martedì, ottobre 13, 2026

Cinque gocce in cinque giorni: romanzi vissuti in poco tempo 5°

Le recensioni brevi, veloci, quelle riguardanti i romanzi poco impegnativi, quelli che si bevono nel giro di una manciata di ore, se non di pochissimi giorni, sono quelle che danno del filo da torcere. Certamente non come l’atto di voler scrivere un libro: sedere alla scrivani dinanzi a un computer nuovo ma già ronzante, estrarre dal proprio genio intellettivo qualcosa che abbia più di una semplice parvenza.

Quanto un’idea che coagula in qualcosa di irreversibilmente meraviglioso, artificioso ma inconiabile. Una delle mie attitudini, però, è quella di essere molto disciplinata. Non pignola, per come sto tentando di porre alcune modifiche, quanto ligia, mossa da una certa etica del lavoro, che nemmeno i miei 34 anni hanno scalfito. Una piccola donna era già consapevole, che prendendo atto di qualcosa, avrebbe dovuto fare poi i conti col mondo esterno…Queste letture, però, per qualche strano disegno divino, ho potuto berle. Alcune, costretta a lambiccarmi il cervello. Altre, anelando e assorbite piccole quantità della loro linfa vitale, destinati poi a una totale assimilazione.

Titolo: Paura

Autore: Stefan Zweig

Casa editrice: Adelphi

Prezzo: 12 €

N° di pagine: 120

Trama: Irene Wagner, bella viennese della migliore borghesia e moglie di un noto penalista, sta scendendo rapida le scale di una casa non sua dopo aver fatto visita all'amante, un giovane pianista. Ma lì, su un pianerottolo, il fato la attende sotto le spoglie di una sordida ricattatrice. Quella donna sa tutto di lei. E Irene cede, e paga. Ma da quel momento comincia l'incubo: le richieste di denaro aumentano vertiginosamente, e lo sguardo indagatore del marito, l'avvocato Wagner, ormai la atterrisce - certo sospetta qualcosa, forse ha subodorato l'inganno. E quello che le ha fatto notare un giorno, en passant, raccontandole delle sue esperienze professionali è terribilmente vero: spesso il colpevole soffre più per la paura di essere scoperto, per l'ansia di dover nascondere il delitto, che non per il terrore del castigo; la pena, anzi, è catartica. Che fosse un tacito invito alla confessione? Maestro della suspense, Zweig pedina l'adultera, tormentata dalla ricattatrice non meno che da se stessa e divisa fra angoscia e rimorso; ne mette a nudo la psicologia, ne dipinge gli incubi, ne svela le riflessioni, tra passi falsi, decisioni sempre rinviate e scene isteriche all'amante, a torto ritenuto complice della ricattatrice: sino al coup de théâtre finale…

La recensione:

In passato, ricordo come le letture, i testi cui mi approcciavo fossero << obbligate>>. In prossimità delle vacanze estive, del caldo torrido, del sole e delle vacanze in cui l’obnubilamento dei sensi, quella dolce forma di annebbiamento dei sensi avrebbe sposato la realtà, quella nuda e cruda dei miei soli dodici anni: leggere per esigenze scolastiche. Perché quando studiavo, specialmente alle medie, mi veniva esortato a leggere testi che non avrei concesso né prestato attenzione, non macchiando la mia coscienza mediante quelle forme disciplinate di dovere e diligenza che mi hanno sempre contraddistinto. Non ho mai letto perché esortata da qualcosa o qualcuno, quanto certe letture a volte non si sono sposate col mio spirito: l’atto in sé divenuto un atto sacrificale, quasi necessario ma sofferto in vista di buone cause.

Questo romanzo, la lettura di questo testo ne fu un esempio. A distanza di così tanti lunghi anni, con un bagaglio culturale  alimentato da tante altre letture, non ero molto avvezza a immergermi totalmente in una storia, anzi in una raccolta di situazioni il cui starci si rivelò scomodo, sin dalle prime battiture. Non credo bisogna considerare Paura come una delle letture più brutte che possano annoverarsi nel carosello delle delusioni letterarie di questo 2026, ma questo non fu quell’amico di carta e inchiostro che alimentò quella fiamma, quella sfera lucente che era stata generata dal nulla, a inizio anno, e, nel tempo, alimentata maggiormente mediante la lettura di altri testi. Ma ciò non comportò che non ci provai comunque: un po ' per curiosità, poi anche per il fascino che mi dona l’autore.

Il canzoniere, che aveva vissuto esperienze che gridavano al presente, visse un epoca in cui la rivoluzione, la concezione di ogni valore che mutò il mondo reale e quello morale funse da unica espressione per poter liberare milioni di creature angosciate, esattamente come disse Tolstoj, mediante scrittura, in forme archetipe di rispetto per la vita che erano rivolti a una fascia esclusiva di persone o figure. Perchè dalla profondità dell’inconscio, scrutando come da una finestra quelle forme di vita che si intersecano nel cuore di questi personaggi mediante dialoghi nel quale la psicologia freudiana ci induce a scrutare ogni conoscenza, ogni forma di sapere che denunciassero la conoscenza come fine ultimo alla società umana, la debolezza delle passioni in un intransigente pacificazione dell’eroismo come prevalenza sulla ragione.

