lunedì, agosto 10, 2026

Sei gocce in sei giorni: romanzi vissuti in poco tempo 2°

Ci si abitua a condurre un certo stile di vita - ad essere me stessa - senza alcuno sforzo. L’impegno che ripongo a tutto quello che faccio, alle letture che vivo, alla scrittura di testi che popolano la mia coscienza, derivano da un unico elemento: l’amore che riservo, giorno dopo giorno.

Non vi è occasione che possa annoiarmi, che possa cadere preda di tormenti, turbamenti dell’anima in cui è poi la stessa a “pagarne” il prezzo. Non c’è mai stato bisogno di dire niente, né tantomeno dimostrare qualcosa. Basta che chiuda gli occhi, mi concentri e osservi tutto ciò che ho dinanzi lasciando che i pensieri restino tali, non impuri, registrandoli su carta nell’immediato, non apprezzando esclusivamente l’atto in sé quanto l’emozioni o le sensazioni che trapelano. Questa settimana in cui ho potuto dedicare la lettura di questi sette testi è passata in un soffio, con i giorni all’insegna del caldo, del mare, del sole, ma anche del lavoro e della routine, scanditi da un preciso ritmo che, con la sua regolarità, non lascia spazio o adito ad alcunchè. Tutto era previsto, organizzato. Queste letture erano previste, ma ciò che non avevo previsto era ciò che avrebbero aggiunto al mio cuore. Un guazzabuglio di sensazioni altalenanti, forti, vivaci e colorate, che hanno occupato gran parte della mia quotidianità..


Titolo: Lettera di una sconosciuta

Autore: Stefan Zweig

Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 11 €

N° di pagine: 96

Trama: "A te, che non mi hai mai conosciuta": è questa l'intestazione della lettera che, nel giorno del suo compleanno, riceve un romanziere viennese, un quarantenne di bell'aspetto a cui la vita ha offerto i suoi doni più ambiti: la ricchezza, la fama e un fascino "morbido e avvolgente" a cui è impossibile resistere. "Ieri il mio bambino è morto": così esordisce la misteriosa scrivente, e continua: "adesso al mondo mi sei rimasto solo tu, tu che di me non sai nulla". Quando lui leggerà quelle righe, lei sarà già morta: per questo, solo per questo, concede a se stessa di raccontargli la propria vita la vita di una creatura che per più di quindici anni (prima bambina, poi adolescente, e poi donna) gli ha votato, "con la dedizione di una schiava, di un cane", un amore "disperato, umile, sottomesso, attento e appassionato", senza mai rivelargli il proprio nome, senza mai chiedere nulla, ottenendo in cambio solo poche notti d'amore e portandosi dentro un unico, struggente desiderio: che incontrandola, almeno una volta, la riconoscesse. Ma quasi sempre il volto di una donna rappresenta per l'uomo "solo lo specchio di una passione, di un gesto infantile, di un moto di stanchezza, e svanisce altrettanto facilmente di un'immagine allo specchio". E il destino di lei è stato di non essere mai riconosciuta. La descrizione di un labirinto di amore assoluto, un ritratto di donna ardente e viva e, al tempo stesso, immateriale come "una musica lontana".

La recensione:

La storia, almeno da lontano, era di quelle che avrei anche potuto lasciarmi scappare. Un romanziere viennese, un quarantenne di bell'aspetto a cui la vita ha offerto i suoi doni più ambiti: la ricchezza, la fama e un fascino "morbido e avvolgente" a cui è impossibile resistere, riceve la lettera di una donna facoltosa, prima che la loro vita si intreccia in un sudario di possibilità ed eventi.

Dopo che, ad inizio anno, accolsi Clarissa e la sua splendida storia, questo piccolo racconto prevedeva nient’altro che l’estratto di una forma archetipa di psicoanalisi agganciata alla rivoluzione nel quale lo scrittore penetrò nelle passioni monomaniacali divoranti che condussero alla subliminazione della mente in una società in cui vige il tabù del sesso e quindi incline al fascino proibito. Uno scontro cruento fra libertà, doveri sociali e stimoli è considerato come un piccolo miracolo che raffigura alcune delle ideologie che l’autore consacra. Disorientato dal mostruoso impeto dei fatti, sostenne che l’individuo fosse coinvolto in  scelte incompiute in accordo con i suoi bisogni.

