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lunedì, agosto 15, 2022

Una porta tra le parole: Bridgerton 2

Capitano cose, delle volte, in cui non c’è un vero e proprio perché. Ci si lascia andare al lento e sinuoso flusso della vita, si architettano momenti in cui sopravvivere diventa un’impresa gigantesca e ingestibile, e non solo l’umore, la nostra sensibilità cozza col nostro spirito, ma le si ritraduce in espressioni che inesorabilmente ti annientano. Non credo che bisognerebbe giudicare un romanzo, una storia, o addirittura un telefilm dalla sua sinossi, dalla cover, dalla locandina, bisogna piuttosto valicare questi pregiudizi e andare oltre…. e così ho fatto. La seconda stagione di una serie di costumi e principalmente classica di cui il primo << volume >> amai immensamente l’anno scorso, non mi entusiasmò né conquistò come desiderato, quanto scandagliato la struttura e lo scheletro di forme ed assetti sociali e politici che non dovevano essere così invisibili nei romanzi. Mi piace credere sia così, nonostante non ho ancora letto i romanzi. 

Solo il primo volume, che si è confermato all’altezza della trasposizione cinematografica. Ma non ho ancora spiegato il motivo per cui mi sia sentita così, perché una storia essenzialmente romantica, un romanzo rosa in chiave letteraria, non abbia sconvolto la mia vita tranquilla per infilarsi impunemente in una stanza remota della mia coscienza.
Questa è la parte più interessante. A mio parere, non mollare la presa è già un atto di coraggio, checchè la si voglia giudicare. E saggiamente ho voluto saggiare la fragranza orientale di una nuova storia d’amore che avrebbe potuto apparire parecchio simile a quella nata fra Daphne e Simon, pararsi di fronte al mondo e snocciolare menzogne e assurdità come se niente fosse? Dichiarare che questa storia sia stata bellissima e appagante, quella cioè ritratta in questa seconda serie, che qualche semplice brividino sia bastato per dare un senso a ogni cosa, che queste figure si siano mosse come persone in carne e ossa anziché semplici marionette, è davvero impossibile. Impossibile persuadere la mia anima semplice ma romantica che intuisce e scandaglia quelle opere in cui il sentore di potenziale si avverte solo dalla loro presentazione. In altre parole, fino a che punto avrei dovuto spingermi, nel riporre queste poche righe, togliendo l’eccesso e l’inutile anche quando non sarebbe stato possibile?

La risposta è ovvia, no? Ed è facilmente riscontrabile negli stessi protagonisti, così orgogliosi, inavvicinabili, a tratti insopportabili a tratti antipatici, intrappolati fra le solide mura di una cella che non lascia adito alla libertà d’azione e di pensiero. Abbracciare le convenzioni del secolo era un modo di essere da cui non ci si poteva sottrarre, nonostante le lamentele, nonostante i dinieghi e i pianti silenziosi.
Appoggiandomi allo schienale della sedia, dinanzi a un computer ronzante ma funzionante, sorrido con un certo gusto amaro e rifletto su ciò che i miei occhi color oliva hanno appena visto. La mia insoddisfazione è evidente, ma credo sia irrilevante la natura. Questa seconda serie mi è sembrata una specie di mancata felicità, una sequela rindondante di rincorse e inseguimenti, lotte di natura sociale e sentimentale che convergono poi nel mancato mistero di un’autrice che detta calunnie da una prospettiva completamente diversa. Ci sarebbe stato tanto potenziale da evidenziare, ma questa ennesima visione non me ne ha dato possibilità. Interrotta da pianti e dilemmi a mio avviso inutili, seguito da esasperamenti vari e precari sentimentalismi vari. A queste parole mi dichiaro inerme. Cosa dire di più?

