Mi venne la tentazione, dopo essermi accaparrata di
Una pedina sulla scacchiera, di accettare l’offerta di leggere una biografia,
un accozzaglia di minuzie filologiche riguardanti Irène Nèmirovsky, e da quant’è
che ho nutrito questo forte desiderio è trascorsa una settimana da quant’è la
Nèmirovsky fu ospite del mio salotto virtuale. Non avrei lasciato al caso
questo folle tentativo di leggere l’ennesimo romanzo riguardante lei o scritto
da lei, non avendo lasciato niente al caso, che mai e per fortuna ha sortito
alcun effetto negativo. Il lavoro che è stato riposto per produrre queste
pagine furono un’impresa più seria di quel che credevo, e dopo aver investito
in diverse indagini che aiutarono gli autori a migliorare le loro conoscenze
tutt’altro che precise, concepirono l’idea di avviare un progetto
letterario che certamente avrebbe indotto a qualche errore, e poco alla volta
un corredo di informazioni presero vita come poemi bellici, intimi,
introspettivi che ingenuamente credevo che, in chiave romanzata, avessero come
voce quella della Nèmirovsky, ma che lontano da tutto questo, sono uno squarcio
irriducibile di testimonianze fedeli. Certamente gli autori di questa
autobiografia avranno inconsapevolmente bussato ad una porta che non è stata
spalancata nell’immediato, nonostante il numero spropositato di opere che
compongono la poetica nèmirovskiana. Tuttavia spalancarla ha funto da raggiungimento
di gloria lirica e spirituale di cui io stessa ho ammirato profondamente per
lasciarmi contagiare dal diniego di non aver letto qualcosa che parlasse della
Nèmirovsky donna anziché scrittrice.
Vale però la pena compiere uno sforzo per
scoprirlo, conoscerla sotto una nuova veste, seguirla in una varietà di
paesaggi in cui lo sguardo non ha potuto soffermarsi nell’immediato, ma che
procurano un forte senso di angoscia, smarrimento dalla quale sembra non
esserci alcuna via d’uscita. Non sono sicura che molti lo ameranno maggiormente o apprezzeranno in buona parte, ma certamente non potrà non ammaliare quella schiera di lettori che hanno visto nella Nèmirovsky quella alleata estremamente emnotiva e sentimentale come quell'irrinunciabile compagna di un viaggio che non avrà mai fine.
Titolo:
La vita di Irène Nèmirovsky
Autore:Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 14 €
N° di pagine: 520
Trama: Di lei credevamo di sapere tutto: dalla nascita a Kiev nel 1903 alla morte ad Auschwitz nel 1942, dall’avventura del manoscritto di “David Golder”, inviato anonimo nel 1929 all’editore Grasset, al manoscritto salvato di “Suite francese”, apparso nel 2004 e tradotto ormai in trenta lingue. Sbagliavamo: Philipponnat e Lienhardit ce lo dimostrano in questa biografia. Per tre anni, costantemente affiancati dalla figlia di Irène, Denise Epstein, gli autori hanno consultato le carte inedite della scrittrice: la corrispondenza con gli editori come gli appunti presi a margine dei manoscritti, i diari come i taccuini di lavoro. Un’opera che non solo fa risorgere dall’oblio con una vividezza sorprendente le diverse frasi dell’esistenza di Irène ( l’infanzia nella Russia prima imperiale e poi rivoluzionaria, la fuga prima in Finlandia e poi in Svezia, la giovinezza dorata in Francia, i rapporti con la società letteraria degli anni Trenta, gli sconvolgimenti della guerra, gli ultimi mesi di vita nel paesino dell’Isère dove si è rifugiata con la famiglia), ma coglie e restituisce tutte le sfaccettature di una personalità complessa, affrontandone senza remore di alcun tipo anche gli aspetti più discussi e contraddittori.
