mia creatività ha poi partorito. Ma non pienamente sicura se, da queste poche righe, abbia potuto cogliere l’essenza, il messaggio su cui ruotano queste riflessioni. In una miscela disomogenea di arte e lettura, politica e religione, sull’unione fra organismi biologici che tuttavia celebrano la divinità, la libertà dello spirito pur riconoscendone ogni rischio. 

Antropologa, osservatrice attenta nel quale è stato divelto un pensiero ben radicato nel terreno dell’eternità; quello di una donna profondamente istruita, curiosa, che tuttavia seppe conformarsi al << degrado >> intellettuale, interiore, sociale del quale è ancora soggetto l’uomo. Stimolato da forme, distrazioni esterne da cui è possibile abbracciare la creazione della vita.

Valutazione d’inchiostro: 4

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