Paura esalta quegli elementi legati all’umanesimo militante, quelle forme tolleranti in cui la figura di Erasmo De Rotterdam di cui l’autore era un grande estimatore era volta a un’idea di fratellanza, unione in un nuovo ritmo poetico. Impersonare lo spirito cosmopolita e riporre una certa fiducia in un mondo fondato su valori intellettuali in cui prevale la comprensione delle genti attinse quella passione estrema per la cultura, confidando nel progresso dell’umanità. Il singolo e la massa dovevano essere educati mediante una diffusione della cultura di ogni arte, in soggetto alla natura e alla sua complessità.

Queste forme spaventose di timore, di incertezza avrebbero determinato una certa trasformazione in cui l’amore, in netta contrapposizione all’idea o possibilità di dover ricorrere a dei compromessi avrebbe limitato ogni morale o atto sessuale.

In una Parigi luminosa e sfolgorante nel quale la bellezza di ogni forma, ogni ricchezza tradizionale coincide con quelle possibilità di elevarsi e liberarsi all’ambiente in cui Zweig crebbe assimilando una cultura diversa e universale. Derivazione di una monarchia austro ungarico che manca di ambizioni politiche, l’orgoglio politico rivolto al desiderio di poter predominare mediante una dedizione artistica eccelsa finalizzata a mettere in luce le fragilità umane, la grandezza dell’animo umano, l’educazione all’empatia nel quale i suoi figli di carta si ritraggono come qualcosa di spaventoso. Il suo guru letterario, Nietzsche, soffriva, combatteva in solitudine e nessuno avrebbe potuto invadere questa sua piccola bolla: la sofferenza sarebbe stata sorda ad ogni richiesta. E in Paura tale concezione coincide con quella unica e universale di figure in carta e inchiostro che vivono timorosi in forme di angoscia nevrastenica, cozzano e muoiono ogni giorno dalle loro miserie, dal male dalla volontà creatrice di essere ridestati dall’abisso di sofferenze in cui si mescola la malattia a quel senso di benessere che precede la catastrofe. In un’unica apocalittica musica nel quale si mescolano arte e vita in cui si osserva il mondo in profondità, dominati da demoni che segnano un pacifismo di stampo erasmiano che promuove la comprensione reciproca fra genti e integrazione europea alla costante ricerca di qualcosa che possa elevare il suo spirito finchè gli sia conferita quella forza che trascenda la propria forza.

Il suo costante e metodico processo di automiglioramento convergeva in un ritrarsi, forgiarsi, pazientare in quegli atti di protesta che frantumarono ogni barriera, gridarono al presente di un nuovo mondo. Come un gigantesco uccello avrebbe spalancato le ali su un mondo ancora in crescendo ma che, nella luce incerta di un nuovo avvenire, come una sagoma bianca, solitaria e silenziosa, avrebbe vegliato su ogni povera derelitta anima.

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: Quando ormai era tardi

Autore: Claire Keegan

Casa editrice: Einaudi

Prezzo: 13 €

N° di pagine: 96

Trama: «Era quello il problema, quando le donne si disamoravano; il velo di romanticismo che avevano davanti agli occhi cadeva, e quando guardavano oltre erano in grado di leggerti dentro». Dall’autrice di “Piccole cose da nulla” e “Un’estate”, una fotografia inquieta e perturbante delle relazioni tra uomini e donne. Un giorno, tornando dal lavoro, Cathal trova la casa vuota. Eppure era tutto pronto per il matrimonio, che cosa è andato storto? Soprattutto, di chi è la colpa? Una scrittrice prende possesso della residenza dove trascorrerà un breve ritiro, la stessa in cui Heinrich Böll ha lavorato ai suoi diari. Sembra lo scenario perfetto, almeno fino a quando la presunzione di un uomo non getterà un’ombra su quei giorni. Una «donna felicemente sposata» cerca un’avventura, vuole provare il sesso con un altro. Ritroverà il brivido dell’eccitazione, ma a quale prezzo?


La recensione:

Gli scrittori, questi nobili scribacchini che si premurano, in pagine bianche vergate di nero, di compiere dei piccoli miracoli, ignorano come essi abbiano un effetto devastante su alcuni di noi. C’è chi, inconsapevole di comprendere su cosa o chi possa imbattersi il suo spirito o la sua anima, imbocca un sentiero sul quale procede imperterrito, senza mai voltarsi indietro. Altri, invece, che insistono a voler leggere per << rintracciare >> qualcosa o qualcuno, un simbolo o un segno, che possa colmare il vuoto, l'irrimediabile della sua esistenza. E ciò che entrambe le fazioni ignorano, una volta concluso questo viaggio, è che si resta in balia di eventi estranei o sconosciuti che possano irrimediabilmente comportare o portare a qualcosa.

Quasi sempre, quando si tratta di autori che in passato ho potuto saggiare lo spirito, ogni qualità della loro poetica, questi piccoli << miracoli >> di cui facevo cenno mi piacciono così tanto da rievocare ogni momento in loro compagnia.

