sabato, dicembre 03, 2022

Gocce d'inchiostro: Una donna - Annie Ernaux e Nadja - Andrè Breton

 Fu la prima cosa che feci, quando seppi dell'esistenza di Annie Ernaux e André Breton, scrittori francesi amata da molti lettori ma che io non conoscevo affatto fu una bellissima esperienza che mi indusse a guardarmi con gli occhi di un altro, un’altra, il cui sentore era molto simile a quello di altri romanzi letti e vissuti, forse non migliore ma comunque profumato, << accettabile >>, non solo per il tema trattato, ma anche per le viscere profonde in cui mi ha risucchiata, intrappolata, costretta a restarvi sin dal primo momento in cui vi misi piede, dove l’amore per la scrittura funse da surrogato per l’anima semplice ma appassionata dell’autrice. La morte di una persona cara, il movimento costante dei ricordi e la loro risacca disomogenea, mentre l’aria diveniva sempre più oppressiva, spesso irrespirabile, e i miei sentimenti che vacillavano continuamente fra estatico e surreale, con pensieri che si annidavano nella mia coscienza e si squarciavano come nuvoloni grigi e ingombranti di continuo, creando una luce sfolgorante, cangiante, così accogliente e allo stesso tempo morbida di sorprese. Né romanzo né antiromanzo piuttosto arti finzione che riferisce solo fatti e sfugge a qualunque continuità, opere che riportano incontri casuali, aneddoti  in luoghi di passaggio, in un marasma di emozioni. Relativi alla scrittura come paradosso del senso, il divenire e l’rimediabile paradosso di un libro che non vuol essere un libro. Perché l’atto dello scrivere, seppur ardente, manca di spirito. Ma non i protagonisti, che assumono aspetti di esaltazione e caduta, uno spostamento remoto nel vuoto, privo di caratteristiche fisiche e morali, che regalano molto di più di quel che sembra, in un intreccio sapiente di apparenza, giustificazione di finali commoventi e rassicuranti.

Titolo: Una donna
Autore: Annie Ernaux
Casa editrice: L’orma
Prezzo: 15 €
N° di pagine: 99
Trama: Pochi giorni dopo la morte della madre, Annie Ernaux traccia su un foglio la frase che diventerà l’incipit di questo libro. Le vicende personali emergono allora dalla memoria incandescente del lutto e si fanno ritratto esemplare di una donna del Novecento. La miseria contadina, il lavoro da operaia, il riscatto come piccola commerciante, lo sprofondare nel buio della malattia, e tutt’attorno la talvolta incomprensibile evoluzione del mondo, degli orizzonti, dei desideri. Scritte nella lingua «più neutra possibile» eppure sostanziate dalle mille sfumature di un lessico personale, famigliare e sociale, queste pagine implacabili si collocano nella luminosa intersezione tra Storia e affetto, indagano con un secco dolore – che sconvolge più di un pianto a dirotto – le contraddizioni e l’opacità dei sentimenti per restituire in maniera universale l’irripetibile realtà di un percorso di vita.

La recensione:

 

Questo stato scompare poco a poco. Permane la soddisfazione di un tempo ancora freddo e piovoso … e momenti di vuoto, ogni volta che constato “non vale più la pena di “. Il buco di questo pensiero: la prima primavera che non vedrà.

 

