martedì, aprile 28, 2026

Cinque gocce in cinque giorni: romanzi vissuti in poco tempo 3°

Leggere storie di questo tipo a volte mi fa prendere consapevolezza delle straordinarie capacità dei ricordi. Per me, lettrice, è facile identificarmi con una realtà che considero come semplice e mera finzione. Ma questa finzione è anche possibilità che hanno come ideale di vita gli individui, di cui anche io sono spesso presa da questo strano fervore che in sé non ha alcun fondamento logico.

Questo è ciò che è successo tra le pagine di questi testi di cui vi parlerò quest’oggi che, osservando un semplice dettaglio, una foto piegata e sporca, sono stata colpita dall'insieme di quegli elementi per molti insignificanti. Strane e inquietanti lettere, parole rievocate dal nulla, scritte da nessuno in particolare se non da autori che hanno tentato di carpire i nobili segreti dell’arte della scrittura, estrapolate tuttavia in un battibaleno in ore ed ore della loro vita. Forse semplice pazzia, nevrosi, ma niente che non possa essere estirpata, sradicata da questa immensa commedia della vita, invisibile e visibile in miliardi di pianeti diversi.

Con un po' di diffidenza, mi sono avvicinata a ognuno di queste storie così velocemente che aderirono completamente al mio corpo come un impermeabile. Alcune, scivolando repentinamente. Altre, attaccandosi come una seconda pelle. Silenziose, percorrendo i meandri della memoria. Scoprendo nella loro eccentricità e frivolezza, moderazione e sobrietà vagando per ore e ore come un fantasma.


Titolo: Frittelle di mele a mezzanotte

Autore: Mavi Pendibene

Casa editrice: Lindau

Prezzo: 12 €

N° di pagine: 120

Trama: È il 1976 quando Mavi, suo marito e un figlio ancora piccolo decidono di lasciare Genova per iniziare una nuova vita in campagna. Nessuno di loro è mai vissuto fuori della città e tanto meno ha qualche nozione di agricoltura o di allevamento. Eppure i progetti sono tanti e l’idea (ambiziosa) è quella dell’autosufficienza. Il luogo dove si trasferiscono è un angolo incantato dalla natura pressoché incontaminata. Dall’antica cascina in cui si sistemano i soli rumori che si sentono sono quelli del ruscello che scorre in fondo al prato, del vento che agita le chiome degli alberi del bosco, o di qualche raro gitante diretto ai laghi non lontani. Tutto è magico e anche… molto complicato, perché contadini non ci si improvvisa. Raccontata com’è con una miscela molto efficace (e un po’ inglese) di poesia e sense of humour, questa storia ci rivela una nuova voce della nostra narrativa.

La recensione:

Leggere tanto implica a vivere, o convivere, con l’idea che le rocambolesche avventure, i viaggi d’inchiostro che si respirano tra risme di carta che per chi ne è un amante rappresentano la stessa vita, portali segreti di cui ci si dispone a contemplare le bellezze, mediante un semplice atto, comportano a dover assimilare le caratteristiche di certi mondi pur di entrare in sintonia, stabilire un contatto. Un legame che è intrinseco alla parola, al suono splendido che sprigionano e che leggiadre ed evanescenti raggiungono o toccano apici insormontabili. La cosa più comune e semplice che possa accadere è che, al loro passaggio, inevitabilmente tracciano qualcosa. Un’impronta, sulla sabbia del tempo, sulla memoria di chi li legge, che è lì, impresso nell’eternità, nutrito dall’alimento che gli viene dato o concesso. L’attenzione volta o richiesta, che è fondamento della loro essenza. 

Quando mi chiedono perché leggo così tanto e mi viene attribuito il cameratesco aggettivo di << malata >>, le parole hanno un significato inspiegabile. Intransigente, capaci di poter progredire molto più rapidamente di quel che sembra, privi di un ordine o di una collocazione, quanto di scorrazzare libere dove pare e piace. Soggiornando nella dimora della mia coscienza per un certo lasso di tempo, finché non trovano un loro posizionamento. La natura intrinseca di queste forme arzigogolate che effettivamente hanno ben poco conto, nè tantomeno possono divenire beneficio o cura per il mondo esterno. Ma per chi << mastica >> la letteratura o la lettura da qualche tempo, conciliando la sua vita alla natura delle stesse, come forme riconoscibili di sapere.

