lunedì, settembre 06, 2021

Gocce d'inchiostro: La terra desolata - Thomas Eliot

Mi chiedo cosa succeda nel momento in cui si è come travolti da un ondata di emozioni o sensazioni. Butto giù queste poche righe non sapendo nemmeno io da cosa essi derivano, perché l’emozioni sono qualcosa che tieni dentro. La fantasia dell’uomo, gli incauti sussulti del cuore possono portarci in svariati posti, vivere cose o sensazioni che non si  credevano possibili. Come ogni essere umano, ho anche io dei limiti e talvolta non riesco a trovare una spiegazione, un senso logico per ogni cosa. La mia mente è lasciata a se stessa, dettata dalla stessa ragione.
Sulla mia libreria virtuale avevo dinanzi a me un poemetto amoroso che per qualche secondo mi fece dubitare se leggerlo o meno. Ma credo al potere dei libri e credo che questo era il momento più adatto per le conseguenze di procrastinare letture a tempo indeterminato. Il problema in questo caso è che ho sempre preferito la prosa alla poesia e che certi lapsus non sono in grado di mitigare il mio amore per i romanzi. Eppure è accaduta come una magia, una strana fattura che solo il tempo può aiutarmi a comprendere. E non è in effetti questo il vero potere dei libri?
L’amore, il lirismo che celano queste pagine furono causate da un tipo di magia cui non ero assolutamente preparata. Qualche altro lettore avrà sicuramente valicato i confini imposti da Thomas Eliot, ma il mio esserci ha reciso quella linea di confine che confidavo di valicare da molto tempo. L’uomo che mi raccontò, interloquì con questo bellissimo poemetto intervenne per raccontare come tante individui, tante anime aspirino a riconoscere se stessi e ciò che li circonda mediante la bellezza profetica delle parole, quasi una surrezione in quanto la parola stessa purifica. Si localizza nella nostra mente come figura mistica e semantica, ci investe in tensioni propiziatorie, quasi un’evoluzione di una radicale rinascita individuale e collettiva.


Titolo: La terra desolata
Autore: Thomas Eliot
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: 8, 50 €
N° di pagine: 152
Trama: Tema de “La terra desolata” è la città infernale, descritta prima da William Blake, poi da Baudelaire: città diabolica dove, con il passare del tempo, l’uomo si trova sempre peggio. È una tragedia grottesca che anticipa la poetica di Beckett e Fellini. Con la sua poesia, e in particolare con “I quattro quartetti”, Eliot tenta di dimostrare che l’immaginazione ( quella che per lui si incarnava nella poesia religiosa)può, nello sfacelo del mondo odierno, riconquistare i suoi privilegi. Impresa pressochè disperata: costruire qualcosa dall’impossibilità, dalla mancanza, dalle rovine.

 La recensione:

 

C’è un tempo per vivere e un tempo per costruire e un tempo per vivere e generare e un tempo perché il vento infanga.

 

