giovedì, aprile 16, 2026

Gocce d'inchiostro: Anna Karenina - Lev Tolstoj

Ci sarebbe molto da dire su un romanzo del calibro come questo, che ha disegnato, in un mese, un poster fatto a mano ma dai colori vivi del sangue che mi è stato affisso irrimediabilmente nel cuore, al posto di qualche bel gagliardo autore americano ancora da scoprire; il poster è rimasto lì fissato per un certo periodo, e credo ci resterà ancora per qualche altro tempo. Finché qualche altra opera non subentrerà, qualche altro autore allieterà il mio cuore con messaggi tutti suoi, ho sempre timidamente desiderato rileggere, dopo ben dieci anni, ritornare da Anna e il suo amato Vronskji perché ciò che avevo riscontrato quando ero appena entrata sulla soglia dell’età adulta, nel 2010, e lungo l’orlo di un crepaccio da cui inconsapevolmente avrei visto la luce, con poche e semplici parole, distrusse, disintegrò il mio cuore, e solo per questo ci vollero altri trenta giorni pur di riprendermi; impadronirmi, dunque, della mia vecchia e sgualcita opera, vivere e respirare l’aria malsana di una Pietroburgo che inesorabilmente si avvia lungo la distruzione, sebbene il sentimento di dolcezza e tenerezza che scaldano l'animo, stonano con la natura austera e solenne della storia, con passo deciso, mi impose dinanzi a una distinzione fra classi che nel romanzo è proiettata su una percezione più astratta della vita. Mediante l’irreprensibile lotta, tenace e crudele fra due mondi opposti, che ripristinano e distruggono allo stesso tempo le cose.


Titolo: Anna Karenina

Autore: Lev Tolstoj

Casa editrice: Bur

Prezzo: 12 €

N° di pagine: 1107

Trama: “Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? E’ la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa”.

La recensione:


Non siamo forse tutti quanti gettati al mondo soltanto per odiarci a vicenda e di conseguenza per tormentare noi stessi e gli altri?


E’ l’inverno dei cambiamenti, questo appena entrato. Da inestimabile lettrice, ho trascorso interi pomeriggi stravaccata sulla mia poltrona preferita cibandomi di qualunque opera fosse vergata di sangue e inchiostro. Prima che l’ispirazione di rileggere un capolavoro assoluto come Anna Karenina e tutte le sue  inesauribili elucubrazioni, ero stata lì, che in sere alquanto fredde ma miti, osservavo questa giovindonna stanziarsi nei miei pensieri. Ad un certo punto, di Anna e della sua bellissima storia, vissuta in un certo periodo della mia vita, vi tenevo conservati ricordi che quasi quasi avevo perduto completamente. Ma se, pur di mostrarsi e attirare la mia attenzione, la sua aura lucente mi aveva nuovamente accecato, e di romanzi ancora da leggere e vivere ne avevo a bizzeffe, volevo abbracciarla nuovamente prima che questa luce svanisse del tutto, accoglierla al punto di farmi invadere da concezioni severe e austere che tuttavia non tutti rispettano. Uno dei migliori modi purché ciò accadesse fu quello di leggere, anzi rileggere, assaporare pazientemente ogni cosa, ogni pensiero o paradigma, avviandosi lungo una strada, una salita, rispondendo perfettamente ai miei bisogni mentre arrancavo verso il suono della sua voce.

Non era bello tutto questo, pensai. 