Le parole, per l’autrice di questo romanzo, sono giunte nel momento più adatto: quando l’attività frenetica della provincia costrinse lei e la sua famiglia a trasferirsi nella soleggiata campagna genovese, con le sue splendide alture, i frondoni e i rampicanti che si ammassano sui rami come piccoli intrecci d’inchiostro, comprendendo come la pace che anelava di ottenere fosse insita in questo personale paradiso. Un paradiso terrestre nel quale io, e prima di me tanti altri lettori, abbiamo condiviso, rievocato l’essenza, tentando di uscirne dallo spazio e dal tempo, detestando ciò che non sarebbe stato conoscibile quanto sedimentato nell’ignoto, nell’incuria del tempo.

Ma queste dimostrazioni così improvvise e silenziose provenienti niente che poco di meno dalla sua anima, che richiedevano una certa libertà di mostrarsi attendibile agli occhi di un pubblico un pò pretenzioso, non fuoriuscirono mai dal << suo >> controllo. Restando ai bordi della stessa, come punti di luce in uno sfondo scuro, non giungendo mai alla meta. Quale meta? Quella di poter dare, conferire qualcosa: un messaggio, un’emozione, un’idea o parvenza di possibilità nel quale le stesse, le parole intendo, avrebbero potuto contagiare, suscitare qualcosa. Perché erano errati gli strumenti adoperati dalla scrittrice, le modalità per cui da certi suoni sarebbe stato possibile scovare una soluzione, quanto un’accozzaglia di idee che non hanno una loro origine, un fondamento. Generate dal nulla, e dal nulla risucchiate. Invisibili persino per i più maliziosi, puntigliosi, privo di << istruzioni >>, di sentimentalismo, rinchiuso in un bozzolo che è rimasto chiuso.

La vita privata della scrittrice, come tale, non suscitava né tantomeno lo ha fatto, il mio interesse. Ma ad incuriosirmi fu questo modo di parlare di vita mediante una forma di letteratura che mi affascina, mi incuriosisce sin da sempre: quella del diario. Questo scambio reciproco fra anime, legami imprescindibili fra due mondi nel quale qualcosa avrebbe lasciato un segno. Un’impronta, una traccia. Il sentore di vecchio, nuovo, odierno, remoto, ma… qualcosa. Un punto di partenza che, il fine, era quello di ripulirsi di ogni negatività, lavando metaforicamente un’entità che resterà però sempre sporca. Una sozzura che esce dalla pelle e sale verso il cielo, col fine o perlomeno la possibilità di alzarsi, elevarsi allo standard morale dell’umanità.

Ma ciò che ne resta in questa lettura, per mio grande dispiacere, è qualcosa di patetico ma anche triste. In un’opera la cui autrice avrebbe potuto riflettere diversamente queste forme di diniego che la vita le aveva riservato, sino a questo momento, anestetizzando o esorcizzando il dolore mediante la stessa scrittura, l’arte di parole che sono beneficio, balsamo per l’anima, non aggiungendo niente che sia stato già detto o fatto, quanto modellato mediante una personalissima forma di essere. Un’identità che è sola ed unica, che niente e nessuno avrebbe potuto replicare perché esclusiva. Divenendo più attraente, appartenente all’altro mondo - quello cioè delle parole - coinvolgendo in una delle più grandi tragedie della vita: la mancata possibilità di vivere serenamente che è una delle prime ferite a morte dell’individuo.

Quanto un’accozzaglia di riflessioni tenute su da idee, slanci del cuore, che tuttavia non giungono nè tantomeno lo raggiungono, non sottraendo l’uomo dalla remota possibilità di poter fuggire, battendo i sentieri mistici di altre forme di scrittura e letteratura che esaltano certi valori, nonché reazione contraria a un tipo di guarigione che è metodicamente sbagliata a progredire.