La noia americana, generalizzando il male del secolo, comportò delle forme isteriche, inquiete, aggressive che divorarono questo suo modo di fuggire dal presente. Ma dall’America è stato possibile attingere quella uniformità, individuare ogni volontà come forma monotona, adempiendo a dei doveri morali che lo rendono se stesso. Chi avrebbe condiviso le sue stesse sofferenze era come rivolto alla sua musa, il ruolo della poetica nell’arte, la funzionalità di essa nella formazione, così profetica a sovvertire questo mondo di certezze pigramente convenzionali e gerarchici che contribuirono a forgiare la solidarietà dello spirito.

Walt Whitman proiettò la sua energica forza nella possibilità di abbracciare quella sublime poliedricità umana che anziché condannare il prossimo, altri suoi contemporanei, come Heinrich Hertz, avrebbero indicato la vita allo stato nazionale. Da questo presupposto Lettera di una sconosciuta svela il malcontento dell’autore austriaco nel rinnegare ogni ideologia che potesse sabotare quelle forme convenzionali per cui i suoi interessi cosmopolitani e mitteleuropei, riconoscessero l’ebraismo illuminato mediante alcune forme della Belle Epoque, non affermando quel diritto di autodeterminazione del popolo ebraico, perché la vera patria era quella della lingua e della cultura tedesca.

Una vigorosa fede nell’epoca moderna, un inno alla collettività funsero da antidoto al decadentismo scettico della giovane Vienna.

Le figure che ci attorniano ispirano queste forme culturali che indurranno a una retrocessione all’estetismo chiuso portando un soffio di ottimismo e universalità cosmopolita. E lo scrittore, come intellettuale e uomo di cultura, deve restare fedele alla verità e alla fratellanza umana, sopra le parti in conflitto e la difesa di una cultura comune capace di unificare ogni cosa anziché diversificarla.

Questo romanziere dibattuto dalla volontà di vivere e quella di sopravvivere pur quanto aspira a una visione ottimale di cambiamento sa di essere privo di libertà, di sicurezza, in quanto come un erudito della Bibbia prevale maggiormente nella comunità del ricco e dell’ebreo. Perchè incapace di confrontarsi, isolato a divenire quel confidente che possa dare adito a ogni suo talento, al calore, all’euforia, sempre costantemente alla posta e al seguito delle tracce di un’avventura fino all’orlo dell’abisso, carico di passionalità come un giocatore freddo, calcolatore e pericoloso, riflette i paradigmi di una visione critica ma non negativa del pensiero zweighiano. Quanto virando all’educazione, alla comprensione, alla reciproca educazione.

Nell’ennesima tragedia nietzschiana che è un monodramma in cui pone se stesso, si espone alla vita con quel senso di libertà mediante cui può esprimere se stesso. In prossimità di una purezza austriaca che ha raggiunto la purezza cristallina perché attratto da quella dolce musica che è proveniente dalla sua amata Vienna, in un mondo che era immerso nel sonno e da cui l’anima a tentoni cerca di scorgere ogni cosa mediante molteplici esperienze.

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: La bellezza intatta di Rosalind Bone

Autore: Alex McCarthy

Casa editrice: Neri Pozza

Prezzo: 17 €

N° di pagine: 160

Trama: Catrin Bone vive nel villaggio gallese di Cwmcysgod con la madre Mary, una donna spigolosa e solitaria. Cwmcysgod, tetti di ardesia, piccole case a schiera annidate sul fianco di una collina, una fabbrica abbandonata, è un paese immutabile, sempre uguale a sé stesso, in cui i vicini spiano la strada da dietro le tende appena scostate e aspettano sera seduti sui bidoni nei cortili. Catrin dorme nella stessa stanza che è stata di sua zia, Rosalind Bone. Da quando ha memoria, ha sentito raccontare storie sulla sorella di sua madre, una ragazza a detta di tutti di una bellezza straordinaria ma, secondo i piú, fredda ed egoista. Egoista al punto da aver abbandonato il paese, in una notte di ventisette anni prima, senza lasciare nemmeno un biglietto. In fuga, come una criminale. Di lei rimane soltanto una fotografia, in fondo a un cassetto che Mary tiene ben chiuso come a volerne contenere l’influenza malefica. Rosalind era bella, e Mary non lo era. E solo dopo la scomparsa di Rosalind il paese si era accorto della sua esistenza, lei che era rimasta all’ombra di quella bellezza eccessiva, ingombrante, pericolosa. Ma Catrin, sedici anni quanti ne aveva Rosalind l’ultima volta che è stata vista, sente irresistibile il richiamo della foto di quella giovane donna che non ha mai conosciuto, e la guarda di nascosto ancora e ancora. Poi un giorno la ragazza soccorre una vagabonda, accasciata contro un muro. È in condizioni pietose, lurida e coperta di stracci, dice un’unica parola: «Fuoco». Nessuno la conosce. Nessuno si fa avanti per reclamarla. Le notizie sul suo stato di salute provocano nella gente del villaggio tutt’al piú reazioni di circostanza. Solo Catrin veglia al suo capezzale, aspettando che la sconosciuta riprenda coscienza. Ma gli abitanti di Cwmcysgod temono quel risveglio; sentono avvicinarsi la resa dei conti con i peccati del passato. Perché ci vuole un villaggio intero per allevare una bambina, per rovinare una donna, per nascondere qualcosa di orribile e guardare dall’altra parte.