Bridgertone 2 mantiene visivamente la medesima prospettiva vissuta nella serie precedente, ma grandine di suoni e rumori in continuo assembramento che non catturano chi vede quanto l’annoiano abbondantemente. Il tutto sorretto dallo scheletro di una storia d’amore che non brilla per irruenza, né infervora l’animo come un incendio. Incuriosisce ma non seduce. Proferisce un timido << ciao >>, ma non si lancia in vigorosi abbracci. Una mimica esagerata e lenta di ciò che avrebbe potuto essere, sibilo flautato che non sprizza né scintilla.

venerdì, ottobre 22, 2021

Una porta tra le parole: Cenerentola

Ogni film è una miniera. Basta lasciarsi andare purchè non sai mai cosa aspettarti. Occupare il tuo tempo seduta in una postazione, in una comoda poltrona o in un letto morbido a osservare districarsi il nodo di una matassa che si sarebbe collocata fra me e il Caso, che può cominciare con una parola, un incontro, un posto un po' scialbo, il più insignificante della terra che diventa specchio del mio mondo. In questa finestra di vita, spesso, quel teatro di azioni sono comparse che hanno a che fare con la vita in generale. Quella di tutti noi, ma che su pellicola acquista un sapore diverso. Ci si ferma ai bordi della loro anima per comprendere meglio il mondo circostante.

Una sera di inizio ottobre mi vide recarmi in un posto in cui credevo di poter lasciare le mie tracce. Volendo smorzare la routine, la monotonia generale, contando di restarci per un certo lasso di tempo ma con il sorriso stampato sulle labbra. Il tempo che ho impiegato fra le soglie di una città splendente e fatiscente come quella in cui ha luogo l’ultima trasposizione cinematografica con protagonista Camilla Cabelo fu molto più duraturo di quel che credevo. Lento, statico, sonnacchioso che pian pianino confidavo potesse risucchiarmi nella quotidianità di una ragazza comune, amante del cucito e dei bei abiti, ma svampita, ribelle e poco graziosa che non ha niente in comune con la dolce Cenerentola del cartone animato della Disney. Non ha niente a che vedere con la sua gentilezza, il suo essere altruista, il suo desiderio di riscattarsi innalzando la sua voce in un coro di suoni e colori. Ci ero arrivata per caso, e per caso avrei voluto restarci. Ma quella catena di assurdità, di canzoni moderne rielaborate in chiave musical non mi ha trasmesso nulla. Avevo perso del tempo prezioso che disgraziatamente non è stato ripagato.

Eppure Cenerentola credo sia quel genere di trasposizione cinematografica che può fungere da rifugio per chi ama sognare ad occhi aperti. Alena a toccare l’amore ma con superficialità e capriccio, accedendo non tanto ai segreti sussurrati dai protagonisti quanto a quello che popola qualche stanza del castello. Dapprima impercettibile, poi così evidente che stona con la sua natura romantica ed esacerbata. Sicuro che ragazze della mia generazione, nell’approcciarsi ad un film del genere, storceranno il naso. Si, perché lo si colloca nell’immediato fra i piani della sufficienza. Una matrigna apparentemente arcigna e severa ma compassionevole per le sorti della sua figliastra, una Fata madrina apparentemente di sesso maschile, un Re stolto e poco incline a governare, un Principe abituato ad ottenere ogni cosa ma non un comportamento adatto a chi deve auspicare al trono. Il tutto è un grande bazar di balli, scene di corte, canti a squarciagola che personalmente non hanno addolcito il tono canzonatorio – fin troppo per i miei gusti – l’aura stucchevole e fin troppo infantile della vita di questa giovane donna. 

Messo su assieme a del materiale che avrebbe dovuto redigere un ritratto che non avrebbe dovuto spiegare alcunchè data la fama della fiaba originale. Ma sbarcata in un posto con una ragazza dalle fattezze simili a quelle di Cenerentola, con un’acerrima passione per la moda e il troppo poco interesse di convolare a nozze mi parve un’occasione mancata di amare qualcosa che negli anni ho amato intensamente. Combattendo contro qualunque mio pregiudizio, ma, alla fine reduce di qualcosa che avevo immaginato diversamente.

venerdì, ottobre 08, 2021

Una porta tra le parole: Malignant

La paura, mi dico sempre fra me e me, è qualcosa che è generata dalla suggestione, da episodi di vita che ci sembrano o appaiono anormali, diversi, strani e non ci sono motivazioni per cui è così. Ogni tanto mi piace riporre i miei amati libri sugli scaffali e dedicarmi completamente alla visione di un bel film. Checchè esso sia una commedia romantica o un horror ha poca importanza, ma ciò che più mi interessa è che quel film in questione mi avrebbe tenuto compagnia. Questa volta mi avrebbe raccontato la storia di una giovane donna, portata in una grande casa in compagnia del suo fidanzato con un segreto sconcertante e stupefacente che avrebbe sconvolto del tutto il suo universo personale.