Annie Ernaux. Chi è? Avrei potuto conoscerla anche io?
Il suo momento era già stato scritto. Avvenne nella metà di un mese che fu per me ricco di cambiamenti, soddisfazioni, progetti, obiettivi raggiunti, ma, soprattutto, delle letture spooky, che tuttavia con il genere letterario che abbraccia l’autrice concerne ben poco.
È vero. Ma tutto ciò cela un chè di affascinante. Perché? Perché un’autrice acclamata come la Ernaux, già prima che ricevesse il premio Nobel per la Letteratura, destò in me un certo fascino che l’atto del conoscerla fu davvero inevitabile. Adesso che l’ho conosciuta ne sono davvero lieta, molto più riconoscente con me stessa per aver colmato questa lacuna ma non conquistata completamente da desiderare leggerne subito qualche altro suo romanzo. In futuro leggerò sicuramente qualche altra opera, ma, al momento, mi piaceva l’idea di conoscerla con la lettura di un suo romanzo e, in questo caso, con una piccola bibliografia, di cui a quanto pare la sua è una produzione ricca.
Magari ci penso, ma, al momento, fu Una donna a chiamarmi a gran voce. Ad attrarmi letteralmente, mettendo giù qualunque remora, pregiudizio iniziale. Bearmi di lei, vestire i suoi scomodi panni, non potendo immaginare gli innumerevoli momenti di difficoltà vissuti dall’autrice, dalla sua stessa madre, dalla madre dell’autrice nei suoi riguardi, sperando che le informazioni ricevute possano non infangare la reputazione di qualcuno. Un’immagine aveva preso vita. La mamma dell’autrice morta su un letto d’ospedale, con i sensi già annebbiati da un terribile e temibile nemico neurologico, nuda e rigida in una sordida stanza.
Guardando la mano destra che tiene la penna stilografica blu che sto usando per scrivere nel mio immancabile blocnotes questa recensione, penso a Annie Ernaux nella sua casa a Parigi, seduta dinanzi alla sua scrivania, in circostanze simili alle mie, nell'atto di scrivere una delle sue opere più belle,- forse - e all'improvviso mi interrompo per buttar giù queste poche righe al margine di una storia che ha una sua anima, l'amaro sfogo di una donna che si serve nient'altro che di parole che trapelano sofferenza, un'arcana capacità di scrutare l'anima altrui, percependo correnti nascoste sotto ogni situazione umana.
Non appena si legge Una donna torna alla mente la storia che una donna sola, ma ambiziosa e talentuosa mi raccontò su una figura - il suo alter ego -, a Parigi, ma anche a New York negli anni 40, avvicinandosi semplicemente e chiedendomi se potevo condividere questo segreto con lei
Ricordi che mi assalgono, sensazioni in cui diviene impossibile distinguere la realtà dalla finzione, un mondo visibile in bianco e nero. Nel momento in cui ci si ferma a pensare ci si riconosce per chi effettivamente siamo: uomini che camminano e cha hanno passato la vita attraversando a piedi la città. Ripercorrendo luoghi dove negli anni si ha parcheggiato il proprio corpo, in luoghi che ben o male riconoscono una parte di noi stessi.
Fra pensieri sparsi, cuciti, con la paura di ciò che potrebbe succedere se ci si lascia andare, codificati in una litania di fatti, eventi concreti tradotti in situazioni concrete, in modo tale da dargli un giusto viatico verso il luogo dove le parole devono andare, Una donna non mi ha consumata da dentro come credevo, ma le sue immagini, i suoi significati nascosti che tuttavia toccano, sembrano qualcosa da cui si trova sollievo. Eppure questa breve biografia altri non è che il grido disperato di una donna sola e insoddisfatta, lanciato dalla soglia della sua insoddisfazione morale, qui riportate come uno sfogo febbrile.
Una prosa che suona però triste, povera, scritta con frasi che sono state ripescate dal di dentro, da dentro l'anima dell'autrice, con quell'accumulo di ricordi e percezioni che si continua a portare nel corpo e che quasi sempre contagiano. In cosa si nasconde la sua suprema essenza?
Credo dal suo modo semplice ma destabilizzante di penetrare nel cervello. Il semplice suono mi trasmise un certo ammaliamento. Un diario, una raccolta di pensieri più profondi hanno abbacinato con estrema cura la mia anima, e rievocare certi eventi attraverso la parola scritta penso sia qualcosa di estremamente potente: un gesto spontaneo, volontario.
Un toccante libriccino, nonché meravigliosa proiezione egoistica del desiderio di un anima semplice ma solitaria e appassionata, che nasce ma non giunge mai a piena maturazione. Una dolcezza velata di tristezza e sconforto che va a cercare sentimenti nascosti nel suo intimo, che tuttavia credeva perduti. La storia di una donna, di cui la mia anima si è cibata in un periodo particolare della mia vita, che ha cominciato a rappresentarsi una mattina di un soleggiato lunedì di metà ottobre.
In un mondo che brucia ai nostri occhi, le cui immagini hanno il colore scuro di una nuda parete di cemento, da cui si tenta di fuggire grazie alla gioia di catturare il pensiero astratto su carta, urlando dinanzi all'ignoto, lanciandosi all'assalto dei propri dolori, pur di illudersi di non sentirsi più soli.

Valutazione d’inchiostro: 4

🌺🌺🌺🌺🌺


Titolo: Nadja
Autore: Andrè Breton
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: 17, 50 €
N° di pagine: 137
Trama: Nadja è una donna realmente esistita, realmente conosciuta da Breton e, come il personaggio del libro, finita in una clinica psichiatrica. Nadja è l'autorappresentazione femminile di Breton. Nadja è l'incarnazione del surrealismo. Nadja è tutto questo e molto altro ancora: è l'inizio della parola speranza in russo, è un sogno di amore e di libertà. "Nadja" costituisce una svolta importante nell'evoluzione del discorso di Breton sul caso e sulla scrittura, segnando la crisi della "écriture automatique", come attività di ricerca privilegiata e inaugurando un tipo di esplorazione che sarà proseguita nelle opere successive.

La recensione:

 

Solo l’amore nel senso in cui io lo intendo – dico il misterioso, l’improbabile, l’unico, lo sconvolgente e l’indubitabile amore – quale forse può essere solo se è a tutta prova, avrebbe consentito il compiersi del miracolo… Chi vive? Sei tu, Nadja? È vero che l’al di là, tutto l’al di là è in questa vita? Non ti sento. Chi vive? Sono io solo? Sono io?”.