Autore:Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: 14 €
N° di pagine: 520
Trama: Di lei credevamo di sapere tutto: dalla nascita a Kiev nel 1903 alla morte ad Auschwitz nel 1942, dall’avventura del manoscritto di “David Golder”, inviato anonimo nel 1929 all’editore Grasset, al manoscritto salvato di “Suite francese”, apparso nel 2004 e tradotto ormai in trenta lingue. Sbagliavamo: Philipponnat e Lienhardit ce lo dimostrano in questa biografia. Per tre anni, costantemente affiancati dalla figlia di Irène, Denise Epstein, gli autori hanno consultato le carte inedite della scrittrice: la corrispondenza con gli editori come gli appunti presi a margine dei manoscritti, i diari come i taccuini di lavoro. Un’opera che non solo fa risorgere dall’oblio con una vividezza sorprendente le diverse frasi dell’esistenza di Irène ( l’infanzia nella Russia prima imperiale e poi rivoluzionaria, la fuga prima in Finlandia e poi in Svezia, la giovinezza dorata in Francia, i rapporti con la società letteraria degli anni Trenta, gli sconvolgimenti della guerra, gli ultimi mesi di vita nel paesino dell’Isère dove si è rifugiata con la famiglia), ma coglie e restituisce tutte le sfaccettature di una personalità complessa, affrontandone senza remore di alcun tipo anche gli aspetti più discussi e contraddittori.
La recensione:
Ignorante la persecuzione di cui siamo vittime, l’odio che ci hanno giurato? Se proprio si deve parlare di noi, sia almeno solo per esaltare le nostre virtù e piangere sulle nostre disgrazie.
La scena era quella della
produzione nèmirovskiana, il centro delle attività stilistiche e narrative
attigue alla sua anima, al suo spirito, un edificio di cristallo intrappolato e
radicato in un territorio che da sempre desta il mio fascino, e che tutt’oggi e
con una certa fatica riesco a rievocare e a riporre su carta, sempre che non
impazzissi nelle tenebre, avendo dovuto scrivere qualcosa su queste esperienze
se mai ne fossi uscita, scrivendo una recensione di senso compiuto, brevi
squarci di pensieri che avrebbero avuto come protagonista questa mia musa
ispiratrice, perché oramai è questo che è divenuta, una di quelle anime dannate
e dilaniate dai disordini della Seconda guerra mondiale la cui discendenza
ebraica segnò per sempre il suo destino. Una donna che si spense all’età di
trentanove anni che scrisse romanzi come se stesse cercando la vita, lavorò
senza alcuna interferenza da parte dei disordini civili, perché anche se trovò
il coraggio con le parole di spingersi al di là del dovuto, la sua prosa, la
sua anima entrarono dentro la mia e lì vi starà per molto tempo.
Dove collocare dunque un
opera che le appartenne ma che non scrisse di suo pugno? I possibili settori di
collocamento, le maggiori informazioni, quando gli autori di questo romanzo
decisero di scrivere una biografia relativa a Irène Nèmirovsky previde uno
studio attento e assiduo di ciò che fu la sua nascita, la sua crescita ed
infine la sua morte, che con la presenza costante della figlia, Denise, ha
toccato diverse questioni relative alla sua sopravvivenza, al suo essere ebrea,
individuo, donna, madre, scrittrice, che fu indotta come moto per lottare
contro quella che fu definita come << un’ingiusta guerra di repressione
>>, ma anche un saggio attento su una giovane ebrea che abbracciò la
scrittura come espediente per tenere a bada qualunque forma di ribellione o
crudeltà. Mediante i ricordi, squarci biografici che evidenziano una vita che c’è
stata e che fortunatamente non ci sarà mai più, lanciandosi ad osservare il
tutto osservandolo da una lente d’ingrandimento. Non certamente qualcosa di
leggero, o una passeggiata, come si suol dire, ma qualcosa di fondamentale ed
attinente a ciò che visse e subì l’autrice che si occupò e fece della questione
relativa gli ebrei qualcosa di assolutamente personale.