Ho accolto la chiamata di questo film senza che io me ne fossi accorta. Si tratta di una parte inconscia che è in me, che così come con i libri, mi induce a leggere o vedere cose, che in un momento particolare della mia vita si rivelano adatte. Non c’è da pagare alcun dazio, alcun compenso. Mi siedo comodamente nel mio letto o nella mia poltrona preferita, e nell’immediato vengo risucchiata da un vortice di emozioni altalenanti, che prevalgono solo quando ne resto soddisfatta. Una fortuna, mi dico, ma quando si dice assecondare l’istinto… e poi non avevo niente da perdere, a curiosare nell’anima di qualcosa o qualcuno che per me era ancora sconosciuto, senza lasciarmi dietro alcun rimasuglio di ingratitudine.
Dalla finestra luminosa di un file, sul finire del mese di settembre, fu così che estrapolai l’ultima trasposizione cinematografica di un regista le cui orme ho seguito sporadicamente ma con interesse, i cui film più noti quali Insidius, The Nun, The conjuring sono davvero un cult per chi ama questa tipologia di film. E, senza credere in alcunchè, ecco che Malignant si prese possesso della mia anima, non mollandomi per un istante fin quando il suo gesto di tenermi stretta a se fu talmente palese da desiderare che non finisse più. Una donna tormentata dal suo passato e dai segreti crudeli e violenti di un entità di cui non ne conosce la natura, omicidi truculenti e un po' splutter, l’amore famigliare e sentimentale che tuttavia non riesce a sollevarla da questo peso che grava sulla sua anima come quello di una condanna.


Malignant racconta la sua esperienza sballottolandoci da un posto ad un altro, da un omicidio ad un altro con un gioco di corse, momenti apparentemente piatti sciorinati con dovizia di dettagli, che giungono con una patina di normalità ma che, alla fine, ti impongono a porti quesiti su te stesso. Sulla realtà circostante, su chi siamo effettivamente. Sono quasi sempre delle tematiche che, così come in letteratura, anche in veste cinematografica si ripetono e occhieggiano ad eventi da cui se ne ritrae un materiale piuttosto vasto. Beviamo sorsi di questa medicina, questo antidoto attraverso cui dovremmo redimerci, fin quando non ci accorgiamo che non esiste una vera e propria cura. Spiegazione? Alcuna. I film horror, ho sempre pensato, espugnano quella che è la vita. Talvolta bella ma anche crudele ed egoista.
Questa ennesima bellissima trasposizione di James Wan mette addosso più curiosità che suspense, sconvolgimento anziché terrore. Una prova cinematografica, a mio avviso, ottima e ben riuscita che forse agli amanti del genere, per chi si aspetta di trasalire dalla poltrona, non piacerà, ma che approfittando della sua esistenza, della presenza di questa nuova entità non si discosta fin quando non sarà rivelata la sua natura. Una contromagia il cui potere non scomparirà tanto facilmente, e che io ho visto con un certo interesse, dividendo con questa disgraziata donna una fetta del suo triste destino.