Valutazione d’inchiostro: 2

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Titolo: L'arte di scrivere lettere a mano. Dalla Corea consigli per riscoprire il potere curativo di un'arte antica

Autore: Mun Juhee

Casa editrice: Mondadori

Prezzo: 18 €

N° di pagine: 144

Trama: Geulwoll è una parola coreana che significa "lettera". Ed è anche il nome di un piccolo negozio molto speciale, al terzo piano di un edificio malandato nel cuore di Seul, dove è possibile acquistare tutto l'occorrente per dedicarsi a un'attività ormai lontana dalla frenesia quotidiana: scrivere lettere ai propri cari o a persone sconosciute, grazie a un servizio di "amici di penna" ideato da Mun Juhee, la direttrice che nel 2019 ha dato vita un po' per caso a questo luogo unico. Geulwoll è diventato una fonte di ispirazione, un rifugio dal mondo esterno dove raccogliere idee e sentimenti e lasciar correre la propria immaginazione, e ha radunato in breve tempo una clientela fedele e affezionata: osservandola e collezionando con cura le sue storie, Mun Juhee ha stilato un piccolo manuale con consigli preziosi e suggerimenti per dedicarsi al meglio a quest'arte antica. Dalla scelta della carta, del luogo e del momento in cui scrivere, fino all'atto della spedizione, offre supporto, incoraggiamento ed empatia a chi cerca un antidoto alla solitudine o, semplicemente, uno strumento per esprimere i propri sentimenti, positivi o negativi che siano. Per scrivere una lettera non ci sono regole precise o risposte giuste: si tratta di accogliere quello che accade quando si sceglie di sedersi e ritagliarsi il tempo per farlo, con cura e attenzione.


La recensione:

Una passeggiata sull’anima. Un viale alberato, frondoso. Un tetto di foglie che, nella fumosa atmosfera di un confessionale in cui i ricordi del tempo, immagini o diapositive baluginano dinanzi ai miei occhi come figure impazzite, offre un’opportunità di crescere. Immedesimarsi, mediante gli occhi di un altro, ed avere l’opportunità o l'occasione di aprire un piccolo vaso di Pandora chiuso ermeticamente. Ora che ci penso, questo piccolo vaso non fu mai chiuso quanto in prossimità dei miei occhi, lì, a una manciata di passi dal mio campo visivo, nel quale smaniavo di poter aprire. Togliere la sua copertura, il suo tappo, aprirlo e immergermi. Incurante, proprio come la bella Pandora, di quel che avrebbe implicato un simile gesto. Aprire un contenitore, e liberare ogni cosa. Ogni sventura o bruttura del mondo…

Ora che la lettura di questo testo si era conclusa e che si è fatta desiderare per giunta per la sua origine, provenienza in tanti piccoli agglomerati o etnie culturali provenienti da altre terre, altri luoghi, certamente una prerogativa erronea nel poterla giudicare o accreditare a qualcosa che potrebbe non rivelarsi fattibile. Ma mi piace rischiare, e il poter osare suggerisce quasi sempre alla mia coscienza di spingersi oltre. Non lasciarmi tentare da qualcosa o qualcuno, quanto provarci. Quel che sarà, quel che verrà solo il Fato potrà dirlo.

Negli ultimi tempi, di romanzi di letteratura nipponica insoddisfacenti e sufficientemente utili ad essere relegati in un cassetto della memoria che non aprirò più, il mio istinto tenta di allontanarmi offrendo spunti che possano arricchire il mio interesse per i classici. Ma i classici, pur quanto splendidi ed impegnativi, a volte richiedono un immersione di semplicità, spensieratezza che non è però una loro prerogativa, e di letture poco impegnative effettivamente questo salotto letterario ne colleziona ben poco perchè inospitale per quelle compagnie poco adatte o inclini al mio spirito.

I viali alberati, colorati, caldi o freddi dei classici sono un santuario magico nel quale posso rifugiarmi, insinuarmi come un piccolo uccellino in una splendida giara di vetro che continua comunque a svolazzare libero, nonostante la grandezza del contenitore in cui è rinchiuso. E in questi contenitori, ho potuto svolazzare come meglio credevo.

Nel mese di febbraio, il mese dell’amore, ho aspettato che l’autrice di questo testo reclamasse la mia attenzione, arrivando sul mio Kobo con una copertina bianca che diceva poco e niente, ma giungendo al mio cuore, quando meno me lo sarei aspettata. Perché erano le parole, la scrittura a pullulare di magia, di << salute >>.