La recensione:

I primi squarci di un alba luminosa ma già calda rivelano i primi segni o i sintomi di una grande pujia, una << cerimonia >> a cui sono particolarmente legata del lavaggio dell’anima. Alle sei e mezzo, dopo aver consumato una frugale colazione, in quel santuario magico che è la mia camera, apro un libro, mi immergo fra le sue pagine al punto di perdere la cognizione del tempo. Sola interruzione, il fruscio delle pagine che scorrevano ai miei occhi come un inarrestabile flusso, prima che la realtà potesse ridestarmi da questo sogno letargico. Il sogno in cui ero sprofondata - da cui ho potuto poi concludere in altri due immersioni - era quello di un sole glorioso i cui raggi luminosi non poterono giungere non più lontano del tocco della sua autrice. La cerimonia di un lavaggio spirituale, a cui si sono attorniati tante altre anime, che previde lo stare a osservare ciò che era palese, veritero ai nostri occhi. Il pettegolezzo, la chiacchera, che come una macchia d’olio si diffusero fra le viuzze di una città anonima dell’America dei giorni nostri, propose un tema su cui ci sarebbe tanto da discutere. Un dibattito che è ancora in discussione, volto a lettori di ogni fascia, sesso o razza, nonchè occasione di instillare ad ognuno qualcosa i cui rintocchi sovrastassero quel silenzio ovattatao che, predominando su tutto, aveva invaso persino le mie orecchie.

La venuta di questa ragazza, Rosalind Bone, e la sua bellezza intatta non occupò non più che un piccolo spazio dal quale ho potuto discostarmi dopo aver reso concreta, conferito certezze a quelle che furono le ragioni che spinsero la sua autrice a portarmi in questo posto. Isolata qui, in mezzo alle colline di un piccolo paesino dell’America, fra gruppi di stranieri, gente comune che desiderosi di potersi liberare, lavare l’anima da ogni nefandezza, ogni peso, aspiravano ad essere ricordati, esattamente come prima di loro fu per Rosalind Bone. La rinunciata, la dimenticata. Quella che, in un altra vita, non avrebbe destato così tanto fascino affinchè la sua figura, così vacua, potesse familiarizzarsi con l’idea della morte. Condinzionata dalla massa dei suoi concittadini che dopo questa vita sarebbe potuta tornare a viverne un’altra, ma non necessariamente umana. Ognuno col proprio carico di meriti e demeriti - il fato forse sarebbe stato più comprensibile.

L'eco di parole così lontane nel tempo svanì a poco a poco. Una fitta nebbia cominciò a diradarsi pian piano, nel momento in cui io decisi di inoltrarmi fra le erbacce e la sterpaglia frondosa di un vecchio villaggio nell’America dei giorni nostri. Sapevo che qualcuno avrebbe seguito questa mia avanzata lenta da quando avevo deciso di leggere di Rose e della sua stramba storia.Una ragazza dall'aspetto semplice e verginale che mi guidò fra i meandri di un villaggio vecchio e sporco. Dall’aspetto opulento, vago nel quale non ho scovato rifugio né tantomeno fascino, fra atti di generosità che hanno il gusto del peccato.

La bellezza intatta di Rosalind Bone, romanzo d'esordio di un'autrice inglese di cui non conoscevo l’esistenza, rientra in quella categoria di romanzi in cui al termine della lettura mi trovo in balia di sensazioni particolari. Incerta, sconcertata, in preda a sensazioni che non riesco nemmeno io a dar voce, saldamente convinta che esistono storie capaci di lasciarci davvero senza parole.

