domenica 26 luglio 2015

Gocce d'inchiostro: Il maestro che leggeva negli occhi della gente - Pierluigi Tamanini

Buon pomeriggio, ragazzi! In questa tediosa e ultima domenica di luglio, la recensione di un romanzo sorprendente: Il maestro che leggeva negli occhi della gente. Un romanzo profondo che, in una lunga salita di emozioni ingannevoli, in un mondo invisibile agli occhi, è stato impossibile restare impassibili.
Spero possiate dare anche voi, amici, una possibilità a questo splendido romanzo e che, la luce che indica il cammino dei protagonisti, possa raggiungere i vostri occhi :) 


Titolo: Il maestro che leggeva negli occhi della gente
Autore: Pierluigi Tamanini
Prezzo Kindle: 0,99 €
Casa editrice: Self publishing
Trama: La vicenda si svolge all'incirca un paio di secoli fa a Hokkaido, un'isola  nel nord del Giappone. Jin vive solo in mezzo ai boschi con il padre, un monaco buddista che nasconde al figlio un importante segreto. Entrambi passano le giornate curando un enorme giardino zen. Jin porta dentro di sé un mistero che non sa custodire. La passione per i bonsai lo porterà in un antico villaggio noto come il paese della seta dove avrà modo di incontrare un leggendario maestro che gli insegnerà l'arte di leggere gli occhi della gente. Nella sua peregrinazione sarà accompagnato da Haruki, un ragazzino viziato di Tokyo, che con la sua semplicità gli farà capire che la vita va vissuta con leggerezza. La madre di Haruki e la sua malattia di vivere avranno un ruolo importante all'interno della storia.
Il maestro che leggeva negli occhi della gente è un romanzo di formazione dove il protagonista scopre la sua vera natura e la asseconda fino in fondo, anche a costo di ferire a morte il padre e il suo mondo bigotto.

La recensione:

«Passato, presente e futuro sono appesi allo stesso sottile filo di seta. Non possiamo rischiare che a
forza di tirare il filo si spezzi. Dobbiamo conoscere noi stessi se vogliamo conoscere il nostro
albero. E finché non conosciamo l’essenza di un albero, non ne possiamo forgiare le forme senza
che la sostanza ne risenta.»

La storia che ho letto è stata scritta come la bellezza della vita. Un profondo rapporto d'amore fatto di cure quotidiane, pazienza e piccole violenze amorose. La strana perfetta coesione fra l'arte del bonsai e l'arte della scrittura il cui materiale da cui si attinge è la vita. Sul davanti avevo una distesa infinita di verde, una casa in legno circondata da boschi di larici, l'aria pregna di resina e muschio.

