lunedì 5 ottobre 2015

Gocce d'inchiostro: Dance dance dance - Haruki Murakami

Ci sono autori che mi hanno sempre dato un po' alla testa. Predisponendomi a pensieri fantasiosi, scaldando il mio cuore con forza e intensità, vivendo con coraggio, orgoglio, amore, pianti e sorrisi storie che sono beneficio per la mia anima sognatrice dinanzi al fragore del mondo. Rughe di un volto maturo che sgorgano dalla punta acuminata di una penna come se fossero intrappolate nella soffitta dell'anima, riempiendo quel contenitore imperfetto che è la scrittura di pensieri e ricordi altrettanto imperfetti.
Haruki Murakami è uno di questi. E, Dance dance dance, in una libreria zeppa di romanzi di ogni tipo, non può di certo passare inosservato. Una proiezione astrale di un giovane uomo; uno spaccato di vita coinvolgente ed emozionante che combina il piacere di sfruttare la condizione umana. Questo è quello che ci racconta quest'ennesimo ritratto di vita di uno dei più grandi autori del XXI secolo. Coinvolgente, surreale, introspettivo il cui richiamo è stato inconsueto e particolare.

Titolo: Dance dance dance
Autore: Murakami Haruki
Prezzo:  15, 00 €
Casa editrice: Einaudi
Trama: Il protagonista, un giornalista freelance costretto dalle circostanze a improvvisarsi detective, si muove tra cadaveri veri e presunti attraverso una Tokyo iperrealistica e notturna, una Sapporo resa ovattata da una nevicata perenne e tranquillità illusoria dell'antica cittadina di Hakone. Una giovane ragazza dotata di poteri paranormali lo accompagna nella sua ricerca. Ma troviamo anche una receptionist troppo nervosa, un attore dal fascino irresistibile, un poeta con un braccio solo; e un salotto, a Honolulu, dove sei scheletri guardano la televisione.
Esiste un collegamento fra tutte queste cose, un senso anche per chi ha perso l'orientamento. L'unico modo per trovarlo è non avere troppa paura, e un passo dopo l'altro continuare a danzare.



La recensione:

Era un ricordo particolarmente felice. Un incontro, con tutti i limiti della situazione, tra delle anime. Che uniscono le loro energie rispettando le reciproche fantasie e illusioni.

Mi accade spesso di pensare all'Albergo del Delfino. Al buio spettrale di un corridoio, che ha appena sommerso persino la luce fioca dell'ascensore, e a un uomo dall'aspetto ordinario ma inquieto, che si aggira furtivo in quest'ambiente, solitamente lungo e stretto.
Da questi pensieri si direbbe che ne faccio parte in modo stabile. In questo ambiente infinito di luoghi e persone, con il tempo scandito da un regolare tic tac e, in sottofondo, vecchi suoni e vecchie voci. La forma di questi pensieri non è precisa come pensavo. E' un pò distorta e instabile. Tanto distorta e instabile da sembrare, più che un ricordo, un sogno lento e benefico. Un sogno in cui è impossibile riconoscerne la natura,- artificiale, innaturale, sottilmente ridicolo - di cui io ne faccio parte. Sembra di stare dentro una scatola di cartapesta da cui filtra appena la luce. Lì c'era qualcuno che stava male. Si sentiva oppresso, come un uccello in gabbia che vorrebbe uscire, nel grigiore di una vita che si proietta nella solitudine e nella malinconia che, giorno dopo giorno, aumenta impercettibilmente, non cambiandolo tuttavia molto, se non le sfumature di questa strana malinconia.
E' una composizione che rispecchia una certa tristezza tipica delle sere d'inverno che, comprendendomi dentro di sè, percependo le sue pulsazioni e il suo calore, mi ha reso parte di essa, col cuore che sembrava impregnarsi di una tinta blu, morbida e scura. Se chiudevo gli occhi, in questa avvolgente oscurità, vedevo galleggiare forme bianche. Immagini sospese nel vuoto, come bolle di sapone. Semplici sigle che indicano delle fantasie. La vita che affonda in un nulla senza fondo, davanti a una distesa di niente, compatto come i ricordi.
Erano successe tante cose, apparsi vari personaggi e gli eventi erano stati diversi e spropositati. Fino a qualche settimana fa, dopo l'ultima intensa lettura, cercavo la storia giusta che potesse fare al caso mio, e alla fine mi accorsi di avere una strana fame. Dopo qualche giorno mi resi conto che stavo letteralmente morendo di fame. Non si trattava di una fame come tutte le altre. Una fame non alimentare, ma letteraria che m'indusse a fiondarmi prepotentemente fra le pagine di Dance dance dance. Io avevo solo tracciato uno schema, organizzando le mie giornate e il tempo che avrei potuto dedicargli, ma le cose erano andate diversamente. Avevo danzato seguendo la musica e mi ero ritrovata qui. In un mondo che si divideva in due colori, il grigio e il nero, che ogni tanto si davano il cambio. Sola e dispersa, sorpresa a vagare nel nulla più totale, su una strana linea di confine fra incubo e realtà. Mi stavo muovendo bene? Ricostruire a uno a uno gli eventi che si sono susseguiti e tutti i passi che avevo seguito non è stato facile. Non è stata una passeggiata, come credevo. Nemmeno per il protagonista, un giornalista freelance solitario che desidera ritagliarsi un posto nel mondo, considerato da tutti come un tipo strano, attribuisce alla scrittura l'umoristico aggettivo di "spalatore di neve".
Eppure sapevo che, se avesse stabilito una certa distanza e studiare tutto ciò che lo circonda, le cose sarebbero andate diversamente. Il suo sistema però era quello. E una volta che si imbocca il sentiero del destino, negandolo la vita diventa una serie di occasioni perdute.
Dance dance dance è strutturato come gli altri suoi romanzi, e fa parte di uno dei tasselli che compongono il ciclo della produzione murakamiana, in cui tutto è costellato da pozzi, labirinti ed enigmi irrisolti. Quando arrivai, avvertii la solitudine, la tristezza, facilmente rintracciabili in pagine bianche il cui pallore minacciano come una sottile lama. Nel silenzio delle mie nottate, ho avvertito le radici di questa solitudine propagandosi serpeggiando. Ed io, che di solitudine disgraziatamente ne so qualcosa, ho sentito questo come un qualcosa che mi appartiene. Era più forte l'incapacità del protagonista di relazionarsi, come pianeti sospesi nel buio dell'universo attratti da una forza irresistibile che li avvicina l'uno all'altro, per poi allontanarli di nuovo. Lui era quello che vagava lungo la riva dell'assurdo. Tornare in un luogo che già conosce, per quanto questo possa essere evanescente e inavvicinabile, gli ha consegnato un immediato senso di famigliarità che ne ha mitigato almeno in parte gli aspetti negativi. In questo senso l'Albergo del Delfino non è apparso di certo più accogliente o diverso dalla prima volta, ma meno misterioso e scrutabile, ora che ne conosce i meccanismi.