Claire Keegan è una grande raccontatrice che ogni tanto ama dilettarsi con qualche trucco retorico, ogni stratagemma pur di lasciare il lettore col fiato sospeso, in balia di sentimenti o sensazioni contrastanti nel quale ci si impegna o impone di ascoltarla da qualunque parte dell’universo o del mondo. Questa chiamata, questa piccola sollecitazione la ricevetti, ancora una volta, qualche settimana fa, in un’unica seduta, dopo aver consumato una frugale e soddisfacente cena con la mia famiglia, pronta a dare adito o assecondare ogni mia abitudine serale, prima che il giorno si concludesse. Alla luce ancora calda di un astroche sarebbe sopraggiunto, da lì a qualche minuto, ogni cosa sembrava fosse in balia di malessere. Un decadimento intellettivo, selettivo sembrava avesse annientato ogni cosa. Ogni cellula del nostro corpo, ogni briciolo della nostra vita, andando incontro a un’estinzione totale che come un buio e totale oblio senza ritorno aveva risucchiato ogni cosa. Forse solo i ricordi, così imprescindibilmente indelebili, avrebbero alleviato ogni paura, esorcizzato ogni timore. Temerari, superbi prerogativa che non rispecchia i personaggi keegani che, inconsapevoli di ciò che gli avrebbe riservato il Fato, vedono nella Morte uno dei maggiori stimoli per supportare una realtà insopprimibile e incolmabile.

Ridimensionando però queste immagini, scoperchiando ogni paura o timore, aprendo un vaso di Pandora - quello da cui sarebbero trapelate tante cose - un libriccino di questo tipo, una lettura che potrebbe apparire innocua, intoccabile e poco importante, cela al suo interno un’infinità di sensazioni. Quelle, in primis, che rivendicano la morte e nel quale il tema della misoginia prevale sistematicamente. O l’incapacità umana, individuale, di superare il proprio egoismo. L’uomo, così imperfetto e abitudinario, ignora cosa si celi dietro gesti o azioni nel quale il velo del romanticismo cade, non offuschi o obnubilare le coscienze umane, rivelando i principi o i sintomi di una realtà che non si può depennare, togliere, cancellare. Perché dalla quotidianità, dall’esplorazione dell’emozioni umane, dalle coscienze, si può scovare quel velo dell’inconoscibile, dell'incomprensibile e valicare l’oltre.

Quando ormai era tardi è un testo celebre di cui io però non conoscevo nemmeno l’esistenza che ha alimentato in me una certa forza, infondato speranza, quella speranza che alberga già e che induce ad osservare questa landa desolata a nascondersi nella bellezza delle piccole cose da cui dipende la nostra esistenza. Bellezza e bruttezza dinanzi agli occhi del mondo che invita a lasciarsi andare e combattere. Reagendo, valutando ogni cosa in un teatro di azioni che si rifanno a quelle intrappolate nei conventi irlandesi, fra carcasse, rimasugli, piccole cose che rappresentano un’intera esistenza. Gettare una piccola luce affinché la felicità ci sia data o donata è qualcosa di estremamente degno della tradizione religiosa poiché genera riflessione, la singolarità di ogni individuo valorizzata nella continuità umana. La vita diviene così compito affidatoci e a cui dobbiamo promettere di assolvere poichè è la vita sa donarci certe occasione.

Scorrevole e asciutto in cui la lettura della vita è proiettata dalla possibilità di saper sopravvivere, la natura diviene spettatrice, protagonista del caos fantasmagorico della stessa e dei suoi irrimediabili eventi che aiutano a comprendere la sua essenza. La felicità raggiungibile solo mediante il richiamo della stessa, mediante ragione ma anche verità che possiamo cogliere attraverso un processo di armonia, di coesione fra uomo e anima, uomo e natura.

Valutazione d’inchiostro: 4

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Titolo: Sorgenti

Autore: Marie Helene Lafon

Casa editrice: Fazi

Prezzo: 14, 90

N° di pagine: 120

Trama: Un sabato di giugno del 1967, in una bella fattoria del Cantal, una donna attende di poter sparecchiare la tavola. Deve aspettare, perché il marito sta facendo la sua siesta quotidiana sulla panca della cucina e lei sa che s’infurierebbe al minimo rumore. I tre bambini della coppia giocano in giardino, anche loro nel più riguardoso silenzio per non svegliare il padre. Ma lei, la madre, non sarà sorpresa quando l’uomo si sveglierà e le domanderà senza guardarla cosa stia aspettando per sgombrare la tavola. Il silenzio obbligato lascia spazio ai pensieri, ma nemmeno a se stessa è facile spiegare come mai sia rimasta per otto anni accanto a un marito che la picchia quasi tutti i sabati, che la denigra e la insulta fino a farle introiettare l’obbrobriosa immagine di sé che lui le rimanda. Eppure la parola “divorzio” le è insopportabile, così come l’idea di vendere la fattoria... Ma l’indomani, la domenica, sarà un giorno di respiro: andranno tutti dai genitori di lei, come fanno ogni mese. È qui che il suo silenzio verrà finalmente rotto dalle parole di vita e di rivolta che le saliranno per la prima volta alla gola. E il ciclo di sofferenza a cui tutta la famiglia sembra condannata avrà, forse, fine.

Sorgenti è l’ultimo romanzo di Marie-Hélène Lafon, finissima narratrice delle relazioni familiari, dei sentimenti, dei paesaggi. In questo suo nuovo piccolo capolavoro, con una prosa condensata, sempre pulsante di vita e di verità umana, l’autrice racconta una storia di resilienza femminile e di speranza.