Sulla strada di un mondo simile all’altro che scandaglia il tempo passato, si scovano parole che si credevano perdute. Thomas Eliot fece di questo elemento, questa ricerca, un’esperienza che stilò questo bellissimo poemetto. Dalla tasca, discretamente, senza accorgersene, prese una manciata di parole, suoni e frasi che tenne nascoste per una manciata di anni. Li compose poi in un poemetto considerato da molti come la delusione di una generazione, domandosi cosa avrebbe dovuto fare o meno l’uomo per avere una visione migliore, più chiara del mondo circostante. Quando mi avvicinai lentamente per sondare questo luogo presi una manciata di frasi, reggendo il mio blocnotes preferito, in un gesto quasi volontario che mette a posto qualcosa dentro di noi. La mia anima, quella dell’autore e di chi legge. Ed è ciò che ho fatto. La mia coscienza e quella dell’autore, anche se per un tempo troppo breve, si incontrarono, si scontrarono fin quando il mio spirito fu invaso da una strana luce, una luce accecante, calda, confortevole quasi un sorriso di soddisfazione. Leggere questo poemetto mi ha reso felice, non so spiegarmelo, nonostante esuli qualunque aspetto o momento entusiasta. Ma io mi sono sentita importante, coinvolta.
Questa landa desolata in cui sono sprofondata raccontò l’esperienza dell’autore osservando la fine di un percorso bensì la strascicata conseguenza di ciò che si fa per raggiungere un obiettivo, quando l’emozioni vivono fra le rovine del tempo, in cui il futuro è una canzone svanita, una Rosa Reale schiacciata fra le pagine di un libro che  non è mai stato aperto. La fine della seconda guerra mondiale aveva indotto Eliot così come tanti altri autori a portarsi dentro voci, intonazioni, evocazioni letterarie, classiche in cui si aspira a scovare la verità, riferimento esplicito a quello degli antichi poemi medievali, nonché territorio privo di vita, surreale e mortale che per ottenere il santo Graal dovettero attraversare sentieri insidiosi. Si parla di primavere che non arrivano in cui lo squallore e l’alienazione alla vita moderna subiscono un netto cambiamento. Forse l’ennesimo lamento di un uomo che rifiuta di vivere secondo il concetto di spazio derivante dalla visione scientifica del mondo, con la sensazione dell’assurdità della società umana vista come una fantasmagoria dell’osservatore totalitario. Il tutto in un paesaggio così grigio, crudo, inutile, maleodorante le cui strade sono popolate da ombre di morti anziché di vivi. L’ossessione della contaminazione, la paura di privare l’uomo dalla natura e da ciò che annienta o annichilisce qualunque intento dell’uomo di sopraffare il prossimo, la misticità della parola si dipana attraverso una vana inesistenza e condensandosi in un eterno presente metafisico divenendo quasi musicale. Musicale così come l’intera struttura del poema.
La terra desolata conferisce quei giusti ingredienti per osservare un mondo ostico e crudele in cui ci si affanna ad accanirsi l’uno contro l’altro anziché osservare quella luce che la religione stessa dovrebbe conferirci. Nonostante pregno di laicità illustra un particolare momento in cui una civiltà e le sue forze verso il prossimo si esauriscono. Il romanzo ha vasti richiami alla religione ma l’autore fu incapace di concepire questo fattore in quanto indirizzato allo sfacelo, al caos, alle continue lotte fra gli uomini. Elaborando mediante forme simbolistiche elementi come l’ateismo, lo stoicismo nel credere possano esserci delle speranze che si possa rinascere dalle stesse ceneri. Ci si aggrappa invece a una religione che non dà compromessi, a qualcosa che non ci induca a scegliere, suggerendo la via del raccoglimento e dell’umiltà. Spiegazione? Lo stesso autore fu vittima delle disgressioni belliche dei primi anni del 900, e in un periodo fosco della sua vita scrisse queste poesie come un rispetto non solo per gli altri ma soprattutto per se stesso. E ne La terra desolata ciò è preso sul serio in cui l’aridità, il ristoro, la vastità di sentimenti forti e inspiegabili sono un epifania del profano attraverso cui l’autore condanna eccezionali intrusioni della realtà umana, individuali e collettivi. Attraverso la parola bisognerebbe costruire uno spettro di totalità che restituisca la totalità del Verbo – Suono originario. Sapienza e poesia, vita e devastazione così si intrecciano. Le parole sono già vissute ed evocano ricordi in cui l’emozioni sono meno vivide e graffianti, la vità è un po’ più sorella della morte. Ed è da questo distacco dalla vita, senza rinunciare alla bellezza e alla gioia del dionisiaco – creare e distruggere – condannando l’uomo ad un inesorabile fine.
Avvulso in un aura che sfugge a qualunque definizione precisa di amore, comprensione, felicità, ma il cui eco è  stato a dir poco inconfondibile, così diverso da tutto ciò che ho letto sino a ora, La terra desolata è un pometto amoroso – in senso lato – scritto con un eleganza e un tran tran di parole che vibrano nella quotidianità del giorno, nella bellezza dei falsi miti, nella contaminazione dei sogni, nell’arte della scrittura in cui si convive con le tendenze profane di una società circostante nel quale vi sono accesi rancori, rimpianti e una visione tendenzialmente atea di colui che ci sovrasta. Una serie di immagini sciorinate apparentemente senza un filo logico in cui le stesse parole divengono semantiche, parlano al cuore con pazienza e parsimonia, si sistemarono in un angolo del mio cuore per poi permeandolo completamente.

 

La sola saggezza che possiamo sperare di ottenere è la saggezza dell’umiltà: l’umiltà è senza confini.

 

Valutazione d’inchiostro: 5

2 commenti:

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