..Quando sento la musica, il mio corpo prende naturalmente a danzare. Incurante di quello che accade intorno. Il passo è così complicato che non posso pensare a quello che succede intorno a me.

Mettendomi da parte, osservando ogni sua mossa, non mollandolo per un istante, attratta da un energia che ha avuto effetto come una rispondenza,- invisibile agli occhi, ma non al tatto - l'ho sorpreso lì, ai bordi di un disegno fatto d'inchiostro invisibile, come una forma senza forma. Molti, probabilmente, avrebbero provato una strana sensazione. L'avrebbero giudicato a seconda del ruolo che interpretava coscienziosamente. Eppure il protagonista si trovava catapultato in questa mischia, ignaro di ciò che avrebbe potuto riservagli il destino, senza avere alcuna scelta.
E' da quando l'ho conosciuto che il mio modo di vedere il mondo è profondamente mutato. E' come se la sua storia avesse messo a nudo la mia anima. Io spesso tormento senza posa il mio spirito, ma quello che riesco poi a lasciarmi alle spalle senza alcuno sforzo, lui ne ricamava una storia. Quella parte spirituale che ognuno di noi nasconde nella parte più profonda di sé, riuscendo a coglierla sotto diverse luci, aure diverse, materializzandole dal nulla.
Penso stia qui l'ingegno dell'autore. Leggere se stessi, mostrarsi vulnerabili in un mondo in cui non sempre sono ammessi il perdono e la comprensione, è così impressionante che è come se la mia intera esistenza dipendesse da quest'uomo. Morte e rinascita. Buio e luce. Una catarsi di azioni ed emozioni che si consumano in un attimo.
Dentro di me resta sempre una brama intensa per Murakami, così come il piacere dei libri. E Dance dance dance - in un periodo a dir poco lungo per i miei standard trascorsi a leggere con avidità, sotto una massa informe di nuvole di svariate dimensioni che minacciavano il giorno: il grigiore scuro metallico sprigionava scintille; le note di qualche musicista rap che levandosi raggiungevano il soffitto accompagnando il rumore fragoroso dei tuoni dentro le nuvole - la natura stessa sembrava restare immobile, in questi momenti, logorandosi nell'assistere a questo spettacolo fantasmagorico che scivolava nella malinconia.
Dance dance dance è un romanzo profondamente emotivo che, a tratti, risulta un po' carente, per la matassa di eventi che intaccano e annebbiano questa storia, priva di nesso. Una mancata storia d'amore che oscilla fra il possibile e il necessario, i cui sogni e fantasie oscillano come un pendolo in equilibrio precario. Non il più emozionante dei romanzi di quest'autore, zeppo di una catena di eventi che tracciano il personale destino dei protagonisti che si riversano continuamente impedendoci di soffermarci, anche solo per un istante, e carpirne il significato. Personaggi affiorati dalle tenebre e in poco tempo riassorbiti dalle stesse.
Quando anche questa recensione sarà conclusa, so che scomparirà nuovamente anche lui. Col suo fare misterioso e taciturno, e tutto sarà finito, dopo avermi regalato una storia per certi versi emozionante, facendomi godere in tranquillità la bellezza di una realtà parallela in cui avrei fatto perdere spontaneamente le mie tracce. E, in mezzo a questo mare d'assurdità, con gli alacri suggerimenti dell'Uomo pecora - comparso dal nulla dalla cella grigiastra di un ascensore - sono stata tuttavia bloccata in questa realtà parallela in cui ogni cosa sembrava aver perso la propria importanza. Non avevo alcuna possibilità ne intento di lasciare questa dimensione. Quel posto sembrava stagnare, come se una forza gigantesca avesse costretto il corso della natura a fermarsi.

- Hai ancora bisogno di me, ora che è spuntato il giorno?
- Si. Ancora più disperatamente di ieri.

Valutazione d'inchiostro: 4

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