venerdì, agosto 14, 2026

Gocce d'inchiostro: Diario 5 - Anais Nin

All’approssimarsi della conclusione di un percorso, un viaggio che si protrae per una manciata di settimane e i cui personaggi, queste figure di carta e inchiostro, in poco tempo erano divenute persone, quel che più rimane sotto la pelle è quel che non avevo cercato: l’amore. Mi ero innamorata della Nin più di dieci anni fa, ma il suo desiderio o necessità di riportare su semplici pagine bianche la sua vita, registrandola passo dopo passo, aveva posto delle domande a cui mi sono state date risposte che inconsapevolmente non cercavo né tantomeno credevo di scovare. Avevo preso sul serio l’idea di tornarvi per completare la lettura dei suoi diari e, visti da vicino, erano l’estratto miracoloso di una cura, una medicina che inconsapevolmente rese ancora più luminosa la mia piccola anima. Come una lucciola dalla fievole luce, la lettura di questi testi fu benefica, rifocillante, comprensiva, repentina nel suo essere divenuto non un semplice scambio fra anime, la mia e quella della scrittrice, quanto la scoperta di una donna che in particolari momenti della sua vita ebbe bisogno di speranza. Leggendo la sua storia da lontano, più gli innumerevoli incontri/scontri di cui fu protagonista, sono certa che chiunque sarebbe rimasto ammaliato, sedotto dalla su figura, così riservata, eterea, raffinata ma che in balia di moti del cuore più grandi di quel che credeva, fece della sua femminilità e di quello del resto del mondo un esempio di forza ed emancipazione.

Titolo: Diario 5

Autore: Anaïs Nin

Casa editrice: Bompiani

Prezzo: 13 €

N° di pagine: 401

Trama: Inverno 1947: Anaïs Nin è in Messico e si sente invasa di gioia, in armonia con la natura e con "il ritmo dei nativi". Il suo ritorno negli Stati Uniti costituisce un duro impatto con la realtà, realtà che, affrontata sul piano dell'arte, non costituisce un rifiuto di responsabilità, ma un'ossigenazione psicofisica per sopravvivere. La Nin si sente spezzata: arte e vita sono due momenti diversi e inconciliabili, solo la natura le dà sollievo, solo il suo essere nella natura costituisce per lei un momento di coesione e sintesi. È un periodo di ribellione e di ripensamento per la donna e per la scrittrice. Dopo quattro anni di analisi, la Nin ha superato la crisi, ha debellato la nevrosi, è libera, piena di voglia di vivere e di dedicarsi alla scrittura. Prefazione di Antonio Debenedetti.

La recensione:


Mai come l’aquila siamo nati per essere liberi. Tuttavia, per riuscire a vivere, siamo costretti a costruire una gabbia di leggi e a stare appollaiati sul trespolo. Nasciamo spreconi e privi di rimorsi come le tigri; siamo obbligati ad essere economici, oppure a morire di fame o di freddo. Siamo nati per viaggiare, e condannati a rimanere fermi e a scavare. Siamo nati avventurieri.


Sono stata, lo sono ancora, a dire il vero, in balia di alcune forme perverse di allucinazioni, che pur quanto la forza di discostarmi fosse seduttrice, ammaliante, ha ammantato ogni possibilità di fare diversamente. Non prendo più sul serio chi chiacchiera a vanvera, narra cose, eventi o situazioni che hanno avuto sfogo in un determinato momento, quanto mi limito ad osservare. Credo solo se vedo con i miei occhi, senza alcuna remora o refuso. Quello di Anais Nin fu un tipo di esperienza molto simile. Quello che hanno visto i miei occhi sono informazioni che il mio cervello, mediante l’arte delle parole, ha registrato come esperienze di vita realmente vissute, non dando niente che si discosta dalla realtà quanto esplicando la verità. Quella che la Nin riportò con cura, diligenza, disciplina ogni santissimo giorno della sua vita, in taccuini, diari dalla copertina logora e sgualcita, non omettendo alcunchè - lo faranno di seguito i curatori delle case editrici che hanno pubblicato i suoi testi - senza alcuna eccezione. Sono convinta che questa scelta editoriale sia giusta sino a un certo punto: se ci si appropria del dovere o della responsabilità di dare voce a qualcosa o qualcuno che il tempo non aveva ancora mostrato, è bene farlo come si deve. Niente da nascondere: nessun velo o copertura.