La recensione:

Sul finire degli anni 60, in una bella fattoria del Cantal, una donna attende di poter sparecchiare la tavola. Attende il marito, un uomo egoista e rozzo che nella visione idilliaca hardyana potrebbe rispecchiare l’assestamento alla modernità, qualcosa che ne impedisce la sua crescita razionale e individuale e che sembra rispondere a quel vuoto spirituale creato dalla nuova corsa dell’uomo verso l’individualismo e il materialismo. Al contrario delle storie hardyane, da me amate seppur pregne di drammaticità e tragedia, che propongono un ritorno alle radici, al passato proponendo una visione crudele, deteriorante per lo spirito e per i cuori di chiunque legge, solitamente rimandato a una prossima vita, quella in cui forse potrà ottenere, scovare la felicità, l’uomo moderno ha un solo obiettivo: riconoscere la propria completezza. La propria libertà. Una libertà che è esclusiva, dettata dalla ragione o meno, e che sortisce tanti significati.

Nel romanzo della Lafon, seconda fatica di questa acuta ma raffinata scrittrice francese, la donna ha ancora una volta un ruolo da subordinata. Quei cosidetti canoni del patriarcato, che già negli anni 60 dovevano essere scardinati, avrebbero dovuto dare o conferire una visione più realistica di libertà. Un obiettivo che si sarebbe dovuto raggiungere unanimamente, affinchè la conoscenza di massa fosse tale, istruendo così ogni cittadino, inducendolo a imboccare una strada da cui ne avrebbe visto luce. Un viaggio che già solo vent’anni fa avrebbe dovuto essere compiuto, confrito un certo respiro, comportato a quella liberazione di massa la quale una certa educazione, una certo rigore, un certo cammino prescritto dalla tradizione avrebbe alleggerito ogni fardello, ogni battuta, ogni tirata filosofica.

All’inizio del corso della lettura, la protagonista non si discostava più di tanto dalle classiche eroine del secolo. Non la si può certamente definire come una donna che garantiva << l’evoluzione >>. Nè tantomeno sembrava dotato di esserlo o di farlo: adempiere a delle mansioni, delle azioni che potessero garantirle qualcosa, facendo del volere maschile, dei dogmi indotti dalla società patriarcale la cenere sacra da cui avrebbe potuto scrollarsi di dosso. Anche io, ovviamento, ho confidato potesse essere così. Non avevo alcuna possibilità di agire, ma i << miracoli >> non si sono mai attecchiti alla mia scorza, così facilmente. 

La Lafon era una raccontatrice che si esprimeva concitatamente. I suoi testi, i suoi messaggi non prevedono niente di retorico o di robdante, alcuno stratagemma per sovvertire ogni canone o sistema per attrarre una platea o un numero esiguo di lettori che possano mantenere intatto le loro convenzioni, le loro predisposizioni. Eppure, una volta salita sul piccolo palco della vita e volta a questa congrega, ecco come invece delle << prostazioni >> ci offrì le << proposte >>. La prima volta accadde due anni fa, con una storia che raggiunse i vertici del mio cuore silenziosamente. Una storia che a fatica compresi se non fosse stata generata da uno scherzo del Destino o se fosse stata indotta da un guru che aveva elargito alcune istruzioni che un lettore alacre e attento avrebbe dovuto seguire.

Questa ennesima lettura fu però quella che non ha generato nè tantomeno sortito quelle splendide sensazioni che sortiscono generalmente i classici, specialmente quelli hardyani, ma incuriosita a dover interpretare quei simbolismi sparsi di cui avrei dovuto decifrare i messaggi.

La mia vita monotona ma tranquilla doveva essere travolta da eventi, situazioni che in un certo senso non mi apparterranno mai, ma come intrappolata nel tempo, in un’atmosfera oppressiva, ossessiva, soffocante non ho potuto accontentarmi di guardare semplicemente lontano, facendo ammenda di ciò che avrei potuto ricavare dal passato. Nel rapporto fra uomo e natura emergevano i più profondi interrogativi esistenziali, dal quale emerge una visione anti antropocentrismo, quella tipica della narrativa giononiana, nel quale l’uomo non è al centro di tutto quanto all’interno di forze del cosmo che dovrebbero inserirlo, rimetterlo al suo posto e in cui la sua autrice, rifacendosi alle sue opere, dà un certo peso alle parole – se ben disposte nella corrente di un fiume avrebbero mosso qualche cosa -, anche se di poco dando un’anima, respiro ad una storia apparentemente priva di trama, ambientazione, un intreccio traboccante di simbolismi e doppi sensi che conducono in nessun posto in particolare se non nel cuore degli stessi personaggi. Figure di carta di cui ho potuto saggiarne la raffinatezza con cui sono stati raccontati. Col frastuono incessante del silenzio, fantasmi provenienti chissà dove che conducono esistenze intermittenti, nei recessi delle nostre coscienze. Ponendosi di fronte al mondo, languendo nel silenzio oppressivo di uno scenario bucolico che genera un certo fascino già solo alla vista, in giornate di inizio estate, perennemente in lotta contro qualcosa di indefinibile e apparentemente più grande di loro. Persuasa ad intrappolare questa storia nella soffitta impolverata della mia anima, fino a che punto un lettore impaziente e curioso avrebbe potuto tollerare i continui sballottamenti da un’epoca a un’altra, lo stile raffinato ma ellittico, nonostante sia stato concepito come una storia distante? La risposta è ovvia, no? Per poco. Ed io che per indole sono parecchio calma e paziente ho riscontrato certi effetti. Con sommo dispiacere, ma tant’è… alla fine è quello che desideravo: leggere per colmare l’ennesima curiosità letteraria.