lunedì, luglio 12, 2021

Una porta tra le parole: Sabrina vita da strega

Nell’ottobre del 1996 sul canale internazionale di Italia 1 trasmettevano, ogni pomeriggio dopo pranzo, una serie televisiva che ha letteralmente fatto storia: nella sua piccola isola ha dimostrato come leggerezza e immaginazione non sono necessariamente sinonimi di frivolezza e inutilità, ma progredire, arricchirsi ed evolversi in qualcosa di straordinario. Questo straordinario è stato per me Sabrina vita da strega, che alla soglie dei ventinove anni ho desiderato riesplorare realizzando come inconsapevolmente era ciò che più desideravo: leggerezza. Con un periodo intenso come questo, in cui il mio umore oscilla a seconda degli incauti sbalzi temporali, non copiando alcuna forma di pessimismo o melodramma vari, di cui nessuno può farcene una colpa, dove tutto è ammissibile, dove qualunque forma di vita sembra essere stata risucchiata via. Non per me, che sostituisce questo stato d’impasse in distrazioni varie. Le letture, immancabili, ma anche la visione di tanti telefilm. Recentemente sono stata in piacevole compagnia di Wanda e Vision, a inizio anno con Daphne e Simon. Questo mese di aprile, invece, sono tornata fra i banchi di scuola di un liceo che credevo di aver dimenticato, dove la gente non si lascia influenzare da chi siamo o quale sia il nostro colore di pelle, ma sgomita per diventare una persona migliore. Perlomeno ciò è cui aspira Sabrina Spellman. A quei tempi, il mio modello d’ispirazione.

Quei pomeriggi soleggiati in compagnia di questa simpatica adolescente e del suo gatto, Salem, erano il mio unico passatempo, dopo aver svolto i miei ligi doveri, distruggendo qualunque forma di ostacolo a questa inesorabile marcia, spazzando via qualunque monotonia che mi avrebbe impedito di costruire il frenetico. Nel magico mondo di Sabrina si assiste alla sua crescita personale, ci sono svariate situazioni che, proiettate nella monotonia generale, non dicono niente di nuovo: una normale adolescente che vive la sua vita come tante altre ragazze della sua età. Una sedicenne che mai avrebbe immaginato potesse essere messa fuori dall’ordinario. Interi sciami di streghe e maghi sarebbero contenti di accogliere una << nuova >> streghetta.

Il numero di puntate, la brevità degli episodi, il ritmo incalzante, la curiosità che invade l’anima di chi guarda con occhi tendenzialmente nuovi, furono processi naturali che colgono gli aspetti essenziali della serie. In senso lato, Sabrina potrebbe apparire insulsa, quasi ridicola. Ma, in senso stretto, è quell’antieroina che paga inconsapevolmente un dazio – quello dell’essere strega – lavorando e raffinando quest’arte in incognito. Non proprio in solitudine, ma grazie all’aiuto delle sue zie,  e tenuta salda al mondo dei mortali con scopi governativi con cui è continuamente ricattata e tenuta sotto controllo. Processi che scandagliano il suo essere ragazzina/ donna che affinerà il suo carattere, il cui effetto scatenante sconvolgerà irrimediabilmente la sua vita.

Chi non conosce ancora Sabrina non posso che invitarlo a farlo, al più presto. Il suo potere, la sua verve ci indirizzano in un processo in cui le violazioni dei diritti dei suoi poteri magici sono sotto le sue responsabilità. Ragione in più per affinare querst’arte.

Il mondo ricorda calorosamente Sabrina. La ringrazia per averci tenuto compagnia quando eravamo ragazzini, bambini, adolescenti e, perché no, persino adulti, colpendoci nel profondo non tanto per i temi trattati, per com’è Sabrina e da ciò che è e per cui la discosta dal resto del mondo. Bensì dalla leggerezza, la profondità di alcuni temi che, nonostante presi sotto gamba, non hanno un’importanza secondaria. Miscelati a una buona dose di riso, sarcasmo, ironia, talvolta ridicolaggine, ma che designano quella che sarà l’iniziazione di una dinastia di streghette di cui faranno di Sabrina un emblema, un icona, di cui è impossibile non concordare per la folgorante carriera cinematografica che Sabrina ha ottenuto nel corso degli anni.