 

Seguirono giorni in cui ho vissuto esperienze letterarie bellissime e indimenticabili. Per tutto il mese sino alla fine, avevo prefissato di leggere romanzi a tema che avrebbero comportato una certa quantità di lavoro da sbrigare, un progetto letterario piacevole che ho abbracciato con un certo entusiasmo. Mi tenne impegnata in questi quasi trenta giorni, sebbene il mese non sia ancora svolto al termine, ma nel mentre ripongo queste poche righe mi rendo conto di essere soddisfatta di ciò che ho letto e vissuto, sin ora, contenta di aver sentito sulla pelle la brezza di una storia nuova, emozionante, esperienze letterarie che hanno funto da moti involontari dell’anima. Nadja di Andrè Breton, autore che francamente non conoscevo, giunse nella mia lunghissima TBR di ottobre mediante la rilettura dei bellissimi Diari di Anais Nin, che desidero portare a termine entro la fine del mese. Lo avevo giudicato interessante, degno della mia attenzione. Il desiderio di conoscerlo era piuttosto ardente: cosa mi avrebbe impedito di farlo?
Nadja prese forma nella mente dell’autore come un’epica forma di contorno che non ha una sua identità piuttosto sua personalissima testimonianza. Ricordi estrapolati dal tempo in cui l’atto dello scrivere diviene una rinuncia alla scrittura. Vagabondando come anime erranti, conducendoci nei cuori algidi dei protagonisti: valicando i limiti estremi, vedendo ciò che è nascosto dietro l’apparenza. << Dissanguando >> innumerevoli seguaci di fluorescenze metafisiche che ha una sua notevole arguzia.
Nadja fu una figura realmente esistita, che l’autore conobbe un mattino, nel bel mezzo di un lungo periodo di attese, mentre la vita lo stava fagocitando e la possibilità di uscirne illeso era vana, situato in un luogo sconosciuto, remoto, metropoli di rinascita e conquista. Leggendolo in una manciata di ore guardo il mio bloc notes preferito, quella pagina bianca che nel giro di qualche minuto sarà riempita, e penso che questa lettura – così inattesa, così sconosciuta -, nel suo piccolo, aveva completamente scombussolato il mio animo. Perché? Perché << fuori >> dall’ordinario, dal regno del possibile, è possibile valicare mondi, percorrere strade che in un primo momento sembrano così morbosamente sbagliate e ridicole, in un secondo le si percorrono quasi come una necessità. Forse è la potenza di parole per come sono state disposte, lungo una corrente di un fiume, a rievocare qualcosa di vecchio, lontano, rivestito di una patina resistente nonché figlio di un tempo andato, proposto come espressione verbale o per iscritto del funzionamento del pensiero. Il rapporto intrinseco fra arte e scrittura.
Forse avrei dovuto informarmi maggiormente dal momento che le mie conoscenze letterarie sono ancora piuttosto scarse, ma se Anais Nin non mi avesse presentato quest’uomo non avrei creduto che i nostri Destini si fossero incrociati. La sua storia era piuttosto breve, condensata in nemmeno duecento pagine, figlia di tracce indelebili dell’anima – così surclassata e recisa dal tempo -, che riconducibile entro i limiti della vita di un’attività il cui campo effettivo è ignoto, il rapporto che si instaura fra lettore e personaggi è davvero straordinario. Altisonante, riecheggia mediante la voce di una donna forte che non vuol farsi contrastare da niente e nessuno, non farsi comandare da alcunchè. Fiore disegnato che esalta il tempo, quello trascorso assieme, che cela la duplicità della vita, tranne quando si è in balia dei sentimenti, finchè si ignora la cattiveria e la perversione.
Né romanzo né antiromanzo piuttosto arti finzione che riferisce solo fatti e sfugge a qualunque continuità, opera che riporta incontri casuali, aneddoti  in luoghi di passaggio, in un marasma di emozioni. A tratti complesso perché composto da tre linee narrative: una relativa alla scrittura come paradosso del senso, il divenire e l’rimediabile paradosso di un libro che non vuol essere un libro. Perché l’atto dello scrivere, seppur ardente, manca di spirito. Ma non la sua protagonista, Nadja, che assume aspetti di esaltazione e caduta, uno spostamento remoto nel vuoto, privo di caratteristiche fisiche e morali, che regala molto di più di quel che sembra, in un intreccio sapiente di apparenza, giustificazione di finali commoventi e rassicuranti.

Valutazione d’inchiostro: 4

2 commenti:

You can replace this text by going to "Layout" and then "Page Elements" section. Edit " About "
 

Sogni d'inchiostro Template by Ipietoon Cute Blog Design and Bukit Gambang