Titolo: La città e le sue mura incerte
Autore: Murakami Haruki
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: 16 €
N° di pagine: 560
Trama: Diciassette anni lui, sedici lei, il primo amore, il tempo di un’indimenticabile estate. Tra passeggiate lungo il fiume o in riva al mare, speranze sussurrate su una panchina e sogni affidati alle righe di una lettera, lei gli racconta di una città circondata da alte mura: i ponti di pietra, la torre di guardia, un orologio senza lancette, una biblioteca. «La vera me stessa è lì che vive», gli dice la ragazza, e lì lui sarà il Lettore dei sogni. Poi, all’improvviso, lei scompare. La chiave per ritrovarla è quella città. Ma solo chi lo desidera con tutto il cuore potrà superare le sue mura. Un romanzo immerso nelle atmosfere ipnotiche e rarefatte che hanno reso celebre Murakami Haruki, ma anche ben radicato nella realtà. Una profonda riflessione sullo scorrere del tempo, sul rimpianto di ciò che abbiamo perduto, sugli sconfinamenti della verità, sul senso della nostra esistenza.
La recensione:
Forse aveva bisogno di allontanarsi per un certo periodo, ma sarebbe di sicuro tornata da me.. Perché eravamo una cosa sola.
Essendo una veterana con Murakami Haruki da che ho memoria, accogliere nel mio cantuccio personale l’ultima - perlomeno, sino a questo momento - opera di uno dei miei tanti autori preferiti-, è strettamente legata a quel tipo di magia cui ogni tanto faccio cenno. Quella relativa alla scrittura, a quel battesimo magico che lega due mondi ( quello di qua e quello di là ), lo stesso col quale ho scorto, scoperto l’arte delle parole. La scrittura non è un vero e proprio mestiere - vero nel senso letterale del termine - quanto un modo di essere. Un’espressione o filosofia di vita, per giunta non fondata da nessuno in particolare, senza un particolare esercizio o suggerimento; la pratica, la costanza, la disciplina avrebbe prodotto qualcosa. E da ciò, una saggezza sedimentata attraverso i millenni. Tanto meno ho valutato chi potesse aver diffuso questa splendida arte..
Da qualche anno a questa parte, anche io ho abbracciato questa religione. Questo rito di passaggio, fondamento di crescita, arte e sapere, mediante cui ho scoperto, sto scoprendo e la scoprirò maggiormente, la Realtà. Quella di cui non ne conosco ancora i suoi connotati, ma nel quale finisco di essere o restare con una limitata visione del mio sé, appunto perché tutto quello che l’Io percepisce è fuori dall’Io, prende per realtà indiscutibile quella distinzione fra se e ciò che percepisce e capisce. Esattamente come accade, ogniqualvolta decido di leggere un romanzo murakamiano. Un tipo di letteratura da cui riesco a vedere tante cose, ma in maniera diversa. Qualcosa di cui non riesco ancora a scovare la sua origine, a estirpare le radici, ma nel quale il mio piccolo essere non si sente più inadatto, inadeguato.
E’ stato così per il protagonista di questo ennesimo trattato surrealista. Per due adolescenti che hanno scoperto la totalità dell’amore, priva di ambiguità, fra realtà e possibilità, consapevoli che ciò che stava per crearsi dinanzi ai loro occhi fosse un’esistenza separata. In realtà non totale, quanto frammenti, puzzle di uno splendido mosaico, che tuttavia non potrebbero esistere senza la loro indipendente totalità.
Di questa lettura ho atteso il momento più adatto - la pubblicazione in edizione tascabile, a dire il vero, per diletto e piacere estetico - quello in cui avrei compreso cosa ci fosse di così incomprensibile e inappagante tra le sue pagine: qualcosa di insulso, grigiastro resta sempre attaccato, ai bordi dell’anima, in ogni ritratto murakamiano. La città e le sue mura incerte non è privo di quella liberazione dall’illusione di poter essere qualcosa di straordinario, parossistico, un’esistenza individuale a sè stante, quanto fatto prendere consapevolezza della sua perfetta unità con un romanzo << costola >>, scritto e pubblicato qualche anno prima, la cui personalità è solo estensione. Una forma vincolante, per chi non ha colto nell’immediato il suo messaggio, ma per i più veterani, totalizzante, ammaliante, concreta, perfetta, le cui immagini oniriche non avrebbero avuto bisogno di esplicare alcunchè, nulla che le solo forme espressive avevano dato o confermato, quanto rendersi conto di essere parti di un unico essere. Un essere che Murakami ha abilmente scomposto, qualche tempo fa, e ora ricreato, riproposto mediante salti di coscienza e conoscenza nel quale all’uomo è stato dato l’arduo compito di riconoscersi in questa totalità frammentaria. Come lui, anche io ho avuto bisogno di una manciata di momenti, di pagine, pur di capire, perché mi fosse indicata la strada. Era un essere il cui sé non poteva essere riconosciuto diversamente. E da qui la necessità, la conferma che pur quanto i miei sentimenti, le mie emozioni al riguardo fossero, al principio, poco conformi all’entusiasmo nutrito o provato, qualche tempo prima, la storia fosse sempre la stessa: ad un certo punto avrei dovuto attraversare un fiume in cui mi sarebbe stato chiesto se sapessi nuotare. Se così fosse o meno, avrei dovuto farlo. Imparare a farlo, attribuendo valore a ciò che realmente conta e con sorpresa scorgere quelle tracce, quelle forme di letteratura nipponica col quale l’autore persegue come una specie di pellegrinaggio spirituale.
Di questi pellegrinaggi, naturalmente, io non ho mai né tantomeno lo farò, sottrarmi. E in quest’ennesimo, indicato ciò che era ovvio: quello che cercavo era l’idea stessa di esplorare un frammento di anima in cui il sogno poggiava sulle fondamenta solide di una città splendida, una fortezza che è costrutto di felicità, nel quale la potenza della fantasia, quegli effetti o effluvi claudicanti di torpore di cui l’anima pretendeva di doverne essere scossa, risvegliata, si incastonano nella natura esplodendo in tutta la sua forza in scenari selvaggi e impetuosi. Una piccola coscienza che era derivazione di sensi, di forme atipiche di intelletto in cui il telescopio gigantesco della letteratura ci avrebbe concesso di osservare da più vicino.
Il carattere onirico, così come il corpo del romanzo, prevede un susseguirsi di eventi privi di collegamento, legami le cui immagini o episodi sostengono però una certa purezza. La storia era amalgamata da forme surreali, irrazionali, in cui l'inconoscibilità avrebbe provocato, accentuato quelle forme di confusione, imperfezione, ma la spontaneità con le quali essi sono ritratte sono quelle tipiche della tradizione nipponica antica. Quella rintracciabile nei testi d’epoca, che si contrapposero al neoconfucianesimo per il suo essere artificioso e straniero, ma parte di un comune senso individuale, nel quale Murakami modella una forma apparentemente modellabile ma razionale, ogni essere vivente, anche i più infimi.
Non sempre facile seguirlo in questi << ragionamenti >>, ma sempre così familiari e dotati di quella particolare magia per cui è possibile lasciarsi incantare, trascinare. Forse non così necessaria, come può sembrare, ma soggetta agli ennesimi effluvi di una storia che ha finito per raccontarsi senza particolari gesti o dichiarazioni.
Valutazione d’inchiostro: 4


Ottima recensione, grazie
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