Non ho idea se tutto questo ha a che fare con la sofferenza che è stata inflitta a un cuore giovane e puro, qualche tempo fa, quella condizione di malessere che non ha alcun fondamento logico, dettata dagli incauti sussulti di un anima romantica. Eppure, quando sono soggetta a simili torture chiudo spontaneamente la porta della mia stanza sul mondo isolandomi con persone che profumano di carta e inchiostro. Indugiando con lo sguardo più del necessario, origliando cose che non avrei dovuto ascoltare, intrufolandomi come una ladra fra le scalcinate mura del loro cuore. Ho temporeggiato così tanto con Rosalind, che la sua figura mi ha bruciato nella mia testa come una fiamma vivida e bellissima. Respirando la sua essenza come una frescura dell'aria.

Un racconto in cui il silenzio si prolunga per quasi tutto il romanzo, che appassiona e in parte sconcerta, inducendo a ricordi vaghi che assumono contorni incerti e colori poco nitidi. Affascinata ho letto di Rosalind e della sua triste storia, nonostante non possedesse niente di più affascinante a dispetto della mia, e, dopo averla salutata nell'ultimo paragrafo, nella mia stanza ho chiuso gli occhi e immaginato come mi sarei comportata io al suo posto.

Un romanzo asciutto e asettico, ma stimolante e incalzante che nonostante tutto mi ha trasmesso piacevoli sensazioni. Fra lugubre e sciatte stanze, memoria di una vita lontana priva di ambizioni e sfortunata come i protagonisti dickensiani.

Valutazione d’inchiostro: 3+

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Titolo: Il monaco che vendette la sua Ferrari

Autore: Robin Sharma

Casa editrice: Tea 

Prezzo: 12 €

N° di pagine: 176

Trama: Julian Mantle è un avvocato di grido, potente, ammirato, ma anche incalzato dallo stress, dal bisogno di nuove esperienze e da uno strisciante sentimento di insoddisfazione. Quando un attacco cardiaco lo costringe a fermarsi, la sua vita ha una svolta: Julian lascia tutto - compresa la sua amata Ferrari, simbolo del suo successo - e parte per l'Himalaya. Quando torna è un altro uomo: vitale, saggio, libero, felice. È un uomo nuovo, che ha scoperto un segreto e che vuole condividerlo col mondo.


La recensione:

La seconda stagione della mia vita, una specie di rinascita, avvenne nel lontano 2021, quando una piccola ma non esile ragazza divenne donna, più consapevole ad osservare un mondo che aveva assunto delle tonalità accese, e con questo contribuì a mantenere il suo ruolo in continuità di un sistema sociale che annichilisce e annulla ogni forma contorta di libertà e avanzamento. Questo, l’anno 2021 intendo, fu quel periodo di cui la storia - non solo io, badate - rievocherà nei suoi voluminosi libri. Chi vivrà dopo di me, chi leggerà queste pagine, come una profezia assisterà a quei numerosi tentativi di perseguire alcuni metodi, come la ricchezza interiore, preservando all’epoca la salute come una reliquia sacra. Il piacere di assaporare la vita in ogni aspetto, da ogni forma e sfaccettatura, con leggerezza e semplicità perché leggerezza a volte non è sinonimo di superficialità. Quanto abbracciare la vita, se non viverla completamente, diversamente. Dopo di questo, non resta altro. Quando il sistema è sobbarcato da entità superiori, supreme, che dominano e predominano su ogni cosa, persino sulle nostre coscienze, subentra la stagione del distacco, dell’avanzamento a tentoni. Il poter << andare >> a tentoni, lungo una strada, un cammino che qualcuno ha sbrigliato come una matassa inestricabile ai miei occhi.

Per ultimo ma non meno importante, ho abbracciato la lettura di questo saggio di crescita personale in cui la libertà di azione, di pensiero, coincide con quella di poter diventare semplicemente diversi. Migliori o peggiori, a seconda dei casi, l’uomo si fa promotore di una filosofia nel quale simbolicamente ha bruciato alcune tappe della sua vita, ha svelato ogni suo segreto e desiderio, cercando così nella pace della sua solitudine, in ogni squarcio o momento quella scintilla, quella fiamma ardente che avrebbe reso realizzabile ogni cosa. Era il mondo dei mutamenti, dei cambiamenti, l’oceano della vita e della morte.

Questo piccolo saggio di crescita personale, anzi, questa autobiografia di un uomo che fece degli insuccessi i suoi successi, mi incuriosì tantissimo sin dal primo momento in cui ne sentì parlare. Ed evitare di non leggerlo sarebbe stato davvero impossibile! Perché? Perché questo romanzo sembrava rispondesse completamente alla mia anima. Come? Ponendoci delle domande la cui anima immediatamente risponde, forse apparentemente spaventoso, folle, sconclusionato, ma consapevole che da certi sacrifici avrei tratto profitto.