Appoggiandomi allo schienale della sedia girevole, sorrido con un certo rammarico. Il mio disappunto era piuttosto evidente, ma ne comprendo anche le motivazioni di chi non può essere detestabile quest'opera. Sembra una specie di situazione atona, una barzelletta che si interrompe prima della battuta conclusiva, una risata isterica, senza un movente vero e proprio. Sorgenti, come il suo predecessore,  aveva emesso il suo vagito, ed io nel momento in cui aprì bocca mi adombrai in volto.

Un romanzo in cui il silenzio, la solitudine, la comprensione, il passato, sono categorici. Inzuppato di eventi che hanno una loro collocazione fissa, sebbene concepiti confusionariamente e che si sono ravvivati nel momento in cui i protagonisti cominceranno a parlare. Il titolo infatti allude a delle fasi della vita su cui si sbilancia una giovane donna che potrebbe rivestire i panni di chiunque. Da un lato il suo ardente desiderio di essere donna, libera e il guazzabuglio di motivi che la spingono ad essere tale. Dall’altro le motivazioni per cui sia costretta ad essere ripudiata, denigrata da un uomo che forse non ha mai amato.. Spingendoci a comprendere chi siamo effettivamente e per quale motivo siamo su questa terra. Appare quasi assurdo aver inseguito una felicità vana, illusoria, inconsistente quasi come l'intera storia, e fare il possibile pur di non convincersi che quanto avevamo vissuto era solo il pallido riflesso di ciò che avrebbe potuto essere. Poi i pensieri avevano preso vita, e a quel punto non potevo più tirarmi indietro: ero stata scelta.

Quella della Lafon è quel genere di storia che sortisce un chè di ammaliante, quasi ipnotico, ma densa e priva di emozioni e di strutture letterarie che, dopo una settantina di pagine, avevano smorzato il mio entusiasmo. La speranza che fra le sue pagine ci fosse un chè di profondo, tangibile, evaporò al sole nel momento in cui le parole che fuoriuscirono dalla penna dell’autrice cozzarono nel mio petto, soffocarono la mia gola. Assaporando ogni cosa con una certa rilevanza, apprezzando tuttavia il coraggio dell'autrice di aver realizzato l’ennesimo raffinato esperimento letterario.

Valutazione d’inchiostro: 3  e mezzo

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Titolo: Luce dalle altre stelle

Autore:Ryka Aoki

Casa editrice: Mondadori

Prezzo: 22 €

N° di pagine: 120 

Trama: Shizuka Satomi, leggendaria insegnante di musica, ha fatto un patto con un demone: per salvarsi l'anima, deve spingere sette virtuosi del violino a vendere le loro. Finora ne ha convinti sei. L'ultima potrebbe essere Katrina Nguyen, ragazza transgender in fuga dotata di un talento tanto incolto quanto prodigioso. Quando Shizuka la sente suonare per la prima volta, tira un sospiro di sollievo e sente già le porte dell'Inferno che si allontanano da lei. Sì, Katrina è l'ultima allieva che le occorre per essere salva. Anche se, forse… Il fatto è che, in un negozio di ciambelle lungo una superstrada nella San Gabriel Valley, in California, Shizuka ha appena conosciuto Lan Tran, capitana di navi spaziali, rifugiata interstellare e madre di quattro figli. Shizuka non ha certo tempo da perdere con gli appuntamenti al caffè, c'è in gioco il destino della sua anima immortale! Ma lo sguardo dolce e l'irresistibile sorriso di Lan la costringono a ridefinire la sua lista di priorità. E poi, chissà, anche una cosa piccola come una ciambella calda potrebbe rivelarsi abbastanza potente da spezzare una maledizione…


La recensione:

Al tempo in cui le storie per ragazzi, quelle le cui tematiche erano principalmente proiettate, dirottate su squarci di generazioni transgender, giovani adulti o adolescenti foruncolosi che si aggrappavano alla lettura come il sapere, il fiato di tutta una vita, nel mio percorso di lettrice avevo letto molto poco di letteratura LGBT. Di relazioni fra lo stesso sesso che tuttavia non toglievano niente dalle classiche storie d’amore, melense e stucchevoli, che gironzolavano in libreria. All’epoca non ne ero del tutto consapevole, ma ognuno di queste storie mi ha spiegato come leggere il cuore delle persone in base alle << predisposizioni >> o attitudini sessuali, osservando il mondo diversamente. L’adolescenza è una delle fasi di transizione all’età adulta in cui niente ha fondamento, certezza e la conoscenza o la scoperta di certe cose non prevedono esclusivamente un mutamento o trasformazione quanto ad ampliare le nostre conoscenze. 

Luce dalle altre stelle fu quella stella luminosa che brillò al mio cospetto, un pomeriggio di metà settembre. Uno dei tanti testi young adult che mi fu proposto di leggere pur di scardinare quei rigidi e vecchi paradigmi del perfezionismo, quello nel quale l’uomo non è propriamente libero di agire o di pensare, offendo così una visione un po più concreta, certa di metamorfosi fantastica nel banalizzare la realtà umana. 