All’uomo era concesso il perdono così come la comprensione, ma doveva essere onorato di tali concetti. Il senso di colpa si insinua come una piccola crepa, nel cuore di ogni personaggio. Stiva, a questo riguardo, dirà: “ Sono la colpa, ma non il colpevole”. Una colpa che è rivelata da azioni fisiologiche, meri sorrisi, così peccaminosa da costringere a fare ammenda, attenendosi alle opinioni altrui affinchè essa possa confacersi col mondo circostante. La donna era quella figura alata avvolta in una misteriosa poetica, priva di difetti ma dotata di sentimenti elevati e di un perfezionismo possibile da non renderla terrena quanto divina.  Innocente, pudica di cui l’uomo virile e temprato, fermo e serio, dovrebbe educare i figli a guadagnarsi da vivere. In generale, priva di diritti per deficienza istituzionale la cui deficienza deriva dalla mancanza di diritti. Ma se si contemplano gli astri è possibile scorgere quel cuore divino della natura umana, la donna amata di cui Dio assiste alla sua felicità non supplicando né esprimendo la sua riconoscenza mossa da un tipo di aspirazione che è superiore, perfetta.

Se addossandosi dei propri difetti, delle proprie colpe, come sostenitore di visione materialistica e deterministica dell’esistenza, si può considerare l'individuo esattamente come tanti altri. Kitty, dotata di una lenta grazia, di un animo buono e limpido, di una piccola testolina bionda, con quell’aria infantile e sorridente, incastrata in un mondo in cui si sente intenerita, placata. Vronskij, abile seduttore dalle cattive azioni più comuni fra i giovani brillanti, dettato da quei dogmi che sono radicati nel cuore mediante un codice segreto, osservano delle regole di comportamento che virano alla sua sopravvivenza, mosso da intenti egoisti che possano accrescere il suo ruolo.

Levin, dotato di un’anima umile e ottimista, proclama la condizione dell’amore vero, il lavoro gratifico, le sue moralità, i suoi pensieri, quanto in netta contrapposizione a Sergei nel quale crede che in ognuno di noi si celino interessi che virino al bene, in generale. Perchè Levin è una creatura appassionata, tenera, la cui prestanza, il suo interesse per il prossimo è proclamazione di gioia, rispetto per quei miseri lavoratori che sguazzano nel mare dell’allegra fatica a cui Dio ci ha donato le forze, espressione di fatica e costanza, ma di cui la cultura serve a ben poco. Perchè a gratificare non sarà la conoscenza, l’istruzione, la scoperta della verità, quanto il lavoro, la fatica, la soddisfazione o acquietamento dello spirito. E in Levin, in balia di profonde crisi esistenziali, di forze esterne che lo indurranno a convertirsi con quei valori intimi della vita contadina, della spiritualità pratica, le idee progressiste riflettono la visione dell’autore che negli anni in cui scrisse il romanzo si avvicinò alla fede, al Cristianesimo. A differenza della sua Anna, che vivrà la sua tragedia al di fuori di questa dimensione spirituale salvifica, consumata dalla gelosia e dall’emarginazione sociale. Una personale e profonda forma di scontentezza, mista a una confusa forma di speranza nel trovare rimedio ad ogni cosa, una patina di paura, relative a quelle relazioni zariste, nel quale è impelagato il popolo russo e nel quale lo zemstvo, quell’istituzione russa rurale di autogoverno locali creati nel 1864, fondamentalmente per le discussioni politiche e sociali, designò come principale figura Levin, che si scontrò con questo movimento, inizialmente partecipando e poi dimettendosi, evidenziando quel contrasto fra idealismo burocratico e realtà contadina. Scontrandosi con la burocrazia che interferì nelle attività agricole pratiche, da cui è possibile attingere quelle visioni concrete e veritiere della vita agricola e delle sue riforme.

Unico balsamo o cura, unico espediente per poter riconnettersi con la natura è la semplicità della vita rurale che avrebbe dovuto aiutare a superare la crisi esistenziale, quel male dei nervi della classe colta, offrendo una specie di via di fuga dalla nevrosi intellettuale.