La scelta di questo sostantivo non è casuale, perché per l’autrice - ma anche per la sottoscritta, a dire il vero - la scrittura è linfa vitale della sua esistenza. Quel senso di abbandono, quel legame che è intrinseco fra l’anima di chi legge e di chi scrive si instaura quasi sempre mediante un rapporto passionale, un legame forte e stabile.

Ma che cosa succederebbe se fosse qualcun altro ad abbandonarsi alle mie parole, senza nessun rapporto con chi legge? Seduta alla scrivania, con il cursore di Word che continua fastidiosamente a lampeggiare penso che ci sarebbero tanti capitoli che vorrei cominciare. Tante storie che avrebbero bisogno di un battito per vivere; tanti amici da cui ritrarre conforto e solidarietà. Da quando il blog è in vita, il piacere della lettura e quello dello scrivere si sono rafforzati. Ciò che riporto in queste pagine bianche ha come fine lo stato d'animo di una giovane sognatrice, romantica e un po' malinconica, ed è uno stato d'animo che gran parte delle volte tengo a bada.

Tutti i romanzi letti, ogni storia vissuta è diversa a modo suo e l'atto dello scrivere, mi dico, è spesso il risultato dello sforzo innaturale cui mi sottopongo scrivendo di personaggi immaginari il cui respiro si fonde al mio; l'operazione dello scrivere diventa così un processo naturale, un fiume di parole conduce a sfiorare i bordi della mia anima, a fermarsi per un attimo prima di essere assorbite dalla linfa vitale del mio essere. Prima che questa svanisca del tutto, muti in qualcosa di personale e incomunicabile.

Dal momento che ho terminato di leggere questa storia, all'improvviso il mio stato d'animo nei riguardi di questo testo è completamente mutato. Il mio animo è pervaso da una certa luminosità. Il mio corpo avvolto da un forte e caloroso abbraccio. Non passa neanche qualche minuto che nella cittadella della mia coscienza sbocci l'arcobaleno: ogni forma e colore sembrava trasmettere una certa tranquillità. Ed io non ho potuto fare a meno di lasciarmi completamente andare. E' una sensazione straordinaria. Parole ricche di significato, forti e dure, semplici e innocue mi colpirono in ogni parte. Nella corrente di questo fiume c'era un senso di comunione col mondo, come se mi sentissi finalmente nel posto giusto, e ciò provocò in me una felicità senza limiti. Di colpo, provo l'ebbrezza della scrittura. Affacciata ad una finestra virtuale, entrando ed uscendo da un capitolo a un altro, passando dall odore stagnante della pioggia l'odore fresco e appena rovesciato dell'inchiostro, tutto mescolato in un unico odore che nel romanzo ha un unico nome: l'attesa.

Parole, frasi continuavano a mescolarsi e a muoversi nel indeterminato, nel grigio, in una specie di terra di nessuno con un ritorno all'indietro, una rioccupazione dei tempi e dei luoghi perduti. In un gioco di luci e suoni che rivelano il senso della nostra esistenza.

Romanzieri talentuosi e memorabili hanno affondato il seme della scrittura già dalla tenera età. Definendosi << una persona diversa >>, sebbene di diverso io non abbia trovato nulla di particolare. Un viaggiatore aveva perso la sua coincidenza, e questa storia mi ha dato la possibilità di identificarsi con lei e la sua scrittrice. La mia sostanza era comune alla sua e perciò qualcosa di forte e potente sarebbe rimasto, non si sarebbe perso con la fine del mondo. Una comunicazione ancora possibile nel deserto arido delle parole, così pieno di vita e quasi di ogni ricordo.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Una stanza tutta per se. Dove scrivono i grandi scrittori.

Autore: Alex Johnson

Casa editrice: Ippocampo

Prezzo: 19, 90 €

N° di pagine: 192

Trama: Dagli attici alle torri medievali, dalle sale da biliardo alle vasche da bagno, dalle stanze d’albergo alle isole private, esploriamo i luoghi dove cinquanta grandi autori hanno amato scrivere. Queste «stanze tutte per sé», per riprendere la famosa espressione di Virginia Woolf, ci invitano a sbirciare dietro le quinte, svelandoci i metodi di lavoro e le curiose manie di scrittori come Jane Austen, le sorelle Brontë, Agatha Christie, Paolo Cognetti, Ernest Hemingway, Umberto Eco, Jack London, Haruki Murakami, Marcel Proust, J.K. Rowling, Virginia Woolf...