Donna trans che scrive non solo solo per altri lettori transgender, ma per le loro famiglie e per le persone in generale, Ryka Aoki fece della scrittura un buon surrogato per poter ampliare le sue conoscenze a un pubblico un pò più ampio. Un pubblico trans  che possa aiutare altri, non propriamente trans, a vedere oltre. Discostare quella cortina di dubbi e perplessità, quella aggressiva forma di oppressione che impedisce di vedere la realtà così com’è. Leggere Luce dalle altre stelle, unico romanzo al momento in Italia, poteva rivelarsi un’esperienza illuminante, straordinaria a un passo del memorabile, se ciò che ebbe da offrimi fosse giunto un pò oltre il possibile. Niente di trascendentale. Si trattava di guarire l’anima da una brutta malattia: l’isolamento. E quale migliore cura, se non ancora una volta l’arte delle parole - quelle che però avrebbero emesso, prodotto una melodia - a modellare un mondo a immagine e somiglianza del nostro nel quale la speranza di abbandonarsi a un sogno che svanisce avrebbe potuto essere straordinario? Ciò avrebbe comportato a dare conformità ad alcuni vuoti della nostra esistenza rinvigorendo lo spirito, distaccandosi dalla materia principale.

La salvezza, un tema caro all’autrice, mediante solidarietà tra outsider, fotografa queste piccole crepe del cuore umano di cui sarà affetta Katrina costruiranno una sorta di rifugio o fortezza contro certi assalti esterni. Per approcciarsi a questo mondo della redenzione era necessario aggrapparsi all’amore, all’arte, alla solidarietà di una comunità? 

A ogni passo, a ogni suono qualcuno sembrava avesse da offrire qualcosa di speciale. Là dove la famiglia biologica rappresenta l’origine di una profonda ferita identificatoria che genera isolamento, la Aoki introduce uno dei concetti cardini dell’intera opera: la famiglia scelta. La possibilità di poter scegliere, guarire da ogni bruttissima malattia, offrendo lo scintillio, l’opulenza, ogni rimedio contro piccole piantine che sarebbero presto maturate in bellissimi fiori. In forme solidali, unanimi di cui Luce dalle altre stelle conferisce una libertà senza limiti, la certezza di non poter cancellare il passato ma costruire una propria casa, una propria dimora, dove si vuole.

Ma la cosa più strana che l’autrice mi indusse a vedere fu che qauesto romanzo fu accostato a Nevada di Imogen Binnie. La stessa Aoki, in una recente intervista, confermò di aver tratto ispirazione dal celebre pellegrinaggio avviato dalla Binnie adottando nel tema della fuga o del viaggio un espediente narrativo per modificare, modellare la realtà. Scardinando i principi o i concetti basilari del genere queen o trans contemporaneo, rivoluzionando la rappresentazione della transazione delle persone trans nella narrativa di genere. 

Fantasy umoristico che esalta la musica nella sua splendida essenza, conferisce identità e desiderio di libertà, modella un’infinità di generi che non si amalgamano però l’uno con l’altro e conferiscono al testo nient’altro che confusione. Il patto faustiano che Katrina stipula col demone Tremor e l’idea che da egli derivi una <<fine del mondo >> è ribaltata freneticamente mediante alcuni aspetti narrativi tipici degli young adult, che disgraziatamente non mi soddisfano, si concretizzano nell'inutilità di un testo che avrebbe potuto rivelarsi gustoso, delizioso, armonioso, stonando con l’idea di magnifico che avevo attribuito al principio. La presenza di un universo Inferno/cattolicesimo terrestre universale cozza con la presenza di intere civiltà aliene, accredita una certa importanza al tono greve dell’incipit repentinamente sostituita da quello poetico di gustose e calde ciambelle, te babba e bizzarrie aliene. La stessa Katrina, che avrebbe dovuto essere il punto di forza dell’intero romanzo, sarà l’unico punto di luce in questo avverso universo a brillare ma a non poter rifulgere più di tanto nel non poter sentirsi aliena, diversa da tutte le altre. La musica, a questo proposito, avrebbe dovuto aiutarla, curare, lenire ogni suo sintomo, impossibilitata a diradare questa cupa coltre grigiastra che si attornia al suo cospetto, perchè sarà la stessa musica a enunciare una sinfonia fin troppo debole per le sue piccole orecchie.