Personalmente ho sempre strutturato la mia vita con zelo e disciplina. Da grande amante di svariate attività – non solo la lettura -, mi è sempre piaciuto dedicare del tempo a me stessa, in qualunque momento della giornata, non temendo all’idea che quella particolare attività avrebbe soppiantato tante altre, ma incrementato il mio curriculum di crescita personale. Bene, Robin Sharma come Hal Elrod aveva le risposte. E sulla medesima scia di quest’ultimo, forse perché letto tardivamente, il suo romanzo non mi fece letteralmente aprire gli occhi nel vivere le mie giornate, soprattutto quelle prima dell’alba, con una marcia in più, perché questo processo, questa filosofia era già stata attuata. Una scelta consapevole che mi premuro ad abbracciare, soddisfare ogni giorno. Ora che anche io avevo una mia Morning routine. Un sorriso stampato sulle labbra spicca sulle mie labbra, quasi ogni giorno. Il mio umore libero da pensieri ingombranti e pronto a essere stimolato, prima che la settimana o la giornata lavorativa partisse. Sembrava fosse l’analgesico che cercavo. Quell’unguento magico che ha placato la mia anima. 

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: Quando Helen verrà a prenderti

Autore: Mary Downing Hahn

Casa editrice: Mondadori

Prezzo: 11 €

N° di pagine: 189

Trama: Molly e suo fratello Michael non sono mai andati d'accordo con la sorellastra Heather, una bambina di sette anni che li accusa sempre ingiustamente, seminando discordia tra i genitori. E le cose precipitano quando la famiglia si trasferisce in una vecchia casa di campagna, al confine con un cimitero: Heather sostiene di parlare con un fantasma di nome Helen, a cui sembra legata da un terribile segreto... e minaccia i fratelli: «Quando Helen verrà a prendervi, vi pentirete di tutto quello che mi avete fatto»


La recensione: 

Non sarebbe stato necessario aprire blogger, riempire l'ennesimo foglio bianco che abbia per protagonisti degli orfani. Non sarebbe stato necessario osservare tutt'attorno pur di scovare una via di fuga, in un luogo in cui ho potuto sedere in silenzio, formando e ritornando su supposizioni colorate e stravaganti. Be, se questo è un processo che avviene saltuariamente da qualche settimana, certamente un motivo ci sarà. E, per quanto mi riguarda, risiede nella semplice supposizione che ogni testo stampato nasconde un messaggio. Già il suo titolo prevede allitterazioni, enunciazioni impensabili. E, nel tutto, un messaggio che ha una sua particolare importanza. Non si riesce a distinguere il vero dal falso. Non conosciamo ancora le ragioni per cui questa Helen fosse così accanita. Il che significa che questa esperienza, questo mio esserci ha a che fare con alcuni idiomi tipici della religione, la letteratura fantastica, il concetto di nuovo che si mescola al vecchio e al profano. Oggi si è perfettamente consapevoli di quali effetti sortisce certi romanzi. E ora? Beh, vi garantisco che fin quando ogni nodo non andrà al pettine vi sembrerà di impazzire. 

Cosa si fa dunque a questo punto? Naturalmente fiondarsi nella lettura di questo volume, che sebbene volto prevalentemente a un pubblico giovanissimo, consolida il desiderio di questa povera e disgraziata ragazza a riabbracciare la vita… o forse no?!? La stabilità, la protezione che cerca forse sarà finalmente raggiunta. Reduce inebetita dalle disgrazie della vita, maturata in mezzo a bugie e dubbi che, come una paralizzante lacuna, impersona una sottospecie di crudeltà tipica della vita la quale prevede disgraziatamente ogni persona, ogni individuo esistente sulla faccia della terra, di cui ci si intestardisce a non credere. 

Colpa della mia incredibile curiosità. Per forza. Non poteva che essere così. Mica poteva essere stato qualcos'altro. Perché, mi dico, nel mentre ripongo queste poche righe, se non fossi stata allettata dalla copertina tutto questo non ci sarebbe.... Ma è pur vero che grazie alla curiosità ho letto e amato un mucchio di romanzi. Purché un romanzo sia ricordato, diventi il tuo preferito, deve discostarsi dai canoni del già visto o memorabile. Per me che ho superato da qualche tempo l'età infantile, non ho in ogni caso rinunciato alle proteste intellettuali, all'urgenza di altre letture. 