Scrivere biografie,
specialmente di autori o figure recise dal tempo, vuole dire coinvolgimento ma
anche distacco dal mondo. Gli autori di questo romanzo, desiderosi di fare bene
il loro lavoro, hanno certamente accettato entrambi i termini del paradosso e
imparare a vivere in una condizione di duplicità: l’esigenza di tuffarsi nel
vivo di situazioni e però tenersi in disparte come un osservatore neutrale. Tuffarsi
in questo tipo di esperienze sortisce in me quasi sempre una marea di
sensazioni, che fosse un tuffo breve o rapido ma immersivo non ha importanza,
in cui restare fuori mi è sembrato davvero impossibile, abituata alla prosa
nèmirovskiana e a ciò che avrei visto, perché fare voto d’imparzialità e
obiettività era un po' come entrare in un mondo di vetro da cui si osserva il
tutto quasi in disparte. Lontani dal mondo delle vicende umane proprio mentre
quel mondo continuava a girarmi intorno come una trottola. Essere scrittore
equivale anche essere quella persona che tira un mattone contro la finestra
della realtà, del possibile, cercando di capire perché lo ha fatto, spiegando
agli altri il significato di quel mattone all’inizio del primo paragrafo, che
ha attratto un discreto numero di lettori, fra cui me che mi ha incitato con
ogni gesto.
Fu questo il momento in cui
non potei rinunciare al desiderio di leggere questo romanzo, che ha
inesorabilmente aumentato il mio interesse nei riguardi di una scrittrice che
qualche anno fa conobbi mediante una serie di romanzi che l’hanno resa celebre.
Non potevo non considerare l’idea di avere tutti i suoi volumi, ne quando seppi
di questa biografia di combattere l’insano impulso di non leggerlo. Non sono
avvezza a leggere biografie ma amo cibarmi di opere che non sono fatti
individuali personalmente riportati su carta, osservazioni personalissime proiettate
in un periodo dissacrante, indimenticabile che fece della letteratura massima
di vita. Un opera che è ricchissimo di istanti di vita in cui l’autrice fu
messa al mondo, primi vagiti in una realtà inconsistente e frastagliata, che
mostrano un atteggiamento particolare, diverso da quello che si aspetta da una
semplice biografia. Non che di semplice possiede qualcosa. E da lettrice e
amante del mondo nèmirevskiano, ho riservato a queste pagine un certo amore,
una forte passione per recepire il suo messaggio. E, nell’insieme, incontri,
scontri, avvenimenti, che rivelano parecchio della Nèmirovsky, e in
particolare, retroscena intimistici che in un certo senso provano il suo
potenziale nell’averli realizzati. Ogni capitolo è un insieme di informaizoni
su un passato storico indimenticabile, meccanismi di azione o pensiero che non
hanno un messaggio particolare ma che percorrono la corsia della vita, dell’esistenza
affinchè qualcosa o qualcuno andasse al suo posto.
Il cocente desiderio di
cibarmi dell’intero reticolo letterario dell’autrice, che non potè non vedermi
coinvolta, per non parlare di interpretare la vita, il suo atteggiamento, il
suo essere lei, combinate con l’intensità dei suoi abbandoni emotivi, raggiunsi
una certa supremazia sopra una volontà inesorabile indipendente come quella di
tanti altri romanzieri prima di lei. Come la Howard, il suo sentirsi
perennemente incompresa, insoddisfatta, ma sfoggiando quasi sempre un sorriso a
trentadue denti aveva fatto sembrare ogni cosa peggiore di quel che sembrava. I
suoi romanzi, infatti, ritraggono qualcosa che apparentemente sembra peggio di
quel che si crede, che non conoscono a fondo l’amore affettivo, il desiderio,
la comprensione o la compassione, ma restano intrappolati nella noiosa
rispettabilità che lei stessa era fin troppo spazientita per non riportare su
carta. Più raffinata di quel che credeva, appassionata, comprensiva,
straordinaria che mise a tacere qualcosa dentro di lei, che nessuno aveva mai
fatto prima.
Quello che è chiaramente
interessante fra queste pagine è certamente la sua personalità, la donna più
incompresa che quando scriveva ammaliò chiunque. E naturalmente anche me, che
ha visto la sua letteratura come tentativo per comprendere la realtà. Pagine che
fungono da rinascita e da nascita. Il suo stare nel mondo, giorno dopo giorno,
così soffocante, crudele e insopportabile.
Qualsiasi evento della nostra vita che accettiamo davvero ne viene trasformato. Dunque la sofferenza deve diventare Amore. Questo è il mistero. Come crederci?
Valutazione d’inchiostro: 4 +
Non conosco ne il libro, ne l'autrice; ottima recensione
RispondiEliminaGrazie ❤️❤️
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