L’uomo, pur quanto desideri essere o divenire qualcos’altro, è imprigionato in quella inossidabile gabbia dei dubbi, in estreme ed eterne forme di scontentezza, vani tentativi di correggere quelle eterne cadute o attese di una felicità impossibile e inavvicinabile, dominato da forme di ansia e inquietudine che tuttavia non si riesce a contrastare, quanto assumendo un ruolo importante, rilevante per l’economia, come il clima e il terreno, nel quale ogni argomentazione, tesi o deduzione non è sedotta dal terreno o dal clima quanto dall’immutato carattere del lavoratore. La loro natura onesta che li costringe però a mentire, sopportare con inganno, certe situazioni e desideri purché uscirne in cui il male si insinua nel loro cuore come in piccole crepe, ma che non intacca il loro essere perché la felicità è individuale e non egoistica quanto esterna, consapevoli di non doversi macchiare di atrocità o distrazioni esterne. Ma in possibilità di dogmi forti e precisi, una fede incorruttibile in cui ci è impossibile redimersi, correggere, salvarsi, l’anima si scova ad essere sempre più tranquilla e meno impura. Ma se si frantuma quella barriera del possibile ogni cosa diviene oggetto di discussione, sofferenza da cui se ne ricava o denota una visione in cui Dio sarà promotore di bontà, posto in un livello intermedio nell’evoluzione della scimmia dell'uomo affinché il clero possa preoccuparsi di ottimizzare la vita di questi poveri reietti. 

Aggrapparsi a Dio, che è legge e vendetta, è solo una mera illusione di ciò che avrebbe potuto essere, quel vuoto incolmabile, una forma incorruttibile di desolazione che ha lasciato una traccia del suo passaggio. Dio è morto, e con lui anche Natasa, quella dea dello spirito della natura che in Guerra e pace rappresentava la più alta sintesi dell’amore? Come vivere, dunque, senza riposare nelle sue braccia, quanto protagonisti di eventi scissi fra loro: da una parte nella figura di Kitty, dall’altra nella forza luminosa di Anna, nella quale la dea Natasa raccoglie e comprende la vita, l’estensione del tempo, così esclusivo. La felicità per Kitty così priva di angosce, mentre i sogni di Anna come mere parvenze di sogno, quasi incubi che contengono il presentimento della rovina. Operando sugli individui pur di spingerli alla riproduzione. La volontà che, per Schopenhauer, non è razionale quanto brama eterna, che costringe a vivere in una condizione costante di insoddisfazione: prima incastrata in un matrimonio infelice, poi imprigionata in una passione che diventa possesso e paranoia. Anna, nella sua incapacità di scovare la pace riflette l’idea che la vita come manifestazione di volontà è intrinsecamente dolore, riflesso da Levin che come una bollicina si mantiene un pò prima di scoppiare, individuo effimero quasi privo di volontà. Il suicidio di Anna, quel gesto che avevo considerato sconsiderato, diviene atto o volontà nel quale può affermare se stessa e da cui può trarre soddisfazione: trionfare sul razioncinio dove l’amore, visto come inganno, trascina in vortici, tempeste emotive che portano alla luce il lato oscuro dell’esistenza.

Dall’esterno, una macchina gigantesca sembrava aver fagocitato gruppi di fantocci, contadini, lavoratori che costituiscono la società e sono assetti di ideologie più precise che dovrebbero essere soggetti a cambiamenti. In questo scenario poco quieto, Anna è una ragazza semplice che non cela niente che ha in sé qualche altro, dotata di un senso del dovere i cui interessi inaccessibili, complessi e politici, così ironica e beffarda, si aggrappa alla religione come condizione di rinuncia. Nella sua realizzazione, Tolstoj avrebbe dichiarato e confermato l’esistenza di Dio, ma anche negazione di ragione e assurdità contraria, verità in cui si mira alla fusione di più elementi, come l’essere supremo (Dio), e l’illimitata espansione dell’anima.