La recensione:

Una storia semplice ma appassionante, sospesa e racchiusa in una luminosità diffusa, pallida, quasi priva di ombre, in cui non ho potuto fare a meno di viverci. Una brama intensa per i libri, la buona letteratura, così come l'atto del leggere e dello scrivere in un filo intrecciato che ha dato vita a un graziosissimo disegno. Un motivo memorabile ricco di parole, ricordi, emozioni che manipola frasi, modifica paragrafi o interi capitoli affinché non si sgualciscono completamente. Spiegazzandole e cincischiando. Una dichiarazione d'amore ai libri, all'essere Lettore la cui storia riesce a districarsi perfettamente fra esperienze dell'autore comuni e non, tra presente e passato. Una storia che crea dipendenza, struggimento. Sa di amore, fede e fiducia. Una pace interiore che potrebbe durare a lungo. Intensa, affannosa, calorosa come una sposa premurosa che desidera riabbracciare l'amato: - Mancavi solo tu, sei in ritardo. -

Esaltare i romanzi, chi li scrive, e scovare specialmente quella magica postazione nel quale quel battesimo magico che avrebbe messo in relazione due mondi netti e contrastanti, il mondo di quà con quello di là, è superiore in ogni imperfezione grazie a un indomito lampo di immaginazione che, esplosivo del genio nel mezzo, ci lascia incrinati e imperfetti, ma stellati di poesia. Una gemma di verità pura da avvolgere tra le pagine dei nostri appunti e conservare sulla mensola strapiena di una gigantesca libreria.

Non un tipo di comunicazione a me sconosciuto. Da amante della scrittura e della buona letteratura sono consapevole che le parole, se adoperate con maestria, hanno un suono diverso perché accompagnate da una sorta di ronzio musicale - eccitante, avvolgente - che trasforma il valore delle parole stesse. Un ronzio dell'anima che sembra quasi impossibile tradurre in parole.

Quel che è assolutamente sorprendente è che, percorrendo a ritroso la storia di questi artisti, curiosando impunemente in quei luoghi in cui ogni cosa avvenne, ogni magia fu realizzata, ogni parola estratta dal loro genio intellettivo, questo romanzo fu un'esperienza straordinaria che in qualche modo l'autrice trasmesse anche a me. Perché questo non era un semplice resoconto, quanto un espediente mediante i romanzi di decantare la purezza dell'animo e l'intensità delle storie alzando nude pareti dalla nuda terra. E pur di farlo era necessario ribellarsi. Nell'anima dei più irrazionali i romanzi hanno il potere di tracciare con dell'inchiostro invisibile, sulle pareti della nostra mente, una premonizione che Una stanza tutta per sé conferma egregiamente. Un disegno accostato al fuoco del genio purché diventi visibile.

Che al lettore, mediante l'atto del leggere, succeda qualcosa di simile? Che chi legge avverte il contatto dell'anima di chi l'ha scritto, le emozioni che sono suscitate da una penna dalla punta invisibile e che sono passate attraverso il suo corpo? Una follia, si direbbe. Eppure, in una visione più spregiudicata della realtà letteraria, una visione secondo la quale i romanzi hanno una certa importanza poiché sono legati alla vita di chi li ha scritti. Non tessute a mezz'aria da creature incorporee, ma lavori di uomini o donne che soffrono, legati a cose volgarmente materiali.

Quella di Una stanza tutta per sé è il racconto di svariate storie, storie realmente accadute, racconti di vita o di morte di autori e delle loro storie. Non un prodotto finito, ma il processo, il divenire del pensiero in tutte le sue tortuosità. Una serie di gesti agitati che vietano la compiacenza, la sicurezza, la chiusura mentale, avvolti quasi in una cortina di mistero, solitudine e insoddisfazione, che si stanza in un grande e magnifico periodo del secolo. 

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Carrie

Autore: Stephen King

Casa editrice: Bompiani

Prezzo: 17, 00 €

N° di pagine: 212

Trama: Carrie è un'adolescente presa di mira dai compagni, ma ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, quello che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione che nessuno potrà mai dimenticare. Dal romanzo è tratto il film "Lo sguardo di Satana".