Sono in Giappone, in compagnia di un monaco buddista e di suo figlio, Jin, educato al rispetto delle leggi di madre natura. Ognuno qui classificato a seconda del cammino impervio che si dovrà seguire pur di raggiungere l'immortalità. Un esame attento sulla vita, filosofico e spirituale, che ci invita a guardare attraverso gli occhi, e non capirci più niente. Specchiarsi nell'incomprensione in cui l'anima si riflette inquieta.
Mi affascina stare qui. E, chi lo ama, ben o male sa che non si conoscono le ragioni per cui lo si ama. E' ricco, lontano anni luce dalle nostre credenze e culture; a volte è un'amica di vecchia data su cui si può fare affidamento, leale e sincera, disinibita e un po' eccentrica. E, quando la si incontra, non si può fare a meno di rimanerne colpiti. Si soffre quando arriva il momento di commiato: i giapponesi hanno un modo più profondo per descrivere le cose. Vanno più vicini alle cose, sottolineando i particolari. E così sono alcuni romanzi: intensi, sorprendenti, comprensivi, magnetici, completamente interessati.
Romanzi sconosciuti che, in un momento imprecisato della  nostra vita, disvelano una tenebra caduta e la luce che ne viene fuori; non ci importa del giudizio interessato degli altri; dedichiamo con venerazione parte del nostro tempo libero inebriati di libertà. Il maestro che leggeva negli occhi della gente, disgraziatamente poco noto dai lettori nostrani, rientra completamente in questa categoria: mi ha fatto sentire parte della storia che Jin si porta dentro. Con lui non mi sono mai sentita sola, mai completamente estranea alle vicende amorose di marionette artificiali che popolano questo teatro artificiale. E, al di là di questi personaggi, l'intesa che nasce come risultato di due volontà: quella esterna dell'artista e quella interna della pianta, come volontà biologia considerata.
Ho avuto solo un attimo di sgomento, durante il corso della lettura. Dopo essermi buttata con grande entusiasmo fra le sue pagine - era da tanto che non leggevo qualcosa che profumasse di orientale - ho guardato dalla porta della mia stanza la distesa di bonsai che circondava il piccolo giardino zen, che Jin e suo padre dedicavano in gran parte della giornata, e mi sono chiesta dove si nascondesse la magia di cui ci parla l'autore. La risposta era semplice: tutto intorno a me. Come un'azione che non ha mai fine, ma che si accompagna nel tempo.
Con agosto ormai alle porte, Il maestro che leggeva negli occhi della gente è stato quel genere di storia che ha funto da nascondiglio legittimo e sicuro in cui, ogni volta la storia di Jin mi si presentava davanti, i brutti ricordi che mi portavo dietro dal mondo reale svanivano.
L'incontro con Tamanini, infatti, ha evocato delle immagini che, pur quanto mi sforzi a classificarle e confrontarle, sembrano rievocare qualcosa di famigliare. Nitide, tangibili in cui il mondo sembrava aver ritrovato il centro della realtà. I colori, le forme naturali, ma dettagliatamente screziati.
Il flusso insinuoso del tempo, che risulta difficile collocare nella psiche umana, su uno sfondo rurale, si riesce a "vedere" ma non avvertire.  Acute riflessioni sulla vita, l'amore per la montagna e i boschi, far dono di una sensibilità che riconosca la bellezza e ricrearla, testimoniano una mente consapevole della natura articolata e pluralistica del mistero della psiche umana. Profonde concezioni che testimoniano una certa malinconia, e che dilagano su diversi fronti. Composte mediante una serie di consigli - dispensati in svariati momenti della giornata di cui non si conosce tuttavia l'origine. Si riesce a coglierne la saggezza, ma non a stabilirne la durata. Una storia semplice, che è una poesia del silenzio. Dell'assenza, dell'isolamento, della solitudine. Della libertà di vagare senza una meta, che ha dentro vasti richiami per trovarne una collocazione. Poiché va oltre l'infinito, come un granello di sabbia ingoiato dalla spiaggia. Ti intestardisci a trovarla, ma sai che potresti tentarci anche un'intera vita. Per capirla veramente, per immedesimarsi completamente in Jin, credo, bisognava essere stati lì. Rivestire i suoi panni, e muoversi silenziosamente in quel periodo. In quella realtà parallela, nelle mani di un fato che ha un posto speciale da riservare.
E' in questi momenti che, come spesso mi succede quando assisto a fenomeni che vanno al di là della psiche - quando il mondo si esibisce in forme particolarmente complesse, che sono certa non riuscirò a dare una spiegazione - assisto con ipnotica attenzione ciò che accade sotto i miei occhi, con l'anima divorata da una sottilissima e febbricitante curiosità.
Riconoscere la provenienza di questa storia, infatti, non è stato semplice. Ho dovuto aspettare qualche momento pur di riconoscere la forma di idea che risiedeva nella mente dell'autore, i cui tempi e modi coincidono con la forma stessa, ritratta in mezzo a un immenso giardino di un umile dimora, correndo lungo monti impervi, non mollando per un momento Jin se non quando giunsi al punto finale. All'epilogo di un monologo quasi interiore, che non è mai stato tale, i cui personaggi appaiono soli e incompresi. Senza passato o identità. Uomini che camminano nella lotteria della vita, avvolti da una cortina di mistero, fra il fervore delle passioni, nella lucentezza dell'amore, che inghiotte ogni cosa. Il tempo. Brandelli dell'anima.
In una sequela di immagini chiare ed evocative, in cui è possibile riconoscere il tratto sognante dell'autore, talvolta meravigliose che generano stupore, sprazzi di cose perdute o cancellate che non riescono tuttavia ad arrivare agli occhi, quello che si avverte fra le pagine di Il maestro che leggeva negli occhi della gente è una verità inconfutabile: il lettore si porta dietro un giovane narratore che, per tutto il tempo, ci racconta una storia che non ha mai avuto un inizio ma ricca di mille sfumature. Un narratore che indugia nella testa dell'autore e che trasmette il suo dolore addossandoci una certa tristezza, e che riesce a far trapelare mediante spezzoni della sua vita.
Il maestro che leggeva negli occhi della gente è un libricino che avrei desiderato leggere molto tempo fa: quando di Murakami e della cultura giapponese non ne sapevo niente. Ma che, nella sua brevità e semplicità, mi ha conquistata. Ascoltando una storia di cui ignoravo completamente l'esistenza. Aprendo, inconsapevolmente, il mio cuore con la storia di questo ragazzo, dei suoi sogni e desideri. Allietando giornate tediose e afose, con la concezione della scrittura come risultato di volontà o del bonsai come bellezza di vita. E, cominciando a parlare come se stesse confidandosi con  un amico immaginario ed estraneo, rendendomi partecipe di una constatazione tanto mera quanto vera: a nulla serve rimanere appesi al soffitto della vita per paura di spiccare il volo. Alla fine, l'anima delle cose rinasce esattamente uguale a se stessa, né migliore, né peggiore.

“In fondo cosa c'è di più creativo di una ferita? Cosa spinge a creare se non una lenta e continua

sofferenza che ci portiamo dentro?”

Valutazione d'inchiostro: 4+

Nessun commento:

Posta un commento