Titolo: Alzarsi
Autore: Helga Schubert
Casa editrice: Fazi
Prezzo: 18 €
N° di pagine: 250
Trama: La piccola Helga si risveglia dopo il pisolino sull’amaca nel frutteto della nonna e trova ad aspettarla una fetta di torta e una tazza di caffè surrogato; è il primo giorno delle vacanze estive, e la sensazione di libertà è inebriante. È con questa fotografia, scattata nei primi anni Cinquanta nella Germania dell’Est, che iniziamo a sfogliare, insieme all’autrice, l’album dei suoi ricordi. Il padre è stato ucciso da una granata sul Volga quando lei aveva soltanto un anno, e da allora è un eroe che prende vita in una serie di figure maschili laterali: amici, vicini di casa, candidati a un posto di padre rimasto sempre vacante. Dall’altra parte, una madre fredda, provata dalla guerra, ma anche poco affettuosa per indole. Il rapporto con lei non è mai stato facile, ma la figlia le è grata: in fondo, nonostante tutto ha deciso di tenerla, l’ha portata con sé quando è fuggita durante la seconda guerra mondiale e ha rinunciato all’idea di avvelenarla nel momento dell’invasione russa. Una pagina dopo l’altra, arriviamo con lei all’età adulta, e osserviamo la vita nella DDR per una donna colta e attiva nel milieu culturale, guardata con sospetto e costantemente sorvegliata dalla Stasi. E infine, la caduta del Muro quel fatidico 9 novembre, l’abbraccio imbevuto di pianto con il marito e poi la folla a Unter den Linden, con la mezzanotte illuminata a giorno. Una vita composta di tante sfide, di conflitti, di resistenza.
La recensione:
Mi era stata assegnata la <<stanza speciale >>, quella cosiddetta corsia preferenziale in cui avrei dovuto pernottare per qualche giorno. Quella di Helga Schubert, con le pareti tappezzate di vecchie foto di un tempo passato, lontano, un mosaico di figure ed eventi autobiografici che compongono un quadro apparentemente semplice ma complesso. Il titolo originale, Vom Aufstehen, ne esplica la natura e la struttura frammentaria in cui ogni capitolo funge ad essere una fotografia istantanea. E il cui montaggio raffinato e dettagliato, zeppo di appunti, pensieri sparsi, riflessioni della memoria umana, quello che fa ampio spazio all’Alzarsi del romanzo, in italiano, è collocato alla fine del testo volutamente per evidenziare come l’autrice riesca ad alzarsi sopra il peso dei traumi ereditati dalla dittatura e dal conflitto con la madre - il suo astio nell'essere diventata madre di una figlia che non ha mai voluto, le mancate attenzioni che una figlia avrebbe dovuto avere, per non parlare dell’amore di una madre costantemente soggetto a critiche e sprezzi - nel raggiungere finalmente la pace e la riconciliazione. Una mancata principessa a cui è stato sottratto ogni eredità sentimentale e morale e nel quale solo le parole, così potenti ed evocative, avrebbero potuto renderla libera. Avrebbero contribuito a questa causa << persa >> di generare il volere di una madre, un briciolo di interesse per cui non dovesse sentirsi pungolata, decimata nel corpo ma anche nello spirito, realizzando così una piccola isola felice in cui il tempo le ha permesso di stanziare le fondamenta. Una struttura solida che come una medicina lenì ogni forma del suo spirito. Quel poco che il passato le aveva dato veniva dalle sue esperienze: il primo amore letterario, i primi incontri con figure importanti, la scoperta delle biblioteche come ospedali, luoghi per l’anima e per la mente, per cui tanto vale rivolgersi a uno spirito affine che facesse di tutto questo, della scrittura, una bellissima disciplina che il tempo avrebbe rivelato nella sua splendida natura. Si, quella della Schubert potrebbe apparire come l’ennesimo tentativo, l’ennesima necessità di conciliare all’amore per le parole, i ricordi, così insopprimibili e indelebili, nel quale forse solo il presente avrebbe guarito. Perché il ricordo si sarebbe sposato al senso di sospensione che sfocia nell’imminenza di una tragedia e in forme liriche prive di sentimentalismo, delinea i limiti di un clima storico e culturale oppressivo come personificazione della stessa madre. Senso di disfacimento morale e materiale nel quale è possibile decifrare i traumi generazionali e le ferite irrisolte della Germania, collegando ogni dimensione intima e domestica al difficile rapporto con un genitore.
La vita quotidiana fu inquinata o influenzata dalla STASI ( la polizia segreta ) della quale l’autrice ricorda mediante microtraumi, sospetti e compromessi che instillarono nel suo cuore moti di ansia, di trepidazione, paura e che avvelenano ogni relazione umana, in un continuo scambio fra anime che è solo colloquiale, insidioso e difficoltoso. Ma essere amanti delle parole avrebbe comportato a dover fare i conti con la censura dello Stato, l’impossibilità di pubblicare liberamente ogni paradosso di dover chiedere il permesso, nel quale la Schubert affinerà quelli che non sono altro che i limiti di uno stile asciutto, sobrio, laconico ma non per scelta estetica ma come vera e propria postura morale ed emotiva nei confronti della storia a cui l’autrice dà ancora un certo peso. Osservando il tutto come da un pozzo profondo nel quale la laconicità, la brevità di ogni parola funge da scudo promettente e protettivo mediante cui potrà “maneggiare” il dolore senza farsi travolgere emotivamente, trasmettendo una rara sensazione di pace e libertà. Identificando ogni meccanismo di difesa imposto dal regime, in una solida scissione fra ente pubblico ed ente privato, in cui ogni individuo fu costretto ad adottare una sorta di disturbo adattivo alla personalità per sopravvivere. A questo proposito la nevrosi, per Zweig intesa non come un semplice disturbo medico, ma la chiave di lettura fondamentale dell'anima umana e lo strumento narrativo d'elezione per esplorare le passioni umane più estreme, per la Schubert evidenzia come sia necessario recitare una parte di assoluta libertà, quando si è fuori dalle mura domestiche, per poi potersi mascherare dietro ogni cosa solo quando si ritorna nel proprio luogo natio.
Studiosa di psicologia evolutiva e traumatica, Helga Schubert fece di questo romanzo un modo anche per unire o legare la sua vita in due poli opposti: la madre fredda e anaffettiva e lo Stato totalitario approssimativo e oppressivo a cui tenta di volgere ogni debolezza umana, ogni forma di paura e conformismo che spinsero lei e i suoi concittadini tedeschi a collaborare con il regime. In un memoir che è più realistico, veritiero di quel che si crede e nel quale non trapela alcun elemento vittimistico o malinconico, volutamente, nel quale l’autrice tenta di restare lucida. Invitando a chi legge di guardare in faccia il dolore, anziché sfuggirgli, l’ingiustizia subita senza farsi travolgere, trasformando l’atto di ricordare in un percorso a ritroso, di catarsi e liberazione finale.
Sia il regime totalitario del DDR, sia la madre rivelano come entrambi abbiano manipolato secondo le stesse strutture di manipolazione. E mentre per il primo non vi sarebbe stato altro che pazientare che crollasse dall'interno a causa delle proteste pacifiche di massa dei suoi stessi cittadini, per il secondo avrebbero potuto essere attuate delle forme di consapevolezza maggiori in cui a trarre giovamento sarebbe stata la stessa autrice.
Valutazione d’inchiostro: 4 e mezzo


Non conosco; ottima recensione, grazie
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