E anche questo è stato uno dei motivi per cui, a distanza di quasi quindi anni, senza alcun indugio o vergogna, ho desiderato farvi ritorno. La famiglia, i legami, gli affetti sono al centro di tutto, il tutto contornato da qualcosa di misterioso in cui la magia non può sempre essere l’unico incalzante rimedio. Forma atipica di felicità, che pur quanto ci si affanni ti coglie quasi sempre impreparata.

mercoledì, aprile 14, 2021

Una porta tra le parole: Wandavision

Il progetto cinematografico di impelagarmi nell’ennesima serie tv americana comportò una sferzata di novità. I primi giorni di aprile mi videro recarmi in un paesino del New Jersey, con personaggi conosciuti che francamente non conoscevo, e che inconsapevolmente mi indussero a ritrovare un pezzo di me, un po' di tranquillità in un periodo storico che di tranquillità concede poco e niente. Senza nemmeno me ne accorgessi, fui invitata a sedermi nella mia poltrona preferita, il computer posto sulle gambe a  mò di leggio, in una immersione totale nei meandri di una storia che generalmente non amo, ma che al termine mi ha fatto desiderare di vederla nuovamente, volendo credere alla forza del Caso, che mi vide recarmi in un posto di cui non avrei mai immaginato. Sarei tornata alla mia vecchia vita, nel momento in cui Wandavision avrebbe decretato la sua fine, muovendomi sciolta, a mio agio come se fosse qualcosa di vero e tangibile. Eppure quella narrata in Wandavision è una sitcom talmente bella e appassionante, che richiama costantemente il passato, annuncia un cambio di programmi televisivi da un epoca ad un altro, maledicendo quel momento in cui ci si sarebbe svegliati da uno strano torpore che avrebbe scombussolato il nostro corpo, le nostre viscere, qualunque rimasuglio della nostra anima.

Ma cosa potevo farci? Sono troppo diffidente per approcciarmi impulsivamente e con un certo slancio per essere artefice del Destino, e per il momento comanda questo mio forte istinto come una ragione pazza, nascosta nel mio inconscio. Come quando desidero tornare in qualche posto o luogo in cui vi sono stata tantissimo tempo fa; la luce che illumina quel cammino non mi appare più così debole, fievole. E quando è il Destino a bussare alla mia porta, sono quasi sempre molto fortunata, contenta a riscontrare effetti devastanti ma belli. Non tanto per ciò che narrano ma ciò di cui parlano, che se efficiente, divertente, intransigente, avventuroso, folle, romantico non ci avrei pensato due volte a partire, a buttare queste poche righe, sul finire di una giornata frenetica ed esasperante. Per cui che bello! Che bello imbattersi in certe sorprese, che coincise con la magia dell’aspettativa, del desiderio, del conforto.

Wanda e Vision mi mancheranno, come due vecchi amici di lunga data. Figuriamoci se il nostro legame fosse perpetuato per altro tempo; sarebbe stato difficilissimo separarsi! Ma ben o male accetto ciò che mi è stato donato. L’opportunità di vivere una settimana piena di emozioni, sensazioni che mi hanno scombussolato dentro, difficilmente non avrebbero intaccato l’anima dei più coriacei. Solo un periodo che a me è parso troppo breve che ha segnato il mio amore nei riguardi di questa saga o serie e da un nuovo tipo di solitudine. Il bello in tutto ciò, in questi casi è che, come con i romanzi, posso abbracciare nuovamente la storia quando mi pare e piace. Posso guadagnarmi il diritto di tornare nel New Jersey e stanziare nella bella casetta dei Vision, avvalendomi di una nuova libertà di cui intendo avvalermi in futuro il più possibile, perché la bella e furba Wanda è stata ideata così egregiamente, così astutamente da non poter assolutamente immaginare che alla fine sarebbe stata la << causa >> di ogni cosa. Ed è grazie a lei, al suo amore appassionato e intenso con Vision che mi ha fatto venire voglia di avere di più, di vivere in questo mondo che so non valica i confini dell’immaginazione, andando via quando sarebbe stato il momento più opportuno. Fermare ai margini di una storia che ha raggiunto sin dal principio il mio cuore, intonando un coro di urla e strepiti che avrebbero macinato una storia il cui ricordo perpetuerà per sempre.

