John Irving, autore di cui non ho ancora avuto modo di conoscere,
una volta disse a Murakami Haruki che "l'importante, per un romanziere, non è
solo l'atto dello scrivere, bensì il saper iniettare nelle vene un tipo di droga
che ti faccia divenire tossicodipendente".
Per quanto mi riguarda, la punteggiatura, lo stile di Murakami Haruki
si consolidano in questo aspetto sociale/ famigliare che amo particolarmente. Considerato dallo stesso autore un accozzaglia
di idee riguardanti se stesso e la scrittura, girava attorno al mio universo
personale reclamando la mia attenzione.
Il nocciolo, che evidenzia ancora una volta, nell'ennesima delirante
recensione, il mio amore per la prosa murakamiana, è dovuto principalmente dal fatto
che desideravo individuare e distinguere quel particolare sapore che lo contraddistingue,
evidenziare quegli aspetti che gli fecero amare la scrittura e considerarla
come una faccenda che si semplifica nell'atto de "lo buttare giù qualcosa".
Il mestiere dello scrittore ricorda, o, per meglio dire, evoca
certi episodi, ricordi che caratterizzano altri suoi romanzi, credendo ancora
una volta come, sebbene la ripetività e la monotonia di certe situazioni, io sia
ancora ammaliata dai suoi scritti. Dalla concezione che ha di sé stesso, del
mondo circostante, dell'amore per la letteratura e per la scrittura, condensati
in opere che altri non sono che ritratti della vita quotidiana in cui chiunque
può riconoscersi. Alzando semplicemente lo sguardo, riuscendo a orientarsi, stabilire
un punto fisso, vagare alla ricerca, sino a trovare la strada.
Titolo: Il mestiere dello scrittore
Autore: Murakami Haruki
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: 12,50 €
N° di pagine: 186
Trama: Con Il mestiere dello scrittore Murakami Haruki compie un
gesto straordinario e inaspettato: fa entrare i suoi lettori nell'intimità del
suo laboratorio creativo, li fa accomodare al tavolo di lavoro e dispiega davanti
a loro i segreti della sua scrittura. Sono << chiacchiere di bottega
>>, confidenze, suggerimenti, che presto però si aprono a qualcosa di
più; una riflessione sull'immaginazione, sul tempo e l'identità, sul conflitto
creativo tra forma e libertà.