Bene o male, il mio giudizio non vanta l’entusiasmo generale che contraddistingue le usuali recensioni chilometriche che costellano questo piccolo spazio. Ma era qualcosa che avevo dentro, che dovevo urgentemente riversare in quel contenitore imperfetto che è la scrittura, e perché rivelare solo il bello o il buono della tua anima e non mostrare al mondo chi sei anche quando quella luce che avrebbe dovuto rischiarare i corridoi bui della tua anima è troppo debole persino per i tuoi occhi deboli? Comunque, nulla da togliere all’entusiasmo, la fama generale che questo romanzo ha suscitato, soprattutto ai lettori più giovani che sicuramente hanno fatto della storia di Katrina un cantuccio in cui potersi rifugiare dagli attacchi esterni della vita. Ma il mio improvviso diniego che tuttavia non denigra il romanzo come potrebbe sembrare, ora che continuo a ragionare, credo dipenda dal mio essere lettrice. Voglio dire, una ragazza che ama circumnavigare nei salotti londinesi, cavalcare cavalli o ippodromi impazziti nelle campagne rurali dello Yorkshire, o vivere passioni sopite dal tempo che niente e nessuno potrà mai estinguere, cosa ci faceva qui? Quale ruolo avrebbe svolto? Sinceramente non lo so, ma se non l'avessi letto non lo avrei saputo. Avrei saputo solo quello che hanno detto altri miei coetanei e non, non capendoci niente, ma fidandomi del loro istinto, di cui l’unica cosa chiara era che da un po' soggiornava nella blogsfera e anche io avrei dovuto conoscerla. Non è quel genere di storia completa, altisonante che confidavo di poter leggere … forse. Mi sono pentita di averla letta? No, ma è una sensazione stranissima non poter << capire >> un romanzo, perché non mi sono mai rifiutata a farlo. E ciò suscita quasi sempre un malessere fisico; ho sempre la sensazione di mancare di rispetto al suo autore, ai suoi personaggi perché tutto sommato Katrina e la sua stramba storia sono stati quella comitiva piacevole che nessuno rinnegherebbe. Specialmente per il target a cui è indirizzato. Un piccolo opulento gioiellino di malinconica aspirazione morale, ombre oscurate da un sole forse fin troppo gigantesco persino per lei.

E adesso, mi domando, cosa succederà? Forse, in un coro altisonante di strilli e occhi brillanti al cielo, la mia è l’unica voce che avrebbe potuto uscirsene con una dichiarazione personale più onorevole, magari più furba e convenevole …. Ma perché mentire? Perché ignorare a bella posta la possibilità che ci sarebbe stato un rimedio specialmente nel momento in cui Katrina avrebbe compreso se stessa, come se quella di affibbiare un lieto fine a una storia di per sé semplice, monotona e poco memorabile fosse l’unica cura affidabile per il mio inguaribile diniego morale. È un’affermazione così folle, crudele, quasi cattiva che non posso non fare a meno che rammaricarmi, ma talvolta capitano anche certe situazioni, e alla fine, non resta che liquidarsi con un’alzata di spalle, anche se gesto inutile e insensato, perché alla fine il bello in tutto ciò è la determinazione e la forza che si ripone nel raggiungere un obiettivo di cui io non ho visto la fine. Solo una parvenza. Credendo di poter essere ricordata o perpetuata nella memoria di chi ha letto per qualche tempo.

Valutazione d’inchiostro: 3

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Titolo: La tigre

Autore: Walter Serner

Casa editrice: Elliot

Prezzo: 14, 50 €
N° di pagine: 125

Trama: Bichette si è guadagnata il soprannome di "Tigre" per la sua femminilità aggressiva e famelica, non priva di una buona dose di cinismo. A Parigi ormai la conoscono tutti, in particolare gli uomini, ma nessuno è mai riuscito a "catturarla" davvero, legandola a sé. Finché sulla scena non appare l'enigmatico Fec, amaro vagabondo della città, che sembra guardare la Tigre con occhi annoiati. Da questo incontro scaturisce un'avventura concitata e surreale che smaschera il "feticcio" dell'amore. Dandy e intellettuale alternativo, Walter Serner racconta la Parigi degli anni Venti, fotografandone le scene sordide e meravigliose con un linguaggio a volte così dialettale da divenire pura fantasia. Pubblicato nel 1925 e messo all'indice dal nazismo nel 1935, "La tigre" resta una delle più forti espressioni della letteratura dadaista e avanguardista del Novecento.


La recensione:

La lettura di un testo di un autore che è quasi del tutto sconosciuto - non solo a me, ma anche a chi accarezza questa strana attitudine di interpretare le parole - assume un certo ruolo nella vita di chi legge, come la piccola casellina di un puzzle, contribuendo a diffondere un messaggio, un ruolo estremamente importante per la coscienza. Questa lettura, così come tante altre che ho vissuto in passato, ha svolto un ruolo primordiale, fondamentale per il mio bagaglio culturale: domandarsi cosa è lecito e giusto, nel conoscere o approfondire qualcosa o qualcuno che l’Italia però ha riflettuto solo mediante un semplice atto, la pubblicazione di questo unico romanzo, dopo aver appreso, ormai tantissimo tempo fa, che pur quanto i miei innumerevoli, eroici tentativi di leggere tutto quello che desidero, in questa vita sarà a dir poco impossibile. Impossibile e quasi del tutto vano, perché la memoria infida e poco attendibile, presto o tardi potrebbe chiederti il conto. Ma se certi testi non li si legge, se io non fossi incappata nella possibilità o nella condizione di riservare del tempo, una certa attenzione, a questa lettura, non sarebbe susseguito un periodo di distacco. Non sarebbe sopraggiunta quella stagione di dissociarsi, andare oltre a ciò che trapelava dal testo, lasciandomi dietro ogni remora, gioia, preoccupazione, successi e tanto altro. Tutto ciò che era passeggero, conciso, quasi illusorio per la stessa vita, assume adesso una nuova forma o parvenza di possibile, reale e permanente.