Ogni figura macchiata da una A indelebile, quella dell’adulterio, nel quale è tessuta una tela di coincidenze simboliche, con vigore e delicatezza, un pittoresco e trionfante sogno, intreccio di eventi che è la vita: da qui la constatazione di come il destino prepari le sue vittime privilegiate. Anna, la cui bellezza riposa in forme compatte che si sciolgono in forme continue e labili come la vita, l’uomo ritratto mediante quei canoni da cui la bella Anna incide un segno sulla realtà della vita, dell’esistenza di noi lettori che viviamo in balia di esperienze concrete da cui i nostri sogni sono nutriti, sostenitori di desideri di libertà mediante cui si tenta di realizzarli. Vittime di uno spreco di tempo che è peccato originale. mortale e imperdonabile. Anna, come Emma Bovary, è stata rappresentazione e incarnazione di nuove forme di vita. Una nuova specie di donna a cui è stato riservato un particolare destino. L’amore, così abietto e crudele, induce la bella Anna ad essere o sentirsi soggiogata, assoggettata a Vronskij nel quale la morte avrebbe alleviato ogni cosa, << pagato >> quella moralità del tempo, che avrebbe neutralizzato qualunque forma mancata di libertà. Nonché pienezza o riscatto per se stessa, e definita autonoma per la consistenza e la coerenza morale delle azioni che compie, irriconoscibile nei canoni di una società patriarcale nel quale è guidata, relegata in uno stato o condizione ricettiva, passiva. Figura che agisce in modo del tutto rivoluzionario per la Russia del XIX secolo che mise in discussione il modello tradizionale di matrimonio basato sulla convenienza piuttosto che sull’amore, rivendicando mediante la relazione con Vronskij una sua indipendenza economica e sessuale, trasgressiva e ribelle pronta a porsi al di fuori delle regole sociali che pagherà mediante l’esclusione sociale e la sofferenza.

Pur di plasmare la nostra anima bisognava vantare di un certo tipo di discendenza e non fermarsi ai principi basi. Anna sarebbe stata in grado di “rinascere”, dinanzi a tutto ciò? Ma una volta sarebbe bastata, e avendo presto tutta l’attenzione possibile, non avevo mai smesso di cercare di tenere in mente i principali dogmi di cui fa ampio respiro questo romanzo, ma che non ricordavo di essermi mai sentita più simile ad Anna in vita mia. Dinanzi al mondo, Anna appare come una figura affascinante, ammaliante ma testarda, passionale, ossessiva, la cui anima volubile ha bruciato nella mia coscienza per troppo tempo. In materia di sentimenti, la sua storia non potrà mai competere con quella di altre storie d’amore, non che esse siano orripilanti o discutibili, ma che mi ha disintegrato inevitabilmente. Inesorabile, abbiamo concordato nel contemplare la vita come quel lungo percorso, spesso accidentato, che spesso è allietato esclusivamente mediante la forza prorompente dell’amore, lasciandosi completamente andare. Gli ideali del passato, proiettandosi nel presente, contro quelle figure che in vita hanno dato il buon esempio, per una donna come lei, forte ma volubile, la concezione di libertà coincide con quella del matrimonio ma legato a faccende di tipo sociale. Elemento primordiale da cui deriva la felicità. Ma che, da alcune analisi critiche, che suggeriscono un parallelismo con Karenin e Menelao, rappresentano il matrimonio come una forma convenzionale, << noiosa >> da cui si tenta di fuggire. Elena e Anna, infedeli, iraconde e rancorose, prevaleranno in maniera diversa: Elena, in quella forma di riposo che è simbolo di raccoglimento; Anna, intrappolata in una spirale che condurrà al suicidio, secondo il critico Schultize, speculata e simile a quella di altri personaggi nel quale ogni difetto, ogni differenza d’età o di società è evidente. Il suo suicidio, insensato, perchè rivendicazione di libertà di coscienza, ma incarnazione di inquietudine di un tempo congenito, la costruzione di un IO che agisce fuori dagli schemi, e che la pone in due fazioni: quelli costruiti mediante un accurato ritratto fisico, e quelli che non sono avvulsi, riconoscibili nell’atmosfera. Immutati nel fluire del tempo, dettati da un Dio che è immagine o causa di un luogo nel quale si raccoglie il pensare del mondo, in un continuo ripetersi.

