Non seppi mai bene
come accadde, se fu la stessa Nona, protagonista indiscussa di questo romanzo a
chiamarmi, o se accadde tutto nel momento in cui la mia anima e la sua
coincisero, nel più breve sfrigolio delle pagine e il profumo della carta appena
stampata, l’inchiostro rovesciato, un sibilio seguito da un frastuono
assordante, un frastuono seguito da un sibilo, o un sibilo o un frastuono
insieme, ma comunque successe in tutta fretta, e dopo qualche settimana ero
ancora intrappolata fra le sue pagine. Ebbene si, perché rimasi bloccata
bonariamente per quasi tre settimane, e lì sono rimasta finchè non sono giunta
all’epilogo. Di forte impatto, smanioso, febbricitante, fra il silenzio delle
mie riflessioni con nient’altro che analizzare pensieri che nella mia testa
hanno avuto un particolare senso e sperare che la magia che circondò ogni cosa
svanisse.
La trilogia di Nona
Gray è un ciclo di romanzi davvero straordinari, un viaggio che mi ha condotta
alla serenità verso stati d’animi che scovano una certa parvenza di
tranquillità, solitudine, concetrazione, nonostante l’aura in cui è immerso,
che tuttavia placa le paure, lascia da parte qualunque sofferenza. Perché esso,
assieme a una buona dose di parsimonia, serenità spirituale scova qualcosa che
ha un chè di sacro e inimmaginifico che si ripete continuamente. Una reliquia
sacra che terrà intatto ogni cosa, persino l’irrimediabile lotta alla
sopravvivenza.