Quella di leggere un romanzo appassionante ma fin troppo semplice è certamente stato l'intento più difficile che mi sia mai capitato. Non tanto per il comprendere; le vicende della disgraziata Helen è una ventata d'aria fresca, quanto per la banalità di certi temi trattati. La facilità a ricondurci alla concatenazione di eventi che non si prestano più di qualche pagina. Dal primo capoverso, con un modo particolare di interpretare le cose frustando ogni tentativo di pacificazione, solidificandosi fino a diventare il nocciolo dell'intero romanzo. 

La forza, il coraggio, l'amore intrinseco e imprescindibile, la lotta fra il Bene e il Male per la sopravvivenza riescono così naturali che tengono testa agli scrupoli indotti da ogni entità o avversità. 

Ed è stata una fortuna riscontrare tutto questo. Trovarsi qui, con le ferie alle porte, riflettersi in uno specchio distorto da realtà diverse, non meno dei ruoli svolti dagli individui che, in un unico insieme, trattengono nel palmo d'una mano. 

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: Pomi d’ottone e manici di scopa

Autore: Mary Norton

Casa editrice: Mondadori

Prezzo: 13, 90 €

N° di pagine: 208

Trama: Per Carey, Charles e Paul si prospetta un'estate ben noiosa, mandati a stare da una vecchia zia che non sorride molto, con una domestica anziana e severa in una casa enorme, dal giardino senza fiori. Ecco perché i giorni passano lentissimi, tutti uguali l'uno all'altro! Ma il giorno in cui Miss Price cade dalla scopa, per i tre ragazzi comincia la più incredibile delle avventure. La loro vicina di casa, infatti, è nientemeno che un'apprendista strega, anche se i suoi incantesimi non sempre funzionano come vorrebbe. Tra la matura signorina e i piccoli vicini si stabilisce subito una grande amicizia, e sarà grazie al pomo di ottone di un letto, stregato da Miss Price, che i quattro faranno i più straordinari viaggi nel tempo e nello spazio. E chissà che, viaggiando viaggiando, l'incerta e titubante strega non finisca per trovare nientemeno che l'amore... L'avventura che chiunque vorrebbe aver vissuto in un romanzo che, grazie anche al celebre film Disney con Angela Lansbury, ha lasciato un segno indelebile in generazioni di ragazzi.


La recensione:

Da bambina i libri erano per me mondi sconosciuti. Quella carta bianca, stampata, quell’inchiostro rovesciato che profuma ancora di fresco, non erano così indispensabili come adesso e solo quando fui più grande divennero quella forma di sostentamento di cui adesso non riesco più a fare a meno. Non c’è bisogno di grandi parole per dire che, certi amori, quando arrivano, ti colgono alla sprovvista. Credevo che tale situazione accadesse con questo piccolo romanzo, ma al di là di semplici sorrisi di circostanza, ha rifiutato qualunque intervento di amore o slanci di affetto. Perché sin dal primo momento in cui vi misi piede non avvertì quel senso di calore, completezza che generalmente certi romanzi trasmettono dal primo sguardo.

Fu così che sul finire di un mese statico ma afoso, lasciai la mia stanza e respirai a pieni polmoni l’aria satura di storie di un ragazzino, un gigante, di cui ama cibarsi, in cui ho immaginato avrei lasciato segni del mio passaggio arrivando dove esattamente desideravo arrivare: dritto dritto al suo cuore. Il tono era piuttosto quieto e sereno. Il profumo dei libri che piacciono tanto all’autrice di questo piccolo libriccino invase le mie narici che si mescolò alla nebbia mettendo un velo di vicinanza fra me e le figure ritratte in queste pagine. Ma solo per poco tempo, prima che la generale malinconia che grava tutt’attorno, la mancanza di pathos  non conciliano con l’idea di trarre una storia che ti induca a scoprire la bellezza delle cose, riconoscendo se stessi, la bontà dei sentimenti umani, aspetti invisibili che in poco tempo divennero visibili.