Eppure, pur di sopprimere tali “fattori”, ed esaltare la sua natura di eroina ed antieroina, l’osservanza di tali norme va al di là del valore stesso, del decoro, del peso morale o sociale. L’amore tuttavia è l’unico rimedio che solleva l’animo; ci si illude di aver creato dal nulla una barriera da cui ci si rifugia da qualunque effetto o contrasto. Ci si sveglia da un sogno, che irrimediabilmente diviene un incubo, in cui si avvertono gravi difficoltà, lesioni dell’animo a cui è impossibile rimediare senza che la nostra anima resti intatta. Il segreto è celato nel perdono, in atti di comprensione o sacrificio che dovrebbero nascondere le ferite del cuore umano, senza  però intaccare la nostra identità.

Era per questo che Tolstoj buttò giù la Karenina? E’ per dire chiaro e forte ciò che denuncia nel suo romanzo e che rivela un forte desiderio di mutamento, economico, sociale, politico, in cui l’individuo non è più quel pallido chiarore di se stesso ma una persona che detiene il diritto di essere tale? Ambizione, desiderio di ottenere qualcosa da cui ci si fa beffe di certi ragionamenti elevati? Tolstoj infatti accusò prima se stesso, e poi chi lo circondava, col semplice modo in cui scrisse queste bellissime e memorabili pagine. Si, questo significava ragionare, ancor più che come filosofi come Cartesio o Socrate, rivelando un certo risentimento tanto forte quanto impossibile da ignorare. Ma poteva andare peggio. Tolstoj, infatti, non desiderava farsi impegolare in queste beghe. Lui stesso visse in questa patina di cupezza, drammaticità, fatalità, che sedimenta nell’animo come un male incurabile, sentendosi oppresso, desideroso di scovare una via di fuga abbracciando nuovi dogmi o paradigmi. Anna Karenina esplica certi concetti, sebbene l’inquadratura che li mette a fuoco è proiettata in un mondo di ricchezze gentili non ammette alcun tipo di religione, ne concepisce l’idea che possa esserci una strada più percorribile, e che la si può imboccare mediante il perdono o la comprensione. Forse così diffidente perché la << sua gente >> non ha mai potuto guardare dall’alto fino al basso. Eppure Anna Karenina la si giudica mediante i suoi valori e non i valori premeditati. Fino a quando sarebbero stati leali e rispettosi, ci sarebbe stata lealtà e rispetto reciproco.

Conformarsi in un'unica bellissima materia, escursione di forte impatto nella natura clinica dei sentimenti che mi ha lasciato in preda a forti sentimenti, con la sensazione di aver acquisito una profonda comprensione dell’intero universo femminile e scrutato uno squarcio di vita russa, con la mia crescente curiosità, ho confidato in paure di forte ostracismo che sono apparsi più interessanti che mai; non copie di ciò che vide l’autore, ma le loro forme originali per la quale ho avvertito una profonda affinità.

La vita è una scenografia che è contaminata dall’ossessione del falso, uno spettacolo finto, simulacro nel cuore di chi recita una parte, nel quale l’autore si sbizzarrisce a creare o ritrarre quei fantocci aggravati dalla tragicità dell’esistenza, quella che smonta e frantuma ogni emozione, abolisce ogni illusione. L’inesauribile bisogno di amare che ci spinge ad abbracciare ogni cosa, vivendo nella gioia del presente e nella speranza che giungesse un tempo più radioso. Perché la vita assume significato solo nel momento in cui si è concentrati nella ricerca di Dio, assorbita nell’amore, mossi dalla fede irreprensibile di un Creatore che è senso o guida delle nostre azioni.