La recensione: 

La possibilità di imbrattare le mie piccole mani di sangue, di compiere gesti o azioni sconsiderate che non sarebbero state lavate nemmeno con i più igienizzanti detergenti, giunse sul finire del mese di Marzo, con una ragazza di soli sedici anni avvolta in un sudario di oppressione e incertezze. Carrie, il suo nome, era un adolescente di soli sedici anni, che giunse <<all’età adulta >> tardivamente, a dispetto delle sue coetanee, e già col il peggior dei casi. Solidificare il suo povero ed esile corpo, in una poltiglia rossastra che sarebbe stata oggetto di scherzo, derisione per i suoi << amici >>. Carrie, spaventata e inconsapevole dei primi sintomi femminili, sentiva che aveva un gran bisogno di essere capita. Un incubo che aveva assunto le fattezze più orride.

La ricerca individuale in cui l’uomo è soggetto a continue ripercussioni, a gesti o azioni che inevitabilmente lo inducono a comprendere, capire il mondo osservandolo da tutt’altra visione, e quella della conoscenza è l’unica che vale la pena perseguire specialmente se essa implica quella individuale. Si crede di sapere, ma in realtà sappiamo solo quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che proviamo. Perché, in verità, tutto ciò che ci appare reale potrebbe non esserlo, e viceversa.

Stephen King, quando concepì questo romanzo, lo estrapolò dal suo genio intellettivo e lo scrisse solo per diletto, in quanto consapevole di ciò che avrebbe suscitato una storia come questa: tentò di affrontare il tema della disuguaglianza, del bullismo adolescenziale, della repressione sessuale o del fanatismo religioso, con notevole lucidità, tema per il quale ai giorni nostri non vi è ancora alcuna << cura >>.

Ma dinanzi a tali tematiche, credo, bisogna stare attenti a non incorrere nella possibilità che quello che si scrive, si pensa, possano indurre a chi legge, o chi scrive a dover reclinarsi dinanzi a forze esterne. Carrie, all’epoca, non fu ben accolto. La storia di una ragazzina impaurita del suo mutamento fisico fu oggetto di critica per quei poveri disgraziati che, giorno dopo giorno, vivono in prima persona l’odio sociale mosso da intenti egoistici, tragici, utilizzando il potere della telecinesi come metafora di rabbia repressa, alienazione a forme di mancato controllo. Una figlia di carta che non fu ben accolta nemmeno dal suo creatore, che il giorno dopo la getterà nel macero, confortata e accudita dalle amorevoli cure di una madre, la madre di ogni scrittore, intestardita a voler diffondere l’eco di questa storia al fine di confondersi tra la folla. Non divenendo quel caso a sé, quella voce che, una volta ascoltata, sarebbe stata dimenticata, quanto ricordata per la sua tonalità. Il suo apparire o essere diversa.

Era ovvio che ci fossero disseminati alcuni rapporti scientifici estratti dai libri di Lovecraft e Stoker, in quanto l’orrore strutturato all’interno della quotidianità di un adolescente, si collocasse nel contesto delle lotte per l’affermazione di genere, con prototipo un’adolescente che per l’ennesima volta cerca la sua identità. Ma forma ambivalente di emozione, nel quale l’ossessione per il concetto di proprietà, quel voler definire i caoni individuali che avrebbero sovvertito ogni possibilità di redenzione, è una forma non propriamente usuale di far capire le cose.

Ma se ci pensiamo, Carrie nacque nei primi anni 70. La sua storia, il suo continuo e ripetuto modo di rovesciarsi nel sangue, in una fanghiglia di insoddisfazioni morali e malesseri fisici è anche forma di degrado, disintegrazione psicologica nel quale niente appare per caso, niente e nessuno può togliere o lavare come uno sbuffo di vapore in un vetro lindo. Perché ognuno di noi è soggetto a gesti impuri, atti o azioni che possano violare l’identità, lo stato verso il quale ogni essere umano ha diritto o dei doveri. E la sua psicologia, il suo modo di approcciarsi a ogni cosa, gettandosi persino nel fuoco del possibile, se necessario, identificandosi in un corpo che non può essere corpo finchè non lo è o diventa del tutto.