Il gracchiare vivace della sua autrice si era mescolato a quello di un gruppo di bambini, tre fratelli, a cui era stato riservato un Destino crudele e inconcepibile, assieme alla magia per cui non avrei potuto nutrire sentimenti forti e inviolabili. Ma vivere sulla pelle il brivido di un’avventura che ha funto da piacevole distrazione, per una manciata di ore. C’èra una certa agitazione in questa lenta processione dei protagonisti nella luce ancora incerta di una storia che mi sfilò dinanzi agli occhi come una sagoma bianca, solitaria e silenziosa.E, nell’insieme, una bellina celebrazione dell'amicizia, dell'amore e dei sogni che non si è impressa nella mia mente, con prepotenza e impetuosità, poiché il romanzo non è portatore di speranza e ottimismo, ma  la raffigurazione perfetta delle gesta di tre ragazzini determinate e testardi, la cui missione è quella di non risiedere alla mercè della loro fin troppo severa zia la cui unica colpa risiederà  nell'aver sepolto facilmente un passato che, in poco tempo tornerà  nuovamente a bussare alla sua porta. Scovare la propria identità riesumando dal passato cose che sapeva di aver dimenticato. Ricordi, alcuni dei quali duri da sopportare, ma perlopiù belli e piacevoli. 

Bramavo di immergermi al più presto fra le sue pagine. Affiancare i protagonisti in questo lungo viaggio, che speravo potesse essere avvincente o entusiasmante e, soprattutto, scoprire quali fossero le vere ragioni che spinsero la sua autrice, donna tranquilla inglese, percorrere chilometri e chilometri di strada, pur di rievocare la bellezza di certi ricordi.

Fra le vecchie mura della mia casa e il rumore sincopato della tastiera del computer, sembra assurdo pensare come questa storia non mi fosse in realtà del tutto sconosciuta, poiché richiama altre storie, quella di un romanzo che lessi qualche anno fa. Piuttosto semplice, ma lontano da quel genere di storia la cui potenza potesse elevarsi nella notte, valicando qualunque confine, qualunque barriera che tuttavia ha allietato il mio spirito con la sua semplice essenza.

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: La seconda venuta di Hilda Bustamante

Autore: Salomè Esper

Casa editrice: Sur

Prezzo: 17, 50 €

N° di pagine: 180

Trama: Hilda Bustamante ha 79 anni e, come sempre succede, un giorno arriva per lei il momento di morire. Eppure, in modo del tutto inatteso, qualche tempo dopo Hilda torna alla vita, riesce a uscire dalla bara e, senza capire bene cosa le sta succedendo, si riavvia verso casa, con grande commozione di Álvaro, l’amore della sua vita, di Amelia, l’adorata nipotina adottiva, e delle «ragazze» della chiesa, che l’hanno sempre considerata una persona piuttosto straordinaria. Questo romanzo racconta la storia di Hilda e il piccolo e meraviglioso scandalo della sua resurrezione: il suo ritorno è solo il primo degli eventi che sconvolgeranno la città, fra invasioni di cavallette, vetri in frantumi e campane impazzite. Ma non è un’apocalisse, non è una storia di zombie, è piuttosto una storia d’amore, di immensa gratitudine, di comprensione e rispetto. Rediviva, Hilda cambierà il passato e il presente, trasformando per sempre le persone intorno a lei.


La recensione:

Un pomeriggio d'estate, una donna non più propriamente giovane ma condannata alla ricerca della sua identità, mi raccontò della sua esperienza con la morte e mi rivelò della sua frustrazione: si era ritrovata riversa per terra, con in bocca dei vermi il cui sapore disgustoso avrebbe fatto inorridire persino i più coriacei, nella sala d'aspetto di mondo convinta di poter trovarci qualcuno che potesse dargli qualche spiegazione, valida e concreta, capace di comprendere la sua diffidenza, le sue paure. E, invece, sperduta e indifesa, anima contrita appena sfuggita dalla lotteria della vita, non aveva ottenuto nulla di sperato. L'aldilà sembrava un posto magnifico, con la luce perpetua della luna che proiettava su un piccolo e magico mondo, ma instabile dove i ricordi si mescolavano senza posa mentre svanivano.

Il suo paziente Alvaro, marito che sembrava uscito da un film degli anni ottanta, moderno di testa, ma ancora ben radicato nella sua epoca, non condivideva il suo pessimismo. Secondo lui c'era una ragione se era stata guidata in una realtà prevalentemente spirituale, costretta a questa condizione di riposo che non ha alcun fondamento logico. Inclinazione che continuerà a vivere e prosperare in loro. Niente che si possa dimenticare completamente; niente che si possa sostituire.

Nelle mie appassionate letture ho letto molte storie in cui si parlava di morte. Di chi sopravviveva e riusciva ad accettarla. Chi, invece, soffriva per qualche tempo, settimane, mesi, ma, alla fine, con i ricordi che entravano a far parte del passato. Col passare degli anni ho accumulato un discreto numero di romanzi che narrano questo tipo di storie. Alcune tristi ed indimenticabili. Altre strane, ma originali come questa.

