Se un libro ha il potere di essere considerato un classico della letteratura, ricordato dai più come il capolavoro per eccellenza, il fondamento su cui ruota l’intera letteratura – per meglio dire, le basi per cui sono consolidate l’arte della scrittura -, se un romanzo è tutto questo, alla mente e al cuore, alla mente e ai sentimenti più profondi sul mondo, allo scrivere alla fine un parere – soggettivo o non -, che abbia un senso comune è un’impresa davvero ardua. Forse questa recensione non avrà un senso compiuto, perché niente e nessuno mi dà quelle particolari competenze utili a parlare di un gigante della letteratura come Proust.
Ma, in qualche modo, ci tenevo a parlarne perché, nonostante sia trascorso qualche giorno dalla sua intensissima lettura, l’abitudine di affiancare un uomo come Swann è divenuta, in quasi un mese, una malattia che mi ha indotta a farmi soffrire perché così intrappolato in una volta celeste che mi ha risucchiata, e con difficoltà lasciato andare. Poiché rappresa in una muta attenzione che non turba alcun fattore esterno. Nonostante la complessità dei temi trattati, c’è un sentimento così vero, e il rispetto e la semplicità dell’interpretazione, la bellezza e la delicatezza di certi suoni in cui la stessa parola scritta acquisisce magia. Con garbo, cura e attenzione mi sono così trovata ad affrontare questo bellissimo viaggio, una continua ricerca della Verità e del piacere di scrivere, quasi con una certa inclinazione alla vita, che smorza qualunque tentativo negativo, qualunque intento crudele donando dolcezza alla bontà, malinconia alla tenerezza.