Scrivere implica a poter rivelare, evidenziare anche una vaga possibilità di essere coscienti di se stessi, in ogni momento, luogo o pensiero, e porre quelle giuste attenzioni che possano renderci consapevoli o attenti di ogni cosa. Stephen King, all’epoca del suo esordio, fu inconsapevole che questa sarebbe stata quella pietra capace di trasformare, al solo contatto, il ferro in oro. Una pietra che la moglie ha deciso di poter trovare, che slegandosi dalla realtà circostante si è però attaccata alla vita di una ragazza, una piccola creatura, che inconsapevolmente si inerpicò lungo una strada, un sentiero che, sebbene le difficoltà, sarà una forma necessaria. Una forma atipica di conoscenza del proprio Sé, critica dei valori culturali finalizzati alla nascita, alla crescita di un essere infinito in un cammino interiore che, pur quanto possa essere sembrato semplice, ha lasciato un sentore di sofferenze concentrate sulla sua unione, come cura di tutto, liberazione di ogni cosa.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Diario di una lady di provincia

Autore: E. M Delafield

Casa editrice: Neri Pozza

Prezzo: 9 €

N° di pagine: 192

Trama: 

È una madre completamente pazza dei suoi figli, ma a volte la sfiora il sospetto che i suoi "dolci bambini" siano totalmente sprovvisti di senso artistico, visto che ascoltano canzoni come Pazzo pazzo Izzy Azzy riprodotte per la bellezza di quattordici volte consecutive al grammofono. È una moglie fedele e devota, ma a volte la sgomenta il comportamento di suo marito. È un'attenta lettrice, ma di tanto in tanto le capita di fare commenti intelligenti su un romanzo come Orlando finché non lo legge, e si rende conto di non capirci un fico secco. È una casalinga senza macchia e paura, ma le accade spesso di offrire ai suoi ospiti pollo e patate crude. È una donna mondana, capace di stare in società, ma, invitata a una soirée letteraria, le capita di scambiare un'ispettrice sanitaria del governo, vestita con una specie di tappezzeria blu, per il perverso autore di "Sinfonia in tre sessi". È una madre che si sforza di non essere ansiosa coi figli, ma non può fare a meno di confrontare i capelli di sua figlia con quelli di altri pargoli, per scoprire che non esiste al mondo nessun altro che li abbia così dritti e spioventi come la sua bambina. È, insomma, la nostra cara, inarrestabile Lady di provincia, capace di assecondare il marito brontolone e accudire le sue piccole pesti organizzando feste, disastrosi pic-nic sotto la pioggia, esilaranti incontri parrocchiali.


La recensione:

Dramma familiare. In mezzo a certe commedie del cuore, fra mura domestiche favolosamente linde, profumate, in mezzo a pile e pile di libri che torreggiano al mio fianco come sentinelle silenti e guardinghe, sento a volte un trambusto. Poi i passi di qualcuno che lentamente si avvicina. Quando volto lo sguardo per vedere, osservare chi è l’ospite sconosciuto, non intravedo in una cortina fumosa di parole, inchiostro, la presenza di qualcuno. A volte i miei occhi miopi necessitano di una manciata di minuti per abituarsi, scrutare ogni cosa. Poi, ecco come tutto diviene più chiaro o nitido. L’avvento di questa nuova presenza, avvolta in una figura piccola ma elegante, stava di guardia nel centro della mia stanza, in corrispondenza della mia libreria, pronta a concentrarsi sulla vita di una piccola figura - la sua figlia di carta e inchiostro - che pur quanto le apparenze sembravano diffondere tutt’altro messaggio, stava crescendo e diventando quella splendida pianta dotata di una certa forza. Quell’energia dentro la materia.

La storia di una donna di provincia, amante della scrittura, della letteratura, delle parole, di quel imprescindibile arte del sapere che mi raccontò di una figura - il suo alter ego -, in una campagna inglese dei primi anni ‘30 ancora sonnolente, avvicinandosi semplicemente e chiedendomi se potevo condividere questo segreto con lei. E, da grande amante della scrittura, non ho potuto non accettare questa sua proposta senza nemmeno pensarci.