A distanza di qualche anno, ancora una volta questa lettura ha tracciato un solco profondo che resterà impresso nel mio cuore. Distrutto insieme al povero Vronskij, sopravvissuta all’illusione di aver vissuto una fantasia sproporzionata ma incredibilmente accessibile, che non finirà con un semplice paragrafo ma perpetuerà nel tempo come testimonianza di un amore che ho nutrito e che ho amato vivere. Sentire come mio. Rincorrendo la felicità come forma giusta e comune, ma anche molteplicità di disordini emotivi. Accostandosi, per figure e gesti, alla Emma di Flaubert che è incarnazione di lotte fra passioni e convenzioni sociali soffocanti, elementi realistici e naturalistici zolaniani nel quale ogni cosa è soggetta a un esame analitico, dettagliato, ma scientifico, a dispetto di Tolstoj che scava nella psiche umana come simbolo universale di desiderio e disperazione. Rivendicando una profonda connessione fra volontà di vivere ( impulso cieco e razionale) e l’amore ( illusione della natura ), che conduce inevitabilmente alla sofferenza, al nichilismo. 

La Russia dominata da lavoratori, coltivatori che affinchè potessero prosperare era necessario creare un partito di governo che fosse guidato da uomini indipendenti, creando per il popolo una specie di tendenza da cui loro stessi non credono affinchè potesse essere dato loro una dimora e uno stipendio. Etichettati metaforicamente come un pericolo per l’ordine, in contrapposizione a quelle idee di idra rivoluzionarismo, quanto nel tradizionalismo ostinato che rallenta il progresso. Forza moderna e implacabile che schiaccia la bella Anna, colei che non si adeguerà a niente.

Lamentarsi non avrebbe funto da soffocamento a quelle forme di rivoluzione in cui il vero pericolo è nascosto nella caparbia insistenza del tradizionalismo che frena il progresso, negazione della natura o di forze esterne che tentano di dominarlo o sopraffarlo. Ma le concezioni nei riguardi del mondo esterno non possono derivare dalle impressioni, quanto dalla possibilità di avere dei diritti tipici delle istituzioni tedesche e inglesi, traendo libertà e rinascita.

Tolstoj parla di filosofia come quel nesso che intercorre tra interesse personale e quello generale, narcisista che dissolse il mondo in una nebbia vaga ed euforica che concentra in un IO che esplora quella dinamica che intende segretamente i diritti e i privilegi del Dio creatore. Dalla sua arte possiamo così essere condotti dinanzi a un mondo illusorio che gli consentì di rappresentarlo, mediante forme di guerra e pace, giovinezza e decadimento, amore e disperazione, illusione e realtà, vita e morte come uno spazio infinito attorno ai personaggi. Onnisciente perché non coinvolge chi legge, quanto lo lascia libero ad ogni interpretazione.

Anna Karenina fu scritto dopo aver concepito quel capolavoro di Guerra e pace dal quale è possibile scorgere la vita di campagna così isolata e insopportabile, nel quale l’autore attinge all’arte, osserva la vita e la riconosce nella sua esistenza nel quale riflette forme comiche, tragiche incastonate nella sua assurdità o atrocità. E, avviluppato da un forte senso di depressione, coltivato dal piacere del suicidio. Scrivere Guerra e pace lo aiutò a proiettarsi, estraniarsi fuori dal suo sé, trasformando quelle energie narcisistiche in un universo oggettivo. Un mondo nel quale l’IO nasconde, coincide con la realtà quotidiana, ammantandosi con quei colori che avevano pietrificato la sua realtà. 

Romanzo di abbandono, vuoto e di morte da cui saremo guidati da Stiva, che contrariamente alle apparenze, è per l’autore oggetto di studio, fascino che si avvicinò mediante la sua figura, a questo mondo di ricchezza, intelligenza, cinismo, crudeltà. La sua Anna è massima di epifania, luminosità che Tolstoj ha tentato di seguire, rincorrere mediante parole: la sua luce è così intensa e penetrante che abbaglia la notte, la morte avulsa da una sfera di luce, una luminosità in cui è possibile percepire un certo amore per se stessi.