Avvolgente e accogliente come una morbida vestaglia. Completamente assuefatti, ma, consapevoli della realtà che ci circonda. La nostra coscienza si bea di questo, e talvolta veneriamo l'essenza della storia per carpire qualcosa che rischiari le tenebre del nostro spirito.

La seconda venuta di Hilda Bustamante, nonostante non possa considerarsi come la novità del secolo, è una lettura semplice e talmente carina che tiene compagnia per qualche giorno. Una storia appassionante in grado di far palpitare i cuori di chiunque, drammatico e piacevole che convince e soddisfa, nonostante la brevità del testo, la scelta di deliziare il narratore mediante uno stile frammentario, quasi sincopato.

Potenzialmente addetto a un gruppo di consumatori seriali, che riscontrano nelle pene d'amore di Hilda e il suo Alvaro la mancata storia d'amore che, come il canto di una sirena, attira sugli scogli.

E' un irresistibile piacere e un toccante romanticismo, infatti, quello che si avverte sin dalle prime pagine. Una scrittura lirica, densa e priva di punti morti, la solidarietà del lettore nei confronti dei protagonisti, un'accogliente chiesa con pochissimi fedeli, le vicissitudini di una normale donna che in poco tempo vedrà rovesciarsi il suo universo personale: essere rintanata in una solida cella, in un mondo luminoso e vaporoso. Dotata di un temperamento semplice ma coraggioso, intraprendente e determinato che attraversa silenziosa il buio di questo strano cosmo, completamente perduta. Un'anima vagabonda che, in un battito di ciglia, ha trovato la sua metà andata perduta nell'altro mondo. Due entità instabili come loro, pronti ad implodere o ad amalgamarsi, che non avrebbero dovuto stare lontani.  Piuttosto dovrebbero essere possessori dell’altra parte, perché l’anima esige una sua completezza senza alcuna frattura.

In prossimità del mese di agosto, come un moto repentino, La seconda venuta di Hilda Bustamante mi ha condotto nell'aria luminosa e sfarzosa di un luogo in cui serpeggiano le tradizioni popolari, i riti, le credenze,, in un mondo affascinante apparentemente simile al nostro, popolato da strane creature che camminano vagabonde alla ricerca di una meta.

Tra amiche non propriamente giovani ma cool, vicini poco sinceri ma affettuosi, segreti o rivelazioni sconcertanti sopiti dal tempo, in compagnia di una viaggiatrice lasciata sola nell'immensità del cosmo, questo piccolo libriccino è indubbiamente un racconto carino che non rende di certo la storia di questa sfortunata donna un'icona indimenticabile nel panorama dei resuscitati, ma una semplice bozza a cui speravo venisse dato un po' più di spessore. La brevità del testo, lo stile frammentario non rendono giustizia ai paradigmi di una storia che avrebbe potuto essere maggiormente appassionante, completa.

Avventuriera, seria e coscienziosa, vivendo in un mondo "alieno", dominato da regole del tutto diverse, che sono perfettamente logiche ai suoi occhi e, come solitari aggregati di metallo nelle vuote tenebre del cosmo, si incontrò per caso, per poi affiatarsi per sempre. Corpo senza vita che conduceva la vita di un qualsiasi normale cittadino che tuttavia appassiona nel suo piccolo idillio, per la sua particolare bellezza, impedendoci di rimanerne indifferenti, trascinandoci in un caleidoscopio di situazioni sul gesto dell'amore più intimo. Il desiderio di voler restare in vita, Così delicato e passionale. Entità incerte non ancora pronte ad amalgamarsi o ad implodere.

Scorrevole e, nella sua stranezza, innovativo, La seconda venuta di HIlda Bustamante è una giostra di sensazioni sconsiderate e folli dettate dal cuore umano che potrebbero inquinare il nostro spirito. La storia fluttua silenziosa in un paesaggio spoglio in cui spicca la figura spigolosa di una donna a cui è stato serbato un infausto destino. Letteralmente. Il suo temperamento la fa apparire forte e determinata, ma la sua condizione di zombie la renderà quella che è: perennemente ansiosa e protettiva nei riguardi dei suoi cari, ma impulsiva e un po' immatura sulle scelte che dovrà compiere.

Un mondo in cui si fondono realtà e finzione, vasto contenitore di tante cose che ha vasti richiami ad altre letture. Un romanzo sulla vita, ma anche sulla morte, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli "altri" e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi.

Valutazione d’inchiostro: 3 e mezzo

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