Questa stagione di cui parlo coincise con la stagione di aver potuto smantellare radicalmente quei miti borghesi, a partire dal feticcio amoroso romantico, pur di rivelare quei << bruschi >> effetti di cui fosse affetta una società teatro di azioni, apparenze e falsi miti. Il suo autore celebrò la libertà anarchica e immorale degli emarginati, così privo di redenzione e giudizio morale, riflettendo quella totale sfiducia nei valori occidentali che condusse il paese al collasso della prima guerra mondiale. Riducendo le relazioni umane a puro istinto, sopravvivenza ed esibendo ogni forma estetica che potesse rispondere al vuoto data dalla provocazione intellettuale, dal rifiuto dei confini linguistici e morali precostituiti.

Ispirato da scritti di forte satira sociale, La tigre è pregno di un pacifismo radicale e nichilistico che il suo autore, Walter Serner, attaccò duramente nel conflitto mondiale della prima guerra mondiale. Volgendosi ai governi nazionalisti, all’ipocrisia della classe europea borghese che sostenne un certo massacro al fronte. Boicottando la società borghese nella sua più rudimentale ascesa, volgendo una lucida analisi a quel niente che Nietche aveva analizzato e tematizzato in modo più profondo, in un’epoca in piena crisi di valori. Walter Serner volle svelare le ipocrisie che governavano il mondo occidentale così da raggiungere una nuova forma di emancipazione dai vincoli della società parigina.

Dal titolo di uno dei suoi più celebri manifesti, Lockerung, accosta il tema della liberazione, l’affrancamento dato alla borghesia non ottenne nient’altro che una mancanza di senso che tuttavia doveva reggersi su meri significati, nuove forme di rivoluzione nel quale l’arte, mediante l’uomo, si sarebbe impossessata di costui nel dare una forma ad ogni cosa. Vincolandolo a non poter essere libero, in una visione duplice di verità e falsità che riflettono la sua visione giovanile che postula una gnoseologia ( conoscenza ) del dubbio. Scrittori, intellettuali, sono specialisti del sapere e hanno il dovere se non il diritto di proteggere l’autonomia e il valore del proprio corpo d’azione dagli incompetenti e dai dilettanti. Sterner sceglie però di incarnare questa figura di dadaista, avventuriero dello spirito ed esteta del disincanto teorizzando la truffa come unica forma onesta in un mondo borghese intrinsecamente ipocrita. 

La sua vita e La tigre divennero in Italia monumento di rifiuto radicale di ogni dogma e conformismo sociale. E pervaso da un profondo cinismo dadaista in cui l’idea d’amore che riporta la quarta di copertina non trapela in maniera così stucchevole e dolce, quanto descritta come una provocatoria indagine sull'anticonformismo sulla società intesa come teatro delle apparenze nel quale l’uomo è impossibilitato a comprendere o a capire ciò che vi è alle radici, sul fondo del desiderio umano, raffigura spietatamente, immoralmente e ironicamente una Parigi degli anni Venti filtrata attraverso la lente distruttiva dell’avanguardia. Divenendo quell’avventura imprescindibile nel quale i personaggi rifiutano di farsi domare da chiunque, sorretto da un continuo duello psicologico. In una narrazione in cui Serner si sente libero di adottare le sue nozioni filosofiche mediante uno stile sincopato, rapido e ricco di espressioni che procede per scene fulminee, anticipano quel rapido montaggio cinematografico e scardinano quelle forme sintattiche della letteratura tradizionale. Oggetto di critica, considerato oggi pietra miliare della letteratura espressionista e dadaista, capace di fotografare il vuoto esistenziale dell’Europa del primo dopoguerra, messo in scena dalle spietate e mitiche teorie filosofiche contenute in uno dei suoi celebri manifesti, laboratorio o fucina in cui tali istruzioni furono rivolte alla realtà. In un legame che si realizza mediante la figura del truffatore, incarnato nei protagonisti, che non agiscono dettati dal cuore o dai sentimenti quanto come recitando una parte, manipolando i sentimenti altrui per pura estetica del controllo. Fec, uomo dissoluto, rozzo e non arrivista, è dotato di una personalità che ama le comodità della vita, disilluso a non voler credere a niente o nessuno, un lupo solitario moralista che affronta e accetta l’illusorietà della vita con un sorriso beffardo. Bichette, invece, la tigre, è una perfetta truffatrice filosofica che in poche battiture diverrà prototipo del superamento di certe forze o barriere esterne nel non saper lasciarsi contagiare dal sentimento. In una Parigi a specchio, che riflette questo vuoto cosmico che abbaglia i personaggi, in un montaggio narrativo serrato e sincopato, in continui episodi eccitanti e frenetici che colmeranno questo silenzio nicciano che Serner aveva già teorizzato nel suo manifesto. In una filosofia del disinganno che si traduce in carne, sangue, bische e inganni.

Privo di una sua forma perché definito dallo stesso Serner come una rinuncia alla libertà, La tigre lascia un solco sull’anima e non sul cuore semplicemente nel suo vano tentativo di salvaguardarsi da ogni cosa, persino da se stessa. La guerra stessa era un escamotage per sfuggire alla noia, un vero e proprio spettacolo teatrale inscenato da diversi sudditi e che ritrae il mondo come una gigantesca truffa nel quale l’essere umano è un impostore. Una maschera i cui valori sono avulsi nelle menzogne, nelle calunnie, nell’impossibilità di scovare qualunque forma di redenzione o giudizio morale di cui Fec e Bichette non avranno alcuna concessione.

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