venerdì, gennaio 29, 2021

Una porta tra le parole: Bridgerton - Shonda Rhimes

Dai tempi dell’ultima trasposizione cinematografiva vista nel cinema più vicino della mia città non scrivevo un post relativo a film o serie tv con un certo trasporto da che ho memoria, poi la sera della vigilia di Natale Netflix annunciò la realizzazione di questo nuovo progetto, firmato da  Shonda Rhimes, una saga in costume ambientata nei primi anni del 1800, che suscitò interesse e scalpore, ed io che non sono più facilmente credulona a ciò che piace alla maggior parte della gente presi di petto la decisione di trascorrere gli ultimi giorni dell’anno con la visione di questo telefilm.
Adesso che ripongo queste poche righe posso solo dire, che anche io mi sono persa nei meandri di questa commedia inglese, londinese, di facili costumi per il suo continuo e perpetuo moto di rinascita e ancora riesco a comprendere la giovane ed ingenua Daphne ad appendersi sulla soglia della vita e ad eseguire incredibili acrobazie esclusivamente per l’occhio sociale. Cosa trarre vantaggio da tutto questo? Un racconto d’amore dolce, passionale ma anche una rinascita spirituale, individuale edificante, che ho malamente giudicato all’inizio e che ho poi accolto nel mio personalissimo cantuccio personale con un certo entusiasmo.

Per nulla indifferente, anzi, piuttosto imbarazzata, attratta dallo sharme del bel duca, mi ha particolarmente colpito tutto questo, con la sua dolcezza sciropposa, il suo orgoglio dilaniante, l'istruttivo esempio che non bisogna fare alcuna distinzione fra il colore di pelle fra una persona e un'altra, stando lentamente venendo a patti con forme alterate di convenzioni sociali dell'epoca, di cui la stessa Daphne comincerà ad abituarsi, e quando finalmente si spoglierà della sua castità immaginare cosa le avrebbe preservato il futuro sarebbe stato scandaloso. Chi l'avrebbe mai detto che un uomo egocentrico, antipatico, altezzoso potesse un giorno diventare suo marito? Chi l'avrebbe mai detto che solo il pensiero del suo esserci, della sua presenza l'avrebbe rasserenata, indispensabile conciliare l'idea che l'uno non potesse vivere senza l'altro come uno scudo contro gli orridi contorcimenti della timidezza, dell'egocentrismo, della superbia, e ora che la sua mano avrebbe stretto quella di Simon, ora che stava provando a comportarsi come una moglie, altre abitudini sarebbero subentrate. Quella che io considero normalità sarebbe stata per Daphne una nuova amica con cui prendere famigliarità, prendendo l'abitudine di farsi rispettare da qualunque forma di sottomissione, e la cosa più bella in tutto ciò è la sua rinascita. Quel timido e fragile giglio bianco che si trasformerà in una bellissima rosa. Perchè è stato Simon a farla fiorire, a farla rinascere, a renderla libera di qualcosa che prima non aveva dato peso, gesti che sono venuti poi come puri riflessi, del tutto indipendenti della sua volontà, e solo quando doveva staccarsi da lui per qualche pregiudizio o discrepanza si rendevano conto di non poter vivere l'uno senza l'altro.

Prima di tutto questo, non avevo dato credito alla possibilità che Bridgerton potesse sortire un guazzabuglio di sentimenti contrastanti. Nè mai avrei immaginato che anche io sarei caduta nelle maglie di una storia che non è per nulla ridicola o banale, anzi evidenzia quanto sia difficile essere coraggiosi in un epoca come questa con le persone che ti vogliono bene, osservando il tutto sotto una nuova ottica. Ed il bello di questa serie, la sua originalità, a mio avviso, sta in questo: cogliere ciò che inizialmente era parso da ostacolo e che ora reso evidente diviene fastidioso e irritabile. Sembra un problema di poco conto, l'ennesima storia di autoconversazione e rinascita, ma nella fattispecie una sequela di eventi che cambiano, ti cambiano, agiscono come volontà propria, e poi finalmente, dopo una serie di rovelli vari, trovano soluzione, bellezza e stupore.