Sonno della vita da cui si riconosce la condizione normale della donna, ancora una volta patriarcale. Ma anche quella dell’uomo, fra le braccia rassicuranti delle comunicazioni stabilite e a lui favorevoli, nel quale la sua donna, la sua Anna, si sveglierà da questo stato letargico, rivendicando se stessa. Esporsi all’ortodossia, alla vita, eccelsa per forza e ampie visioni che costituiscono, mediante il messaggio della realtà, forme concrete e persuasive della vita e del mistero dello spirito. 

Dalla Lettera dei Romani traendo questa idea di famiglia come quella struttura che si basa su forme radicaliste, si manifesta mediante diversi livelli, intrecciando la ribellione personale della protagonista con le profonde critiche sociali, economiche e filosofiche, che identificano la rottura dell’autenticità e la tensione dell’individuo e la società. Mirando all’evoluzione del pensiero di Tolstoj che tende verso un cristianesimo etico, la mancata violenza o la ricerca di un senso di vita autentico spesso trovato nella semplicità e nella fede contadina. E, in generale, in un radicalismo che non è solo politico ma esistenziale che si interroga sulla natura dell’amore, del matrimonio, della proprietà, della morale, che mutano Anna in una figura tragica e pioniera dell’indipendenza femminile. 

Lavorando su una tela grande e proporzionata all’ampiezza della sua personalità, suggerendo un certo legame tra struttura temporale del romanzo e il fluire del tempo storico. Così elegante ed equilibrato fondato sull’intreccio dei rapporti di conoscenza fra i personaggi, un legame intenso da cui è possibile riconoscerlo nei personaggi: Kitty, ama e crede di amare Vrosnkij - antitesi dello stesso romanzo. La vita erotica di Anna, contraria alla vita famigliare di Levin, che si poggia su una fitta rete di parallelismi, parentele, amicizie, amori quasi a completare, consolidare il romanzo come quel luogo compatto, stretto da mille rapporti interni. Alleggerendo tutto questo mediante l’arte del dialogo, delle parole, e non da lunghe e complicate descrizioni che rendono meno densa e congestionata, non abolendo il dialogo quanto sforzandosi a donare o dare il massimo rilievo, quello che avrebbe accresciuto la distanza dalla voce del narratore. Stretti in una lunga catena di necessità, la casualità di un’esistenza solida che rende i personaggi solidi, pionieri e prigionieri di se stessi, disposti a diventare dei caratteri facilmente inseriti nella storia.

Valutazione d’inchiostro: 4

10 commenti:

  1. Ciao Gresi, non ho mai letto il romanzo, ma in passato ho visto una serie tv che però non mi ha conquistata particolarmente... mi fa piacere che tu invece abbia apprezzato molto la storia :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, Ariel! Prossimamente invece io vedrò la trasposizione cinematografica con Kiera Knigltly ☺️☺️

      Elimina
  2. Che romanzone che hai affrontato! Io ho troppa paura, lo ammetto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti assicuro che ti sorprenderà parecchio! Lo stile è alquanto scorrevole, sebbene non semplice. Ma è una lettura imprescindibile, a mio avviso, che rientra nella categoria dei miei romanzi preferiti ☺️❤️

      Elimina
  3. Mai letto.. sono felice di sapere che ti sia piaciuto, grazie per la recensione

    RispondiElimina
  4. Un romanzo che avevo trovato pesante ma affascinante allo stesso tempo. Anche io ho avuto la stessa sensazione sul finale... che lei non avesse lottato abbastanza. Un amore che sicurmante lha cambiata e che, in gradi diversi, può accadere

    RispondiElimina
  5. Hi,
    I follow you # 195 , follow back?

    https://fashionisbiglove.blogspot.com/

    RispondiElimina

You can replace this text by going to "Layout" and then "Page Elements" section. Edit " About "
 

Sogni d'inchiostro Template by Ipietoon Cute Blog Design and Bukit Gambang