Ma cosa fare quando ci si guarda attorno e constati come la tua vita sia così inutile e inappagante? Sei sdraiata sul tuo morbido letto e non ce la fai a non vedere nei romanzi una via di fuga? Una porta che porta dritto dritto alla felicità? Mi rendo conto di quanto sembrino smielate, inutili queste parole, troppo tardi per cancellarle dalla sabbia dell’eternità, e così tutto quello che ci resta è rimuginare, lasciando che i nostri pensieri vaghino come meglio pare. I ricordi che assalgono, sensazioni in cui diviene impossibile distinguere la realtà dalla finzione, un mondo visibile in bianco e nero. Nel momento in cui ci si ferma a pensare ci si riconosce per chi effettivamente siamo: uomini che camminano e che hanno passato la vita attraversando a piedi la città. Ripercorrendo luoghi dove negli anni si ha parcheggiato il proprio corpo e nel quale ben o male riconosciamo una parte di noi stessi.

Fra pensieri sparsi, cuciti, con la paura di ciò che potrebbe succedere se ci si lascia andare, codificati in una litania di fatti, eventi concreti tradotti in situazioni concrete, in modo tale da dargli un giusto viatico verso il luogo dove le parole devono andare, Diario di una lady di provincia è l’accurata registrazione umoristica di atti o gesti di vita quotidiana che la sua autrice scrisse ispirandosi alla sua vita, dallo stile brillante, moderno, autoironico che anticipa la narrativa basata sull’idea di scrivere come congiunzione all’anima, all’essere. Nel quale l’idea di congiungere realtà o finzione, invitando chi legge a ridere delle proprie disgrazie quotidiane e osservare con distacco critico le concezioni sociali, è un buon modo per non lasciarsi consumare letteralmente da dentro. Immagini, significati che toccano, sembrano qualcosa da cui si trova sollievo. Eppure questa breve “biografia” altri non è che il grido disperato di unna donna sola e insoddisfatta, lanciato dalla soglia della sua insoddisfazione morale, qui riportate come un accesso di risate sincopate e improvvise.

Una prosa che suona però divertente, semplice ma appassionante e seducente, scritta con frasi che sono state ripescate dal di dentro, da dentro l'anima dell'autrice, con quel l'accumulo di ricordi e percezioni che si portò nel corpo e che quasi sempre ci lasciano boccheggiare. In cosa si nasconde la sua suprema essenza?

La lettura di un diario, una raccolta di pensieri più profondi abbacinano quasi sempre con estrema cura la mia anima, nel rievocare certi eventi attraverso la parola scritta come qualcosa di estremamente potente: un gesto spontaneo, volontario. Questo libriccino, però, non essendo indimenticabile né tantomeno meraviglioso, è una proiezione egoistica del desiderio di un anima semplice ma solitaria e appassionata, che nasce ma non giunge mai a piena maturazione. Una dolcezza velata di tristezza e sconforto, sfumata o celata dall’ironia di certi gesti che vanno a cercare sentimenti nascosti nell’intimo.

In un mondo che brucia ai nostri occhi, le cui immagini hanno il colore scuro di una nuda parete di cemento, da cui si tenta di fuggire grazie alla gioia di catturare il pensiero astratto su carta, urlando dinanzi all'ignoto, lanciandosi all'assalto dei propri dolori, pur di illudersi di non sentirsi più soli o incompresi. Condividendo la passione per la scrittura come un modo per esorcizzare le paure, affacciandosi alla finestra di un mondo che non mi appartiene ma cui non ho potuto fare a meno di identificarmi, Ritratto  semplice ma straordinario che ci induce a guardarci nel più intimo del nostro essere. Indirizzato non solo a me, a un'unica destinataria, ma anche al fantasma della stessa scrittrice, denudandosi davanti ai fantasmi del passato che attendono avidamente.

Una storia che non esiste naturalmente per essere una semplice storia a se stessa, ma una specie di mezzo verso il cuore di una creatura umana.

Una fiaccola da cui scintillano le valorose gesta di un entità pronta ad amalgamarsi e ad implodere, che ci parla di vita, di amore, di diversità, in una realtà quasi sempre scomoda, fastidiosa di chi è desideroso d'amore, di essere compreso.

Valutazione d’inchiostro: 4

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