Nella vita non c'è niente di certo, e di certo non era ammissibile che anche io potessi scoprirmi così ansiosa di sapere cosa dovremo aspettarci dalla seconda stagione. In questi ultimi tempi il mondo mi ha distribuito una serie di delusioni con la stessa rapidità e foga con cui si stringono le mani, e poichè di delusioni ne ho anche abbastanza ho abbracciato questa storia con la certezza che si sarebbe rivelata nient'altro che un piacevole dramma, ma che mi rendo conto sono felice sia stato molto più di questo. Perciò sono felice, mentre ripongo queste poche righe, che il Fato mi abbia posto dinanzi a questa strada, non solo per la gioia che ho condiviso con Daphne ma anche per me stessa, perchè questa nuova alternativa di felicità era ciò che più cercavo. 
Reclusa in un mondo lontano anni luce da me, ma bellissimo, straordinario, suggestivo e ammaliante che ha reso la vita un posto migliore e confortevole.

venerdì, gennaio 31, 2020

Una porta fra le parole: Piccole donne di Greta Gerwing

Nei primi giorni di gennaio, la storia del mio bellissimo e amato volume rosa delle Piccole donne stanziò nel mio animo per ben due settimane. Le sere successive la lettura dei quattro volumi, quando ancora non riuscivo a staccarmi da Londra né dal magico mondo vittoriano dipinto con fede e rigore dalla Alcott, io ero ancora ferma sui miei passi desiderosa di avere di più. Nei giorni successivi, quando ignoravo completamente la sua esistenza, l’imminente trasposizione cinematografica diretta da una regista che in passato non aveva conquistato pubblico e critica e che io tuttavia ignoravo l’esistenza, mi prese per mano, incuriosita da questa nuova visione, da un trailer apparentemente fedele alla storia del romanzo, come l’annuncio dello stadio accurato di un romanzo esaminato per benino, fedelmente ed emotivamente, essere irriconoscibile nella cerchia di quei film realizzati in passato: lungi dall’assistere al recupero del cuore del romanzo, mi sono rivista in Piccole donne di Greta Gerwig involontariamente in una crescita individuale che mi ha sorpreso e conquistata. Ho osservato il suo montaggio proiettato nella scenografia di paesaggi che sembravano dipinti, sepolti nelle lande incolte di una brughiera lontana e sepolta dal ghiaccio, in cui mi è sembrato di assistere all’inizio di un percorso che le sorelle March avevano inconsapevolmente imboccato e che io non ho potuto fare a meno di seguire.
  Andò a finire che, solo qualche giorno prima che il film uscisse nelle sale cinematografiche, il romanzo, che avevo sistemato sullo scaffale di una libreria troppo piena, conteneva di per sé una storia molta bella e che il film a mio avviso promulga molto bene. Quasi nell’immediato, all’aspetto umile e dimesso di quattro giovani donne e dei dispiaceri vissuti prima che varcassero l’età adulta, e alla sua successiva perfezione, la Gerwing ha costruito le piccole fondamenta di un classico moderno, intelligente e dinamico che ha lasciato un segno del suo passaggio. I continui salti temporali, che evidenziano un certo dinamismo agli eventi narrati, se in un primo momento disorientano, in una manciata di minuti acquisiscono forza e importanza. Dopo una prima metà ricca di eventi e situazioni di diverso genere, sarà più chiaro il lavoro effettuato dalla regista perché la storia realizzata dalla Alcott potesse continuare ad andare avanti da sola, acquisisse una sua figura, realizzando così una sorta di piccola biografia della sua autrice e della genesi del romanzo. Quando si coglierà al volo questo messaggio, mentre la macchina da presa continua inarrestabile a muoversi su paesaggi bellissimi ed indimenticabili, la sua forza ed importanza, che ho sempre acquisito in un certo senso a Jo, alla scrittrice incompresa, accrescerà e si uniformerà persino nel resto dei membri della famiglia March. Un pellegrinaggio sulla forza dei sentimenti, sui legami famigliari, sulle ambizioni, su quelle virtù che all’epoca erano soppiantate dal senso del dovere e da diverse ed inutili istituzioni, come il matrimonio, ad esempio, rievocano ciò che alla Alcott fu sempre scomodo e che aveva detto di aver sempre odiato. Il film, infatti, non intende dire nulla di diverso da ciò, e a mio avviso tale forza è evidenziata dalla stessa regista, che quasi come stile di vita fece delle vicende della famiglia March come sue e, dell’interpretazione psicologica e sociale del romanzo, un insieme di messaggi che a mio avviso sono ben seminati nell’intero film.
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