Ma quello che fece la critica nei riguardi della Nin fu di considerarla una pioniera dell’erotismo che sollevò alcune diatribe verbali su chi l’accusò di narcisismo ed eccessivo autoinganno. La scrittura avrebbe dovuto discostarsi dalla realtà, trascendere i confini della menzogna, della verità affinché la psiche fosse protetta, le sue relazioni complesse furono << rinchiuse >>. La sua prosa fu giudicata come estenuante fuga dalla superficialità quotidiana per riflettersi in un labirinto introspettivo, forma d’arte che avrebbe prevalso fra vita privata e diario perché il semplice gesto di riportare ogni pensiero, ogni atto di cronaca della realtà funse anche da strumento di scrittura mitologica di se stessa dove la menzogna avrebbe annullato ogni effetto negativo, nefasto. Le sue molteplici vite, circonfuse in una barriera protettiva, tra versioni censurate e non sarebbe emerso come doppione. Riflesso o forma atipica d’oppio, indispensabile e incorruttibile per l’anima frantumata, in un epoca culturale che già con Auden aveva esplorato l’isolamento e la psiche umana. Esplorazione dell’età dell’ansia che valorizza quell’approccio introspettivo e autobiografico proiettato sull’emotività, sul sesso di ogni singolo individuo che avrebbe oltrepassato i tabù dell’epoca.

Liberare la sessualità femminile dalle fantasie maschili tradizionali in cui il sesso non avrebbe esaltato solo il corpo quanto si sarebbe funto all’emozioni, al sentimento, alla psicologia, al desiderio femminile, era una dimensione personale che l’autrice acutizzò mediante l’uso di droghe trasponendo la dimensione del sogno e dell’inconscio sulla pagina scritta. Secondo alcuni critici, tale esperienza creò il suo stile onirico, quanto amplificò e consolidò i meccanismi espressivi dell’essere umano catturando la fluidità del sogno attraverso una prosa lirica e associativa, allucinogena ma controllata le cui immagini erano in continuo mutamento. Da questo viaggio psichedelico, alterato da sostanze, la mente non avrebbe dato le medesime informazioni date da una mente lucida quanto rigurgitato strati simultanei, in una struttura cronologica a mosaico in cui il tempo si annullava per favorire associazioni emotive e simboliche tipiche del sogno. Ma distruggere l’IO, perdere la coscienza tenendo conto di un unico elemento, quello cioè di osservare e registrare, confermò come LSD per la Nin fu deleterio. Affinché la psiche, i cinque sensi non fossero separati, i sogni per loro natura inafferrabili, i sentimenti dipinti, suonati, toccati, le parole acquisivano dinamismo, divennero visivamente conformi al corpo e all’ambiente circostante. La sinestesia, ovvero quella contaminazione sensoriale per cui un suono evoca un colore o un profumo, avrebbe descritto questa perdita di confini. La prosa moderna avrebbe frantumato ogni rapporto con il realismo fotografico per diventare evocativo, scavalcando l’intelletto e parlando direttamente all’inconscio, le cui parole adoperate non sono scelte casualmente, quanto favoriscono la diffusione di una parabola che insegna a dispiegarsi e a fiorire.

Dinanzi a uno specchio con cui rimirarsi, osservarsi, l’anima fiorisce. La nostra coscienza sussurra quello che era già evidente ai nostri occhi. La mia teoria è che era necessario metterlo per iscritto, affinchè ogni cosa si realizzasse. Cosmopolita, seduttrice, coinvolgente, il suo prodotto artistico è frutto di fervide letture, incontri/ scontri con autori o autrici che sfidano le convenzioni sociali dell’epoca e con i quali condivise una prosa sensuale, ricca di dettagli esotici incentrati sull’esplorazione del desiderio dell’amore e della ricerca di luoghi lontani. I tabù della sessualità, esplorati anche da Jean Genet, si focalizzano sull’introspezione e sull’eros, contando la marginalità, la delinquenza, l’amore sessuale con sguardo poetico e sovversivo, dimostrando una profonda sintonia con la natura voyeuristica ed erotica del drammaturgo. Da La vita è sogno esplorò quella linea sottile che vi fosse fra illusione e realtà ma con prospettive diverse. Il sogno è motore dell’azione, la consapevolezza è risultato di comprensione, dettagli brutti che tuttavia le impedirono di tenere su quei falsi miti che invece erano dell’artista. Colui che sguazzava nella bruttezza proprio come fece Henry Miller per dimostrare che la vita è orripilante e il mondo fisico che eleva quello relativo all’amore viene trascurato dall’odio. Ogni cosa trasposta sul prossimo, esaminata dall’IO, laddove Huysmans fa dei suoi protagonisti espedienti per analizzare la nevrosi e l’isolamento del dandy, la Nin adopera la scrittura e il diario come indagine introspettiva senza filtri. Entità vivente, respiro, ansito che attraversò storie, fantasmi di chi ha vissuto e vive. Da qui la sua poetica che si focalizza sul respiro, quel flusso vitale e scavo interiore in cui la sessualità è mescolata alle lacrime, ai sogni, a frammenti d’identità, in un superamento della nevrosi e della ricerca dell’identità, della propria libertà interiore da cui la stessa autrice trovò la forza di guarire dalle proprie scissioni, affermando il diritto di esprimere liberamente la sua natura complessa e ribelle.

Valutazione d’inchiostro: 4

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