Le biografie non sono il mio forte. Per meglio dire, non ne leggo tanto e spesso. Ascolto la voce gracchiante di chi li scrive, e a sentir loro pare che il mondo o il tema trattato fosse un posto migliore di quel che sembra. Quell’autore o quell'autrice acquisisce una nuova luce, una nuova visione, onnisciente, onnipresente, saggia e giusta che la maggior parte delle volte non coincide con la verità: scritto con gli occhi del cuore. I testi di questo tipo a mio avviso sono perlopiù romanzi o, testimonianze, che hanno una certa attendibilità compatibile al tema trattato ma non sempre veritiera perché oscurata dai sentimenti di chi c’è dietro. Alla fine a scriverli sono quasi sempre chi ha amato, letto o vissuto certi autori, in momenti particolari della loro vita, non riuscendo ad essere coerente quanto condizionato dalle stesse. Difficilmente ci si imbatte in un testo autobiografico che analiticamente esplichi la vita dell’autore, la sua poetica, l’importanza delle sue chiavi di lettura, senza non farsi travolgere dalle emozioni. Eppure quelle poche testimonianze letterarie che ho letto in questo 2024 qualcosa hanno sortito. Con la loro miscela disomogenea di colori e sapori tipici del paese e un corollario di nozioni che hanno arricchito il mio bagaglio culturale.
Opere che sono radicate nel territorio dell'immaginazione urbana e neli spazi urbani, in cui fa quasi sempre da sfondo una Londra distesa in una cappa di vapore. In un palcoscenico frenetico in cui il lungo viaggio del protagonista o dei protagonisti entrano in contatto con diversi meccanismi: la famiglia, l'istruzione, la prigione. Viaggi in cui si ha la consapevolezza di vivere amori folli, ardenti, malesseri e benesseri, in cui si cerca di crescere in questa tetra landa. Rifocillando l'anima, e ripristinando quel briciolo di serenità che ancora ci è riservata.
Titolo: Charles Dickens
Autore: Peter Ackroyd
Casa editrice: Neri Pozza
Prezzo: 25 €
N° di pagine: 587
Trama: Il 9 giugno 1870 Charles Dickens muore a cinquantotto anni a Gads Hill, la sua casa a Higham, nel Kent. La notizia del suo decesso fa subito il giro del mondo. Negli Stati Uniti, Longfellow, il poeta più famoso del secondo Ottocento americano, dichiara di non aver mai assistito a un cordoglio tanto diffuso per la morte di un autore, con «il Paese intero colpito dal lutto». Il giorno successivo alla sua dipartita, il Daily News sentenzia: «È stato senza dubbio il romanziere di quest’epoca». In Inghilterra l’opprimente senso di perdita attraversa tutte le classi sociali, in primo luogo la classe lavoratrice che si è sentita ampiamente rappresentata nelle sue opere. La percezione generale è che l’anima stessa del popolo inglese, il suo umorismo e la sua malinconia, la sua baldanza e la sua ironia, abbiano trovato una piena espressione nei romanzi di Dickens. Scrivendo questa imponente biografia dell’autore di Grandi speranze e di altri capolavori della letteratura mondiale, Peter Ackroyd non soltanto non si sottrae alla percezione dei contemporanei di Dickens, ma mostra come la sua morte, per tutti i vittoriani, sia stata la testimonianza di un’enorme transizione. Più della stessa regina Vittoria, Charles Dickens appare, in queste pagine, il rappresentante illustre di un’epoca non perché ce ne restituisce semplicemente la testimonianza, ma perché percepisce, saggia, proclama, nella sua narrativa, le svolte e i passaggi fondamentali di un secolo, sino al punto che la sua stessa vita si trasforma in «un simbolo di quel periodo».


